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In che modo l’agroalimentare italiano può uscire dalla crisi post lockdown? Intervista a Luigi Scordamaglia

Matteo Garuti
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Indice

    Tre mesi di chiusura hanno inciso sull’agroalimentare italiano, che pure non si è mai fermato, per garantire le forniture. Del resto, il blocco e la riapertura a rilento dei ristoranti, con le conseguenze che abbiamo approfondito con Luciano Sbraga di Fipe, non poteva che riflettersi sulla produzione, penalizzata anche dal netto calo delle esportazioni. Ma qual è stato l’impatto del lockdown per l’agroalimentare italiano? Ecco l’intervista a Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia con il quale abbiamo indagato il tema per conoscere cosa si sta facendo per superare la crisi.

    Lockdown e agroalimentare italiano: intervista a Luigi Scordamaglia

    Fornaio con mascherina

    Nakleyka/shutterstock.com

    Introducendo le sue considerazioni, Luigi Scordamaglia precisa subito un aspetto che l’attualità degli ultimi mesi ha spesso portato a fraintendere: “è sbagliato pensare che a causa della mancata chiusura delle produzioni alimentari – indispensabile per assicurare l’approvvigionamento – il settore abbia sofferto di meno. Non è affatto così, perché si può produrre guadagnando o perdendo, e l’agroalimentare oggi è in difficoltà”.

    Secondo l’intervistato, questa situazione si spiega perché il settore, pur mantenendosi operativo, “ha dovuto adottare da subito misure che si sono rivelate efficaci nella protezione dei lavoratori, ma inevitabilmente hanno portato a ridurre la produttività, con un rallentamento della catena, dovuto al distanziamento interpersonale e alla mancata sovrapposizione dei turni. Peraltro, bisogna sottolineare che nell’industria alimentare l’incidenza di casi Covid-19 è bassissimo. Il danno maggiore, però, deriva dalla chiusura dei ristoranti: in Italia, il fuori casa vale circa 80 miliardi di euro, su un totale di 250 miliardi di consumi alimentari. Quindi, almeno il 30% del fatturato dell’industria alimentare è legato al canale del food service”.

    Il consigliere delegato di Filiera Italia aggiunge che “l’impatto negativo ha pesato maggiormente sulle aziende più specializzate e su quelle che puntano sulla qualità. Il settore vinicolo, ad esempio, è stato particolarmente colpito, con perdite fino al 40%, soprattutto nelle produzioni più pregiate. La situazione è analoga per formaggi e salumi, e anche in questo caso i prodotti di grande pregio hanno subito le conseguenze peggiori”.

    I provvedimenti contro la perdita di occupazione

    Come per la ristorazione, i danni all’agroalimentare fanno temere notevoli ripercussioni sull’occupazione nel lungo periodo, anche se “al momento è difficile fare una stima, perché le conseguenze negative, fortunatamente, sono state tamponate dalla cassa integrazione, peraltro anticipata da moltissime aziende ai loro dipendenti. A differenza di altri settori, come la stessa ristorazione, nell’industria alimentare questo provvedimento ha consentito di arginare la perdita di posti di lavoro, ma questo non potrà durare in eterno. Come abbiamo chiesto, sembra che il governo sia deciso a prorogare la cassa integrazione fino alla fine dell’anno, scelta che eviterebbe il buco di due mesi nella stagione estiva, creatosi tra Decreto Cura Italia e Decreto Rilancio, in cui da un alto vige il divieto di licenziamento fino al 17 agosto, ma dall’altro per luglio e agosto la cassa non è prevista. Con queste correzioni, riteniamo di poter contenere le perdite occupazionali, ma è fondamentale che la filiera agroalimentare riparta”.

    Nella produzione agricola, invece, il problema è opposto, perché “stiamo assistendo a un incremento dei prezzi di alcune materie prime frutta e verdura, in particolare legato a una mancata disponibilità di un terzo delle produzioni nazionali, in gran parte dovuto alla carenza di manodopera nei campi”.

