Dalla vigna alla comunità: alla Cantina Tavagnacco il vino diventa inclusione

spumante
Alla Cantina Tavagnacco il vino diventa inclusione sociale: tirocini, fattoria sociale e cultura per creare autonomia e partecipazione.

Tra le colline che circondano Cividale del Friuli, cittadina in provincia di Udine, alla Cantina Tavagnacco il lavoro tra le vigne è diventato negli anni qualcosa di più della semplice produzione di vino. Qui l’agricoltura si intreccia con percorsi di inclusione sociale, tirocini formativi e attività culturali che coinvolgono persone fragili in un progetto di autonomia e partecipazione.

L’azienda vitivinicola, attiva da oltre cinquant’anni, ha progressivamente ampliato il proprio orizzonte trasformando la cantina in uno spazio aperto alla comunità. Un percorso che negli ultimi anni ha preso diverse forme: quella della fattoria sociale della cantina e quella del Progetto PAS – Progetto Autonomia Sociale, nato per offrire opportunità formative e lavorative a persone seguite dai servizi sociali e sanitari del territorio.

Alla base di questa esperienza c’è una storia personale che ha cambiato profondamente la prospettiva della famiglia che gestisce la cantina “Inclusione e sostenibilità sono diventate la stella polare di tutto quello che facciamo negli ultimi vent’anni”, racconta Paolo Nitti, titolare della Cantina Tavagnacco. Insieme a lui scopriamo come il vino può diventare un’opportunità di crescita per l’intera comunità.

Quando la disabilità entra nella vita e cambia lo sguardo sul lavoro

agricoltori
SeventyFour/shutterstock

L’inizio di questa storia risale a circa vent’anni fa ed è profondamente personale. Paolo Nitti ci racconta, infatti, che, con la nascita della figlia Francesca, la famiglia è portata a confrontarsi direttamente con il tema della disabilità, cambiando il modo di guardare al lavoro e al futuro dell’azienda. “Abbiamo una figlia con disabilità cognitiva e questo è stato il turning point che ha cambiato il nostro stile di vita, e di conseguenza tutto il resto”, spiega Nitti.

Per anni la famiglia cerca di comprendere le difficoltà della bambina, fino ad arrivare a una diagnosi più chiara anche grazie anche al percorso professionale della figlia maggiore, Arianna. Francesca, infatti, ha una disprassia, una condizione neurologica che può rendere più complessi alcuni processi cognitivi e motori, come la lettura o la scrittura.

Una scoperta che ha contribuito a dare un nome a difficoltà presenti da tempo, ma anche ad aprire una riflessione più ampia sul rapporto tra disabilità e vita quotidiana. “Noi siamo arrivati a questi temi” osserva Nitti “per motivazioni autentiche e sentite”. Infatti, con il tempo, questa esperienza personale si trasforma in una sfida: immaginare la cantina non solo come luogo di produzione, ma anche come spazio capace di accogliere e creare opportunità per altre persone che vivono situazioni di fragilità.

Il progetto PAS e la nascita della fattoria sociale tra le vigne

ragazzi che lavorano la vigna
PH SBIRF

L’idea di trasformare la cantina in uno spazio capace di accogliere altre persone prende forma concreta circa cinque anni fa, quando a Nitti viene proposta una possibilità concreta da Igor Peres, professore di sostegno che coordinava anche alcune attività al Parco di Sant’Osvaldo. “Quasi cinque anni fa il professore di sostegno di mia figlia mi ha proposto di aprire uno spazio per creare una fattoria sociale e fare tirocini con persone fragili, soprattutto casi psichiatrici”, racconta Nitti.

Il primo passo avviene quindi  in collaborazione con la Cooperativa 2001, che contribuisce ad avviare le prime esperienze di tirocinio. Quando la cooperativa decide di interrompere la collaborazione, il progetto non si ferma. Nitti sceglie di proseguire coinvolgendo direttamente il Centro di salute mentale di Cividale, consolidando nel tempo quello che oggi è diventato il PAS – Progetto Autonomia Sociale, sviluppato dalla Cantina Tavagnacco in convenzione con l’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale.

Come funziona il Progetto Autonomia Sociale

Il cuore dell’esperienza resta il lavoro agricolo. I tirocinanti partecipano alle attività quotidiane dell’azienda, imparando a conoscere le diverse fasi del lavoro in vigna e in cantina. “I ragazzi vengono a lavorare in campagna, lavorano sulle viti, vendemmiano, e imparano il lavoro della cantina”, spiega Nitti.

Il numero delle persone coinvolte cambia nel tempo: c’è chi resta pochi mesi e chi invece continua il percorso più a lungo. Alcuni risultati concreti sono già arrivati: “Due dei dodici ragazzi che sono passati da qui sono entrati nel mondo del lavoro”, racconta Nitti con una punta di orgoglio.

