dipendenza da zucchero

Dipendenza da zucchero: esiste davvero e quanto è pericolosa?

Matteo Garuti
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    Sulla dipendenza da zucchero sono stati condotti diversi studi, dove si evidenzia la capacità di questo ingrediente di condizionare il comportamento delle cavie, agendo sui meccanismi cerebrali del piacere e della ricompensa. Le reali conseguenze sugli esseri umani, tuttavia, non sono del tutto certe, come non è chiara la prevalenza, in termini di assuefazione, del più popolare fra i dolcificanti rispetto ad altri ingredienti e cibi. Dopo aver approfondito i danni dovuti a un consumo smodato di saccarosio, questa volta cercheremo di capire se la dipendenza da zucchero è un rischio reale, riportando i risultati di alcune delle ricerche più significative condotte finora e attraverso le considerazioni del professor Enzo Spisni, fisiologo della nutrizione dell’Università di Bologna.

    Dipendenza da zucchero: cosa dicono le ricerche?

    L’idea che il più comune fra gli ingredienti alimentari possa instaurare un meccanismo vizioso, in qualche modo paragonabile a quello indotto dalle droghe, non può che apparire inquietante. Anche se il tema sembra insolito, la bibliografia delle pubblicazioni sulla dipendenza da zucchero è ormai piuttosto ricca, con numerosi studi condotti negli ultimi dieci anni.

    Nel 2008 fece discutere una ricerca dell’Università di Princeton, che dette l’avvio a questo particolare approfondimento su un ingrediente da sempre croce e delizia dei golosi. Gli scienziati sottoposero a dei ratti dosi elevate di acqua e zucchero, e nel giro di tre settimane gli animali palesarono un comportamento simile a quello dei tossicodipendenti in astinenza, con evidenti segni di frenesia e impazienza. Come avviene con l’assunzione di droga, con un’azione analoga il consumo di saccarosio si dimostrò associato a un aumento nel cervello della dopamina, sostanza legata al meccanismo della ricompensa. In quella ricerca vennero condotti altri esperimenti con i ratti e lo zucchero, che avvalorarono l’idea – pur limitata ai ratti – dell’esistenza di un nesso tra la dipendenza da sostanze stupefacenti e lo sviluppo di un desiderio morboso di sapore dolce.

    L’ipotesi secondo la quale i risultati potessero essere validi anche per l’essere umano, tuttavia, è rimasta in campo. Anche se gli altissimi dosaggi sperimentati in laboratorio non hanno un riscontro nel nostro consumo quotidiano, i risultati sono stati significativi per la ricerca sui disturbi del comportamento alimentare, come binge eating e bulimia.

    zucchero dipendenza

    Pressmaster/shutterstock.com

    Queste deduzioni sulla dipendenza da zucchero sono state sostanzialmente confermate da altre ricerche del 2010 e del 2013, mentre una revisione del 2017 pubblicata sul British Journal of Sports Medicine ha dato nuovo risalto al tema.

    Le conclusioni, infatti, sostenevano addirittura che il saccarosio sarebbe in grado di indurre effetti psicoattivi – quali l’abuso e i desideri impulsivi – sovrapponibili, se non superiori, a quelli di altre sostanze stupefacenti. I ratti da laboratorio resi dipendenti dalla cocaina, se posti alla scelta tra questa sostanza e lo zucchero, opterebbero per lo zucchero. Questo ingrediente, inoltre, non sarebbe soggetto a meccanismi di repulsione naturali, pertanto, in assenza di una sorta di sistema di sicurezza per impedirne l’ingestione, la voglia di zucchero sarebbe praticamente infinita. Perdipiù, secondo questa review, “sia negli animali che nell’uomo, le prove in letteratura mostrano parallelismi e sovrapposizioni sostanziali tra droghe e zucchero, dal punto di vista della neurochimica cerebrale e del comportamento”.

    Le differenze nella risposta al consumo di saccarosio resta geneticamente differenziata fra gli individui, tuttavia, l’uso di questo ingrediente resta indiscutibilmente un potenziale fattore di rischio dell’alimentazione contemporanea. Il dibattito riguardo alla dipendenza da zucchero sugli esseri umani, invece, resta aperto.

    Il parere di Enzo Spisni: poco zucchero e meno allarmismo

    consumo zucchero

    hurkin_son/shutterstock.com

    Per approfondire l’argomento, abbiamo interpellato il professor Enzo Spisni dell’Università di Bologna, che avevamo già ascoltato parlando della scelta dei dolcificanti naturali migliori per la nostra alimentazione. “La sperimentazione scientifica dimostra che lo zucchero si comporta come una sostanza da dipendenza nei topi e nei ratti, aspetto dal quale nascono le osservazioni che lo paragonano alle droghe. Tuttavia, gli studi sugli esseri umani non hanno prodotto risultati identici”, afferma Spisni. Quindi, anche se alcuni effetti dello zucchero vanno nella direzioni delle sostanze da abuso, complessivamente non possiamo associarlo agli stupefacenti.

