Migrateful

Quando la cucina fa superare le barriere: ecco il progetto Migrateful

Giulia Ubaldi
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    In un mondo dove il “diverso”, o meglio, il presunto tale, fa sempre più paura, assumono maggiore importanza quei progetti che vanno in direzione opposta, cioè che valorizzano la diversità come una ricchezza. E lo fanno proprio a partire dalla cucina, come nel caso di Riace, in Calabria, di cui vi avevamo già parlato, o della pitta di Camini. Questa volta ci spostiamo un po’ più in su, a Londra, e vi raccontiamo di quella meravigliosa realtà che è Migrateful (già ci piace dal nome, cioè “pieno di migrare, migranti”), che organizza corsi di cucina tenuti da rifugiati, migranti e richiedenti asilo provenienti da tutto il mondo. Scopriamo com’è nato il progetto e come si è evoluto negli anni.

    Come nasce Migrateful? 

    Migrateful progetto

    migratefulUK/facebook.com

    Migrateful nasce nel luglio del 2017, durante alcune discussioni tra donne rifugiate a Londra, in quanto parte del progetto al Time Bank presso la Tower Hamlets. Erano donne tutte qualificate, che però non lavoravano a causa di varie barriere, in primis linguistiche, e così i loro titoli continuavano a non essere riconosciuti. “La nostra missione di trovare lavoro sembrava impossibile, a causa delle barriere legali, linguistiche e sociali. E non essere in grado di provvedere a se stesse e alle proprie famiglie stava iniziando ad avere su di noi effetti veramente devastanti” ci racconta una di loro.

    Finché un giorno, alla domanda sulle abilità che potevano condividere con il gruppo, molte di loro hanno risposto che sapevano cucinare. Ed è stato in quel preciso momento che a Jess Thompson è venuta l’idea di Migrateful, con l’obiettivo di far entrare queste donne nel mondo del lavoro aiutandole a condividere le loro incredibili abilità culinarie.

    Migrateful, dai corsi di cucina a luogo di scambio culturale 

    Corsi di cucina Migrateful

    migratefulUK/facebook.com

    Migrateful, oggi, organizza corsi di cucina tenuti da rifugiati, richiedenti asilo e migranti con varie provenienze differenti. In questo modo, finalmente, sempre più persone sono riuscite ad accedere al mondo del lavoro, ma non solo. Migrateful, infatti, è diventato anche l’occasione per imparare l’inglese, e quindi superare parte di quelle barriere iniziali; e, poi, soprattutto, di creare un contatto e rapporto di scambio e fiducia con gli altri insegnanti e con chi viene a fare i corsi. Per questo si parla di ricette che, prima di tutto, ricostruiscono vite. “Migrateful cerca di sostenere i migranti in diversi modi, dall’inserimento professionale con un reddito fisso a un’integrazione più generale. Per questo diamo ai nostri chef reti sociali più ampie, come corsi di lingua inglese più approfondita. Ma soprattutto gli diamo fiducia” ci spiega il il fondatore Jess.

    Così, dal sentirsi un problema, o un peso per la società, oggi sono diventati insegnanti che con tanto da raccontare, oltre alla cucina. Per questo, negli ultimi anni Migrateful è diventato un modello da seguire che ha avuto un successo incredibile, forse perché, come sempre, passando dal (buon) cibo e dalla tavola ci si ritrova sempre più vicini di quel che si crede. E poi è un luogo di scambio culturale incredibile, dove la cucina finisce per essere solo il pretesto di un movimento di saperi e di rapporti molto più ampio. Come dice una di loro, “Migrateful ci dà la sensazione di far parte di una famiglia, cosa che ci mancava da tempo”.

    Chi sono le persone che fanno parte di Migrateful 

    Migrateful personale

    migratefulUK/facebook.com

    A far parte di Migrateful ci sono varie persone, ma in primis, non possiamo non citare il fondatore, Jess Thompson. Jess ha lavorato due anni e mezzo in prima linea per sostenere migranti e rifugiati a Ceuta, in Marocco, al confine con la Spagna, poi nel campo profughi di Dunkerque in Francia e infine a Londra, dove ha avuto questa intuizione geniale.

    Ma Migrateful non sarebbe possibile senza tutti gli altri che hanno creduto e oggi fanno parte del progetto insieme a lui, come Anne Condé, che si è formata nel mondo del teatro contemporaneo, delle arti e delle imprese sociali e oggi si occupa della formazione degli chef; Stephen Wilson, capo della formazione dei cuochi, chef esperto e insegnante di cucina con esperienze che vanno dal lavoro in ristoranti stellati Michelin alla ristorazione collettiva in progetti comunitari; o di Sana Barclay, appassionata dell’uso del cibo come mezzo per la costruzione di una comunità, che organizza le attività in cucina e funge da collegamento tra chef e volontari; o ancora, Tomi Makanjuola, chef e blogger vegana specializzata in cucina nigeriana, che utilizza il suo background nella creazione di contenuti online per gestire la strategia di marketing e i canali dei social media. Poi c’è Elizabeth Kolawole-Johnson che si è formata come psicologa in Nigeria prima di trasferirsi nel Regno Unito, dieci anni fa, ed è entrata a far parte di Migrateful come chef nel 2017, riuscendo a regolare definitivamente il suo stato nel 2018. Oggi è Event Coordinator e tal proposito dice: “Questa esperienza mi ha cambiato la vita, rendendola perfetta”.