    Agroalimentare: le realtà più penalizzate dopo la riapertura 

    Ristoratori con mascherina

    David Tadevosian/shutterstock.com

    Come abbiamo constatato nella nostra intervista a Luciano Sbraga di Fipe, la ristorazione è in cima alla triste classifica delle attività più danneggiate dalla chiusura prolungata, aspetto confermato da Luigi Scordamaglia, che aggiunge alcune considerazioni. “Credo che il caso dei ristoranti sia emblematico, perché evidenzia tutto ciò che non bisognerebbe fare, soprattutto sul piano della comunicazione. In un primo momento, infatti, sono stati bersaglio di un allarmismo generalizzato, dove venivano considerati grandi diffusori di infezione, al di là di quanto la realtà mostrasse. Alla riapertura non si sono verificati focolai presso i ristoranti, che peraltro ora devono lavorare con il doppio dei costi di gestione e il 60% in meno dei posti a sedere. Quello che pesa oggi, però, è soprattutto il timore del cliente, anche se sappiamo che, almeno a livello clinico, il virus non ha più l’impatto di prima”.

    Come favorire la ripresa del settore agroalimentare

    Per rimediare, almeno in parte, a questi danni e sostenere la riapertura dei locali, secondo l’intervistato “bisogna comunicare efficacemente che la situazione è cambiata. Il ristorante non deve essere vissuto come un luogo da temere, ma ci si può tornare con fiducia, insieme a familiari e amici. Vanno recuperati sia la convivialità a tavola sia la conoscenza e il valore del cibo, che solo un bravo ristoratore può dare. Fin quando la comunicazione non sarà focalizzata per aiutare a superare le paure, non si potrà immaginare una vera ripresa economica. Per di più, se le attività faticano ad accedere alla liquidità per complessità burocratiche o questioni bancarie o non ricevono rapidamente la cassa integrazione, mi pare che le possibilità di sopravvivenza siano poche. Il primo passo, però, è smettere di veicolare allarmismo sui ristoranti e comunicare correttamente la sicurezza, che gli esercizi pubblici e ristorazione si stanno impegnando a garantire. Altrettanto importante è semplificare la modulistica di accesso ai 30mila euro di liquidità come si sta cercando di fare con il Decreto Rilancio manlevare le banche dall’eventuale rischio nella valutazione del credito e, per quanto possibile, tagliare le tasse”.

    Donna mascherina supermercato

    eldar nurkovic/shutterstock.com

    Qualcuno può uscire prima (e meglio) dalla crisi?

    Nella volontà di superare il momento, è interessante sapere quali realtà potranno uscirne più agevolmente. Scordamaglia sottolinea che “le aziende più specializzate nella vendita al dettaglio verso la grande distribuzione o il normal trade hanno sofferto meno. Viceversa, le più colpite sono le filiere di grande qualità, soprattutto delle eccellenze del Made in Italy, ma al momento nessuno prospera. Se la GDO ha vissuto una certa crescita, purtroppo per settembre si prevede un calo del potere d’acquisto dovuto all’impoverimento delle famiglie, quindi nessuno esce avvantaggiato. Nella fase di emergenza, si sono registrati consumi maggiori di certi prodotti, come la carne in scatola, la farina o il latte a lunga conservazione, ma non è questo che fa la differenza nel conto economico di un’azienda”.

    L’applicazione delle misure di sicurezza nell’agroalimentare

    Per tutte le categorie produttive, non è facile seguire le norme basate sul distanziamento. Tuttavia, come puntualizza Scordamaglia, rispetto ad altre industrie del manufatturiero le filieri alimentari “in un certo senso sono partite avvantaggiate, perché già applicavano criteri operativi piuttosto rigidi, finalizzate a evitare la contaminazione del prodotto. Ovviamente, ci sono stati interventi significativi: pensiamo ad esempio alle termocamere ai tornelli, ai turni differenziati più brevi, a un accesso differenziato alla mensa e ai locali di ristoro, al distanziamento degli operatori sulla linea produttiva, con un rallentamento della stessa, per evitare il ravvicinamento. Si tratta di misure applicate con facilità e successo, visti i risultati, ma che hanno portato a un incremento notevole dei costi”.

    Misure di sicurezza agroalimentare

    TRMK/shutterstock.com

    Rilanciare le esportazioni e superare le paure immotivate

    Quando nel Nord Italia l’epidemia divampava, all’estero le nostre produzioni alimentari erano state additate – senza fondamento – come possibili fonti di contagio. Ricostruendo i fatti, Scordamaglia precisa che “fino al primo trimestre 2020, l’esportazione andava molto bene, ma da aprile i risultati riportano un calo a due cifre. In un primo momento, c’è stata una criminalizzazione del prodotto italiano, quando da fuori sembrava che solo il nostro Paese avesse a che fare con il coronavirus. C’era chi richiedeva certificati virus-free, sull’onda di paure scientificamente infondate, ma in seguito Efsa e altri organismi internazionali hanno dichiarato illegittima tale pretesa sui prodotti alimentari, che non avevano nessun ruolo nella trasmissione del virus, che peraltro nel frattempo si era già diffuso globalmente. A maggior ragione, quindi, non aveva più senso penalizzare il cibo Made in Italy”.

