Cibo e solidarietà: cosa significa davvero e perché raccontarlo è importante

progetti solidali
Dal carcere agli orti urbani, passando per la ristorazione sociale: storie in cui il cibo crea inclusione e futuro. Un viaggio nel food che fa bene alle persone.

C’è un filo invisibile che attraversa cucine, mercati, orti, ristoranti e laboratori: è il filo della solidarietà, che si intreccia al cibo ogni volta che quest’ultimo diventa occasione di incontro, cura, dignità. Da anni, noi del Giornale del Cibo raccontiamo progetti e storie in cui il cibo smette di essere soltanto nutrimento o piacere e si trasforma in uno strumento concreto di cambiamento sociale.

Parlare di solidarietà attraverso il cibo significa per noi raccontare quelle esperienze in cui cucinare, coltivare o mangiare insieme diventa un modo per costruire opportunità. Significa accendere i riflettori su chi, ogni giorno, lavora perché il cibo sia accessibile, giusto, rispettoso delle persone e dell’ambiente.

In questo articolo vogliamo fermarci un momento per spiegare, cosa intendiamo quando parliamo di food e solidarietà. E perché crediamo che raccontare questi progetti sia, oggi più che mai, un atto necessario.

Cosa significa fare solidarietà attraverso il cibo

volontari
PeopleImages/shutterstock

Quando parliamo di “solidarietà attraverso il cibo”, ci riferiamo a qualcosa di molto più ampio rispetto alle prime idee che ci possono venire in mente come la donazione di cibo attraverso la Colletta alimentare oppure la povertà alimentare e la malnutrizione, in Italia e all’estero. È un concetto che abbraccia pratiche, progetti e relazioni umane in cui il cibo diventa strumento di dignità, formazione e inclusione sociale.

Per noi del Giornale del Cibo, raccontare queste storie significa dare voce ai protagonisti e alle protagoniste di iniziative in cui mangiare insieme, coltivare insieme o cucinare insieme genera opportunità concrete per persone e comunità che spesso si trovano ai margini. Per esempio, abbiamo seguito progetti in cui la cucina diventa luogo di lavoro e socialità per persone con disabilità, trasformando un ristorante o un laboratorio in uno spazio di crescita e autonomia, come PizzAut, Tortellante, Tribe up & down oppure Frolla. Allo stesso modo, abbiamo raccontato iniziative che uniscono inclusione sociale e agricoltura, dove orti condivisi diventano strumenti di integrazione, educazione al cibo e benessere come a Milano con il progetto Coltivare la città.

Il cibo può anche essere ponte tra culture diverse, come mostrano alcune esperienze in cui cucine comunitarie e laboratori di intercultura usano la cucina come linguaggio d’incontro tra persone di diversa origine, un valore fondamentale per costruire comunità coese e aperte. Di questi temi abbiamo parlato, per esempio, con Jessica Rosval, chef di Casa Maria Luigia il ristorante nelle campagne di Modena di Massimo Bottura, promotrice del progetto Roots che organizza corsi di formazione e percorsi retribuiti per donne migranti. 

Una mappa più ampia di queste esperienze evidenzia che il cibo non è mai neutro: parla di identità, appartenenza, memoria e futuro. Fare solidarietà attraverso il cibo significa quindi mettere al centro il valore umano dell’alimentazione: non solo ciò che mangiamo, ma come, con chi, perché. È un modo di ripensare la funzione del cibo nella società come strumento di relazione e partecipazione.

In quali contesti si realizza l’impatto sociale del cibo? 

Anderson Piza/shutterstock

Il legame tra cibo e solidarietà si esprime in tanti ambiti diversi: dalla ristorazione all’agricoltura, dall’accoglienza alla cooperazione internazionale. In tutti questi contesti, il cibo si rivela uno strumento di cambiamento sociale capace di creare valore, lavoro, relazioni e futuro. Ecco quindi cosa significa per noi raccontare il cibo e la solidarietà, attraverso le storie che abbiamo raccontato in questi anni. 

Ristorazione inclusiva e accessibile

Nei ristoranti, nei bar e nei laboratori dove lavorano persone con disabilità, il cibo diventa occasione di inclusione e dignità professionale. In queste esperienze l’obiettivo non è solo preparare piatti, ma costruire percorsi di autonomia e cittadinanza. Le storie che abbiamo raccontato sono tante e abbracciano tutta la Penisola: c’è Diversamente Bistrot a Udine, per esempio, o La Lanterna di Diogene nel modenese (stabilmente tra le insegne premiate con la Chiocciola della Guida Osterie d’Italia di Slow Food), o ancora Dal Barba, ristorante e pastificio in Trentino. 

