prosek croato

Prošek: avviato l’iter per il riconoscimento europeo del vino croato che diventa un caso

Giulia Zamboni Gruppioni Petruzzelli
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    Si preannuncia un autunno particolarmente caldo per le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, ma il clima per una volta non c’entra. A far salire la “temperatura” è la recente richiesta da parte della Croazia di ottenere il riconoscimento della denominazione del vino Prošek. Richiesta accolta dall’Unione Europea, che procederà alla pubblicazione della domanda in Gazzetta Ufficiale.

    Non si tratta quindi di un sì definitivo e nei prossimi due mesi rimarrà aperta l’interrogazione per presentare argomentazioni a favore e contro, ma Ministero e Associazioni di Categoria esprimono già dissenso e preoccupazione per una menzione che, dicono, se attuata potrebbe danneggiare produttori e consumatori.

    Prošek e Prosecco: parole simili, sostanza diversa

    Il rischio è che l’assonanza del nome croato finisca per confondere chi invece intende acquistare il vino italiano, intaccando così un mercato da record: +35% di export globale di Prosecco nei primi sei mesi del 2021, secondo i numeri di Coldiretti. Se l’etichetta può trarre in inganno, la sostanza fuga ogni dubbio: Prosecco e Prošek non sono la stessa cosa, neanche lontanamente.

    prosek vino

    Demina Viktoriya/shutterstock.com

    Il primo è una delle bollicine più rinomate al mondo, prodotto unicamente tra le vigne del nord-est italiano dalle uve di tipo Glera. Il secondo, invece, è un vino da dessert di colore ambrato intenso, ricavato da vitigni autoctoni della Croazia, e decisamente simile a un passito.

    Entrambi possono accompagnare occasioni speciali o pasti di una certa importanza (in momenti diversi), ma tra loro non hanno nulla in comune se non, appunto, una certa sfortunata coincidenza nominale.

    La conseguenze del riconoscimento europeo, “sbagliato e incoerente”

    L’eventuale approvazione da parte dell’Europa, fa sapere sempre Coldiretti, costituirebbe un precedente pericoloso per altri casi simili (come il Meer-secco, il Kressecco, il Semisecco, il Consecco e il Perisecco tedeschi e così via), che l’UE invece si è impegnata a contrastare.

    Si torna così a parlare di italian sounding e di falso Made in Italy, un problema che riguarda numerose eccellenze italiane, dal formaggio ai pomodori, contraffatte e vendute come autentiche in tutto il mondo.

    prosecco

    Victoria Ashman/shutterstock.com

    E i toni non sono dei più concilianti. Da più parti emerge un giudizio fortemente critico circa la decisione di Bruxelles, che Confeuro definisce “un grave errore” che mina “la credibilità dell’Europa”. Sulla stessa linea anche Cia – Agricoltori Italiani che condanna la “posizione incoerente e ai limiti della follia” della Commissione; mentre il Consorzio di tutela Prosecco Doc, attraverso le parole del presidente Stefano Zanette al Sole24Ore, si è detta pronta a presentare le proprie osservazioni per scongiurare un evento grave, “le cui derive sono facilmente intuibili”.

    Anche il parere del Mipaaf (Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) non si è fatto attendere: oltre alle dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario Centinaio a varie testate nei giorni scorsi, l’opposizione al riconoscimento del vino croato si legge bene in una nota ufficiale in cui viene citato anche il recentissimo caso dello “Champanillo” spagnolo.

    Champillo spagnolo, Tocai friulano e Prošek croato, una questione di nomi (e di qualità)

    Non è la prima volta infatti che l’UE si trova a dirimere questioni legate all’ambivalenza delle nomenclature e alla loro paternità che abbondano nel settore enologico. È il caso del “Champanillo” catalano, nota catena di bar tapas il cui nome richiama il noto vino frizzante (in spagnolo significa “champagnino”, piccolo champagne) evocato anche dalla grafica del logo con due calici di spumante che brindano. La somiglianza grafica e fonetica tra il prodotto francese e il servizio iberico è stata ritenuta ingannevole, e la Corte di Giustizia ha ribadito la necessità di tutelare la DOP da imitazioni di ogni tipo.

     

    Una posizione simile a quella adottata ormai qualche anno fa sul dibattito riguardante il Tokaij ungherese e l’omonimo italiano. Dal 2008 quello che fino ad allora era noto come Tocai Friulano è stato ribattezzato solo “Friulano” per evitare sovrapposizioni fraudolente con l’indicazione geografica protetta presente in Ungheria (anche se a giugno scorso il presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Piero Mauro Zanin, aveva manifestato la sua intenzione a riaprire il dossier).

    A queste stesse ragioni, ovvero l’impegno dell’UE a proteggere DOP e IGP, si è appellato anche Paolo De Castro, coordinatore del Gruppo S&D della commissione Agricoltura del Parlamento europeo, in una lettera inviata a Janusz Wojciechowski, commissario all’Agricoltura Ue. Secondo De Castro, infatti, Prošek non sarebbe altro che la traduzione dell’italiano Prosecco che, peraltro, dal 2019 identifica anche un luogo patrimonio dell’Unesco e, come tale, meritevole di tutela.

    A nulla per ora sembrano essere valsi i tentativi di Zagabria di smorzare la querelle proponendo di affiancare al nome del vino l’aggettivo “dalmata” anche in etichetta per orientare meglio l’acquisto.

    In attesa che l’iter parlamentare faccia il suo corso, si può allora cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno rilevando la quantità di eccellenze enogastronomiche che l’Europa può vantare.

    E voi cosa ne pensate della diatriba tra Prosecco e Prošek?

     

    Giulia è nata a Bologna ma geni, pancia e cuore sono pugliesi. Scrive principalmente di tendenze alimentari e dei rapporti tra cibo e società. Al mestolo preferisce la forchetta che destreggia con abilità soprattutto quando in gioco c'è l'ultima patatina fritta. Nella sua cucina non deve mai mancare... un cuoco!

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