    Per le esportazioni, tuttavia, le difficoltà non si limitato a questo episodio. “Gli ostacoli che ci sono stati ai confini – ricordiamo in particolare il blocco austriaco del Brennero hanno inciso in negativo. Oggi il problema persiste nei nostri mercati di esportazione, soprattutto Germania, Francia e Stati Uniti, Paesi che come noi hanno subito l’infezione e hanno chiuso le catene del fuori casa e del food service, portando a una riduzione nelle vendite delle nostre eccellenze alimentari, una situazione che richiederà tempo per essere recuperata. Lunedì 8 giugno abbiamo firmato il patto per l’export con il ministro Di Maio, che prevede una grande campagna di coutry branding, per rilanciare l’Italia in tutte le sue componenti. Agroalimentare, turismo e territori avranno un ruolo preminente, per comunicare al mondo sicurezza, qualità ed eccellenza”.

    Proposte per tutelare la filiera alimentare

    Nelle ultime settimane, l’attualità ci ha proposto diverse ipotesi per uscire dalla crisi e sostenere le attività economiche nella delicata fase di ripresa. Anche se i concetti di base sono analoghi, le ricette si distinguono per le linee di indirizzo e le priorità da seguire. Per Luigi Scordamaglia, “occorre fare arrivare liquidità ai ristoranti e bloccare immediatamente l’Irap e le altre tasse sull’occupazione e su tutta la filiera, semplificando la burocrazia. Il governo ha adottato misure utili con risorse importanti, peccato che una certa procedura burocratica stia impedendo di sfruttare a pieno le misure”.

    La filiera, secondo l’intervistato, deve essere ristrutturata, accorciata e semplificata, favorendo le integrazioni. “Oggi, infatti, assistiamo a situazioni scarsamente comprensibili, come la crisi del prezzo del latte alla stalla, mentre i costi finali dei latticini per i consumatori aumentano, evidenziando l’effetto negativo dei passaggi intermedi. Perciò, è fondamentale togliere ogni fase intermedia e speculativa, anche attraverso contratti certificati, garantiti e sostenuti dallo Stato, e su questo stiamo lavorando. Serve una filiera più integrata, efficiente e meno dispersiva in termini di prezzo, a vantaggio dei consumatori come dei produttori”.

    Nella visione delineata da Scordamaglia, si tratta quindi di “un cambio strutturale, che la reazione all’epidemia ha accelerato, perché ha fatto comprendere l’importanza delle filiere nazionali per i beni di prima necessità. Che si parli di grano, carne o mascherine chirurgiche, infatti, non si può smantellare la produzione interna per comprare tutto dall’estero, solo perché i costi sono inferiori. Questa situazione ha riportato al centro il tema dell’autosufficienza, dando una nuova valenza geopolitica al cibo e alla terra, che presuppone l’incentivo e la valorizzazione delle filiere produttive nazionali, riducendo la dipendenza dall’estero. Il processo era già in atto, ma questa emergenza lo ha attualizzato fortemente”.

    Rapporto Stato-Regioni e riforme attese da anni

    Anche al di là del dato puramente economico, la gestione della crisi ha palesato problemi di interazione di carattere amministrativo, a loro volta dannosi per il tessuto produttivo. Per Scordamaglia, “questi mesi hanno messo in luce l’inadeguatezza del rapporto fra governo centrale e Regioni, un’organizzazione che non funziona. Una riforma istituzionale in questo senso, pertanto, sarebbe indispensabile per ammodernare il Paese. Parlando invece della polemica sulle risorse europee e sui presupposti alle quali potrebbero essere condizionate, forse la cosa più positiva è proprio quella più criticata. L’Europa, infatti, le ha subordinate a condizionalità, e non si tratta di decimali di bilancio nei conti pubblici, bensì di priorità nella riorganizzazione del Paese. Se per usufruire di questi capitali vengono richieste riforme della giustizia e della burocrazia e investimenti mirati, è evidente che la questione diventa delicata e complessa per l’Italia, che le attende da decenni. A mio avviso, quindi, ben venga questo tipo di condizionalità”.

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista e sommelier e ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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