Agricoltura sociale e orti comunitari

La terra può essere un mezzo potente di relazione e riabilitazione, non a caso abbiamo parlato spesso anche di ortoterapia. In molti progetti di agricoltura sociale, lavorare la terra significa anche riscoprire sé stessi e ricostruire legami con gli altri, in un contesto di cooperazione e apprendimento. Anche in questo caso abbiamo approfondito esperienze differenti, come quella degli spazi di una villa confiscata alle mafie nella periferia di Milano attraverso il Comitato Molise 5 oppure la fattoria sociale degli spazi di un ex ospedale psichiatrico ad Aversa, in Campania, chiamata non a caso Fuori di Zucca, o anche lo spazio dedicato agli orti urbani a Messina.

Cucina e formazione per l’inclusione

varietà di pane
amine chakour/shutterstock

Sempre più realtà promuovono corsi di cucina, panificazione o trasformazione alimentare come strumento di formazione e inserimento lavorativo per persone in difficoltà. In questi percorsi, il cibo è il punto di partenza per accedere a nuove competenze e nuove possibilità. Artemisia a Bari è proprio uno dei luoghi dove ciò avviene, ma pensiamo anche all’Accademia di formazione del ristorante Serrasole nel bolognese. 

Progetti interculturali

Parliamo di food e sociale anche quando il cibo è usato per raccontare storie che uniscono culture diverse e ci permettono di viaggiare, restando a tavola. Laboratori, eventi e cucine condivise possono favorire l’incontro tra persone di origini diverse, promuovendo inclusione e cittadinanza attiva. Un progetto molto interessante, da questo punto di vista, è il Laboratorio di Antropologia del Cibo ideato e realizzato a Milano da Giulia Ubaldi, giornalista che ha collaborato a lungo con Il Giornale del Cibo, ma è obbligatoria anche una tappa all’Orient Express di Venezia, alle Fonderie Oznam di Torino o da Ethnic cook a Bari, per citare solo alcuni esempi.

Economia carceraria e percorsi di reinserimento

In diversi istituti penitenziari italiani, il cibo entra nelle cucine e nei laboratori come leva per immaginare un futuro diverso. Il più noto è senza dubbio il laboratorio Giotto a Padova, ma c’è anche la nuova tavola calda a Rebibbia. Imparare un mestiere legato alla ristorazione o alla trasformazione alimentare rappresenta, per molte persone detenute, una possibilità concreta di reinserimento. Non è un caso che siano diversi anche i progetti che coniugano formazione e inclusione attraverso il cibo, come quello che coinvolge il pizzaiolo Ciro Di Maio e i detenuti del carcere Canton Morbello di Brescia. E sono molto preziose anche le storie di chi porta i saperi della cucina nelle strutture che accolgono i minori, come la Brigata del Pratello, l’osteria nel carcere del Pratello in centro a Bologna, o Cotti in fragranza, un ormai storico progetto e laboratorio a Palermo. 

Cooperazione internazionale

Nel corso degli anni ci siamo occupati anche di raccontare alcuni progetti di cooperazione in cui il cibo diventa strumento di emancipazione e sviluppo sostenibile. Attraverso la formazione agricola, il sostegno alla filiera alimentare locale o il rafforzamento della sicurezza alimentare, il legame tra cibo e diritti si esprime anche in contesti internazionali. Qualche esempio? Il progetto “Il riso che dona il sorriso al Mozambico”, promosso da Terre dei Padri, Mary’s Meals e Mozacome, oppure A scuola di biodiversità di Fondazione Slow Food. 

Quelli che abbiamo citato fin qui sono solo alcuni esempi. In realtà, tra le pagine del Giornale del Cibo si trovano molte altre storie che parlano di solidarietà, accoglienza, diritti e futuro attraverso il cibo. Una rete fitta e generosa di esperienze che cresce di anno in anno, raccontata grazie al contributo di chi lavora, ogni giorno, perché il cibo sia davvero un bene comune. Continuare a dare spazio a queste voci è, per noi, una scelta precisa perché crediamo che il modo in cui mangiamo, coltiviamo, cuciniamo e condividiamo il cibo dica molto anche sul tipo di società che vogliamo costruire.

Se conosci un’esperienza in cui il cibo è motore di inclusione sociale, formazione o solidarietà, segnalacela nei commenti!

 

Immagine in evidenza di: New Africa/shutterstock

 

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