     

    Ma questo progetto è diventato anche oggetto di studio: Andrea Merino-Mayayo, ad esempio, cresciuto a Madrid, appassionato di cibo e cucina, è arrivato a qui facendo un master e oggi si occupa di altre richieste di prenotazione come Bookings Manager. Infine, ci sono vari fiduciari, come Isabel Sachs, manager artistica e culturale che ha iniziato a fare volontariato presso Migrateful nel 2018 e ha sostenuto l’espansione delle attività; Emily Miller, grazie alla quale oggi una volta al mese vengono tenute le lezioni al Migration Museum di Londra.

    Gli chef di Migrateful 

    Donne Migrateful

    migratefulUK/facebook.com

    “Siamo orgogliosi di avere chef provenienti da oltre 20 paesi diversi, ognuno con le sue competenze, conoscenze e ricette uniche”. Tra questi Habib Sedat, che fa parte degli ex-studenti chef Migrateful: Habib è riuscito a sfuggire ai talebani, usando il cibo come strumento per sopravvivere nell’esercito afghano, nel campo profughi di Calais fino ad arrivare a Londra. “Insegnare ai corsi di cucina mi ha permesso di incontrare molte persone e provare un senso di appartenenza; mi sono sentito per la prima volta apprezzato e ho iniziato ad avere fiducia in me stesso, tant’è che sto pensando di avviare una mia azienda alimentare in Afghanistan” racconta.

    Majeda, invece, è stata incarcerata dal governo siriano per aver contribuito a nutrire le persone le cui case erano state bombardate durante la guerra. È riuscita a fuggire dalla Siria e la cucina è il suo modo per continuare l’attivismo politico anche in esilio. O ancora, la chef nigeriana Elizabeth che ha lasciato una carriera di successo in Nigeria per venire nel Regno Unito con le sue sorelle dopo la morte della madre e ha aspettato 8 anni il permesso, senza ricevere nessun aiuto o sussidio durante l’attesa. Poi c’è Elahe, costretta a lasciare la sua carriera di psicologa in Iran e ha lottato per trovare lavoro nel Regno Unito e imparare l’inglese finché non ha trovato Migrateful. E così via, in questo crocevia continuo di persone che vanno e vengono, e che qui non troveranno mai le porte chiuse.

    Alla scoperta di nuovi piatti e delle loro presunte origini

    Piatti Migrateful

    migratefulUK/facebook.com

    Le lezioni di cucina di Migrateful sono sempre l’occasione per conoscere nuovi piatti, ma soprattutto per discutere sulle loro storie e sulle loro “presunte vere” origini. Tra questi, ad esempio, oltre all’hummus, ci raccontano un episodio emblematico a proposito del babaganoush: “in una conversazione con uno dei nostri chef siriani, Yusuf, stavamo parlando degli ingredienti del famoso piatto mediorientale e lui ha elencato melanzane, aglio, tahini…. Dall’altra parte del tavolo, un altro chef, ascoltando la nostra conversazione, ha corretto la sua lista e gli ha assicurato che il piatto era dello Yemen, e ha insistito sul fatto che includesse coriandolo e cumino. Questi episodi sono all’ordine del giorno, non ti dico durante la Settimana del Rifugiato che si tiene ogni anno a Londra!”.

    Ma queste piacevoli e spesso divertenti dispute sono la prova che il babaganoush, così come tante altre specialità, si possono gustare in diverse varianti dalla Siria e la Giordania al Libano e alla Palestina, o ancora all’Egitto e alla Turchia. E ognuno di questi paesi sarà pronto a giurare e spergiurare di essere la sola e unica “vera” patria di quel piatto! Lo stesso è successo anche con i falafel: durante una riunione alcuni sostenevano che fossero stati inventati in Egitto circa 1000 anni fa, mentre altri non avevano dubbi sulle origini arabe e turche. Insomma, ennesima conferma di quanto in Medio Oriente – e in generale tra i paesi che affacciano sul Mediterraneo – ci siano tradizioni alimentari condivise, simili e vicine seppur nelle loro differenze. E durante le lezioni di cucina di Migrateful si impara prima di tutto questo.

     

    Se non avete modo di andare a Londra, non preoccupatevi: tengono sempre molto aggiornato il loro sito, su cui caricano due ricette nuove ogni settimana. Allora, ci raccontate quale avrete provato a fare a casa?

    Giulia Ubaldi

    Antropologa del cibo, è nata a Milano, dove vive e scrive per varie testate, tra cui La Cucina Italiana, Scatti di Gusto, Vanity Fair e le Guide Espresso. Il suo piatto preferito sono gli spaghetti alle vongole, perché per lei sono diventati un'idea platonica: "qualsiasi loro manifestazione nella realtà sarà sempre una pallida copia di quella nell'iperuranio". Nella sua cucina non mancano mai pistilli di zafferano, che prima coltivava!"

    2 responses to “Quando la cucina fa superare le barriere: ecco il progetto Migrateful”

    1. Avatar Luciana says:

      Che bello! Una piacevolissima scoperta.

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