È proprio da questa prospettiva che nasce il nome del progetto che lega il concetto di autonomia alla dimensione sociale. “L’obiettivo è trasformare un percorso formativo in un percorso di crescita ed indipendenza, non solo lavorative ma anche socio-affettive”, osserva Nitti, sottolineando come il lavoro agricolo possa diventare uno strumento per ricostruire  relazioni e fiducia nelle proprie capacità.

Il “Teatrino delle Botti”: cultura e comunità dentro la cantina

In quest’ottica, non sorprende scoprire che Nitti e la sua famiglia non si sono fermati all’attivazione di tirocini per coinvolgere persone fragili nel lavoro agricolo. Nel tempo la cantina ha iniziato ad aprirsi anche ad altre forme di partecipazione e condivisione. Una parte degli spazi interni, tradizionalmente utilizzati per le attrezzature della vendemmia e quindi occupati solo in alcuni periodi dell’anno, è stata progressivamente ripensata per accogliere attività culturali e momenti di incontro.

È così che nasce il “Teatrino delle Botti”, uno spazio ricavato proprio all’interno della cantina, tra botti di legno e vasche di cemento. Qui, negli anni, hanno trovato posto concerti e incontri, che trasformano l’azienda agricola in un luogo di relazione con il territorio. Le attività culturali sono diventate così una parte integrante del progetto della fattoria sociale e i ragazzi coinvolti nei tirocini partecipano anche all’organizzazione degli eventi, contribuendo a dare visibilità alle iniziative e creando occasioni di incontro con la comunità.

In questo modo la cantina si trasforma in uno spazio capace di tenere insieme lavoro, cultura e relazioni, rafforzando quel legame tra agricoltura e inclusione che è alla base dell’esperienza della Cantina Tavagnacco.

SBIRF, lo spumante che racconta una storia di inclusione

team di SBIRF
PH SBIRF

Se la fattoria sociale rappresenta il cuore del progetto della Cantina Tavagnacco, c’è anche un vino che è diventato il simbolo di questo percorso e che risponde all’esigenza di sintetizzare la molteplicità e la ricchezza delle attività di inclusione portate avanti dell’azienda. Si chiama SBIRF ed è uno spumante naturale ottenuto da uve Ribolla Gialla, nato quasi spontaneamente all’interno della vita della cantina.

L’idea prende forma grazie all’incontro con una giovane enologa austriaca arrivata a Cividale attraverso la rete internazionale WWOOF, che mette in contatto aziende agricole biologiche e volontari interessati a fare esperienza in campagna. “È stata lei a proporci di provare a fare uno spumante con il metodo ancestrale”, racconta Nitti, ricordando l’inizio di un percorso che ha coinvolto anche i ragazzi della fattoria sociale.

Il metodo utilizzato è quello dell’imbottigliamento del vino durante la prima fermentazione, lasciando che il processo si completi naturalmente in bottiglia senza l’aggiunta di lieviti o zuccheri esterni. Una scelta che richiede più attenzione e lascia spazio a piccole differenze tra una produzione e l’altra, ma che restituisce un vino fresco e diretto.

Per Nitti, però, il valore di SBIRF non è soltanto nel metodo produttivo. È anche nel significato che questo vino ha assunto all’interno del progetto della cantina: “È un prodotto che racconta la nostra storia”. Non solo perché nasce da un percorso condiviso, ma anche perché lo spumante porta con sé, quasi per definizione, una dimensione conviviale e sociale. È il vino delle occasioni speciali, degli incontri, dei festeggiamenti, e non è un caso che proprio un prodotto di questo tipo sia diventato il simbolo di un progetto che tiene insieme lavoro agricolo, inclusione e comunità.

Uno spumante che nasce dalla vigna ma che, come l’esperienza che lo ha generato, parla soprattutto di relazioni. Alla Cantina Tavagnacco il vino diventa così un punto di incontro tra persone, storie e percorsi diversi, dimostrando come l’agricoltura possa trasformarsi in uno strumento concreto di inclusione sociale, capace di unire lavoro, cultura e comunità. Esperienze come quella della Cantina Tavagnacco, altre che abbiamo raccontato negli anni sul Giornale del Cibo come quella dell’Osteria la Tela o degli orti urbani di Messina,  mostrano quanto il mondo agricolo possa contribuire a costruire percorsi di autonomia e partecipazione. Conosci altre realtà che utilizzano il cibo o l’agricoltura come strumenti di inclusione sociale? Raccontacelo nei commenti.

 

Immagine in evidenza di: barmalini/shutterstock

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