    Il professore precisa che lo zucchero interferisce coi meccanismi della fame, e mangiandolo si avverte molta meno sazietà rispetto ad altri cibi. Poco dopo un pasto ricco di saccarosio, ci si ritrova fisiologicamente più affamati rispetto a un pasto bilanciato e privo di cibi zuccherati. A differenza degli altri alimenti, sono proprie del saccarosio due tipologie di “ricompensa”. La prima è quella calorica, che in questo caso è scarsa, perché, come detto, lo zucchero sazia pochissimo. Viceversa, per questo prodotto è fortissima la ricompensa dovuta al sapore dolce e alla palatabilità. La somma di queste due componenti costituisce quello che gli studi hanno assimilato al potere di assuefazione, dovuto alla capacità di interferire sulla sintesi della dopamina, aspetto tipico delle sostanze in grado di creare dipendenza.

    Meglio parlare di dipendenza da cibo

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    Andrey_Popov/shutterstock.com

    Secondo il professor Spisni, è più corretto parlare di dipendenza da cibo, perché gli studi condotti sull’uomo dicono che in realtà la dipendenza da zucchero non è completamente dissociabile da quella dai grassi, che si comportano in modo simile. Pertanto, può esistere un’assuefazione di questo tipo, ma è sbagliato affermare l’esistenza esclusiva di quella dovuta al saccarosio. Negli obesi, in genere, si osserva una generale dipendenza da cibo, ma molti di questi soggetti non necessariamente mangiano tanti dolci. Non a caso, l’industria alimentare non gioca solo sullo zucchero per rendere desiderabili i suoi prodotti, ma anche sui grassi e sul sapore salato, e in generale sulla facile palatabilità degli alimenti confezionati.

    Lo zucchero non è una droga, ma…

    In sostanza, secondo Spisni, sul piano comunicativo ha poco senso demonizzare questo prodotto, associandolo agli stupefacenti. “Lo zucchero non è sempre stato presente nell’alimentazione umana, dove comunque è entrato da decenni. I nostri nonni e bisnonni lo usavano già, in piccole quantità, ma nessuno aveva comportamenti associabili alla dipendenza. Questa deriva estrema probabilmente si può instaurare, ma con livelli di consumo molto alti e lontani dall’uso normale”. Mangiare piccole quantità di saccarosio, quindi, non costituisce un problema, l’importante è avere equilibrio, usandolo con estrema moderazione. “Le grandi quantità di zucchero fanne sempre male e possono diventare pericolose, forse persino arrivando a dare dipendenza”.

    Abituarsi fin da piccoli al sapore dolce fa male

    consumare zucchero da bambini fa male

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    Il professore precisa un concetto importante riguardo alla presunta dipendenza da zucchero, che andrebbe riconsiderata soprattutto in quanto eccessiva abitudine al sapore dolce. “Il saccarosio altera la percezione nei bambini, perciò se fin dallo svezzamento o dall’infanzia li si abitua ad alti livelli di dolcezza, poi difficilmente apprezzeranno gli alimenti naturalmente più aciduli o amarognoli”. In questo modo, si avvia una pessima condotta a lungo termine, che non è facile recuperare, perché i bambini cercheranno i prodotti più dolci, e i genitori, per soddisfarli, finiranno per orientarsi sulle merendine e altri dolciumi. Così facendo, la frutta – sempre preferibile rispetto ai cibi zuccherati – rischia di essere trascurata, se non quasi abbandonata.

    Anche per questo, lo zucchero va usato il meno possibile, soprattutto per i più piccoli, perché “fisiologicamente non serve a nulla, e meno ne mangiamo meglio è”. Il saccarosio viene aggiunto agli alimenti industrializzati, compresi i cibi salati e le bibite gassate. Di conseguenza, è facile mangiarne troppo, spesso senza accorgersene, favorendo l’obesità e lo sviluppo di diverse patologie. “Inoltre, sappiamo che il fruttosio di sintesi fa molto male, compreso quello derivato dal saccarosio e usato per dolcificare, perché altera il metabolismo e produce, anche nei bambini, danni al fegato come la steatosi, con effetti che possono portare verso la sindrome metabolica” conclude Spisni.

     

    Cosa ne pensate della dipendenza da zucchero e dell’idea di associare questo ingrediente alle droghe?

     

    Fonti:

    US National Library of Medicine, National Institutes of Health
    Current Opinion in Gastroenterology
    Current Opinion in Clinical Nutrition and Metabolic Care
    British Journal of Sports Medicine

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista e sommelier e ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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