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Strategia Farm to Fork: quali conseguenze sull’agricoltura europea e sui consumi alimentari?

Matteo Garuti
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    Sulla strategia Farm to Fork (F2F, Dal produttore al consumatore) l’Ue punta molto, considerandola fondamentale per il Green Deal europeo, nonché via maestra per elevare la qualità complessiva dell’intera filiera agroalimentare, nel segno della sostenibilità ambientale e di una riduzione dell’impatto nei confronti di Paesi terzi. Gli ambiti di intervento riguardano soprattutto la riduzione dei pesticidi in agricoltura e l’aumento della quota del biologico nella produzione complessiva, ma nel concreto a quali risultati potrà portare? E come cambierà il modo di acquistare e consumare il cibo? Per saperne di più abbiamo coinvolto Luca Falasconi, Docente di Politica agraria e Sviluppo rurale all’Università di Bologna e co-fondatore del progetto antispreco Last Minute Market.

    Strategia Farm to Fork: origini e contenuti

    A un anno dalla sua presentazione (20 maggio 2020), la strategia Farm to Fork è quanto mai attuale, alla luce dei segnali di ripresa dopo la pandemia, per la quale le iniziative dell’European Green Deal avranno un impatto molto significativo. Nell’arco di un decennio, entro il 2030, questo piano ambizioso messo a punto dalla Commissione Europea mira a trasformare il sistema alimentare europeo, rendendolo più sano, equo e sostenibile, nel Continente e non solo, come previsto dagli obiettivi della transizione ecologica. Come sottolinea Luca Falasconi, “nel quadro del Green Deal europeo, la F2F sarà decisiva per rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero: il settore agroalimentare, pertanto, gioca un ruolo chiave in questa mira. La strategia, inoltre, punta sul legame tra persone, società e pianeta, generando conseguenze positive per tutti. Il cibo e le modalità con le quali viene prodotto, infatti, possono rafforzare questo rapporto, che troppo a lungo non è stato sufficientemente valutato. Produrre in modo più sostenibile e sano consoliderebbe la posizione dell’Europa come punto di riferimento per gli standard alimentari a livello globale. Peraltro, il settore agricolo europeo è l’unico al mondo ad aver ridotto le emissioni di gas serra del 20% a partire dal 1990”.

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    Obiettivi e soluzioni

    La strategia Farm to Fork tocca molti passaggi della filiera, e di fatto rappresenta un tentativo senza precedenti per progettare una politica alimentare comune per tutti gli Stati membri, capace di intervenire dalla produzione al consumo. Inoltre, di riflesso, si vogliono influenzare positivamente gli standard produttivi a livello globale, disincentivando le pratiche non sostenibili anche negli Stati extraeuropei, a partire dai principali partner commerciali in ambito alimentare, per una transizione il più possibile condivisa. In sintesi, ecco quali sono i traguardi di massima che F2F si è posta:

    • rendere la produzione alimentare più sostenibile, dalla lavorazione alla vendita, riducendo emissioni, consumi energetici e sprechi, anche nel settore dell’ospitalità e in quello ristorativo;
    • salvaguardare la fertilità dei terreni, un capitale prezioso e spesso trascurato;
    • garantire la sicurezza alimentare e contrastare le frodi lungo tutta la filiera;
    • promuovere l’acquisto di cibi prodotti rispettando l’ambiente e la pratica di abitudini sane a tavola, anche grazie all’etichettatura.

    Falasconi precisa che per consolidare la sua posizione agroalimentare e rendere la produzione meno impattante, l’Ue ha evidenziato quattro interventi fondamentali, per concretizzare gli obiettivi entro il 2030, con un percorso analogo a quello dell’Agenda ONU.

    pesticidi

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    1. dimezzare l’uso dei pesticidi chimici, riducendo ulteriormente quelli più dannosi per ambiente e salute umana;
    2. ridurre l’eccessivo impiego di nutrienti nel settore agricolo, calando del 50% le perdite di sostanze del suolo e del 20% l’uso dei fertilizzanti, perché un’agricoltura meno esigente porterà a un minore sfruttamento del terreno e a una ridotta necessità di integrazioni per lo sviluppo delle piante;
    3. ridurre del 50% le vendite di antimicrobici destinati all’allevamento e di antibiotici per l’acquacoltura, diminuendo i rischi dovuti all’antibioticoresistenza, per evitare la continua rincorsa per trovare nuovi prodotti efficaci contro i patogeni;
    4. destinare il 25% dei terreni agricoli ad agricoltura biologica, azione che si coniuga con le tre appena citate.

    Gli obiettivi sono realistici?

    Questo programma, come puntualizza Luca Falasconi, “è molto ambizioso e piuttosto recente, peraltro la nuova Politica agricola comune europea (PAC) – che sarebbe dovuta entrare in vigore nel 1 gennaio 2021, con conclusione 31 dicembre 2027 – è tuttora in fase di revisione. L’entrata in vigore di questa nuova PAC è slittata al 1 gennaio 2023, a causa della pandemia e in secondo luogo per la necessità di dover adeguare alla strategia Farm to Fork le azioni da implementare. Ora si sta lavorando per la nuova PAC in questo quadro, per un rafforzamento delle azioni da intraprendere, che comunque già andavano in questa direzione”. Questo anche per rendere più simili tra loro le singole politiche nazionali, aumentando la coesione a livello europeo.

    Tecnologia, formazione e ricambio generazionale: le parole chiave della transizione ecologica

    Questi propositi richiedono investimenti in ricerca e innovazione, ma anche servizi di consulenza, gestione ed elaborazione dei dati e condivisione delle conoscenze. In generale, sarà imprescindibile investire sulla formazione, per far fronte ad esempio alla necessità di trovare alternative agli agrofarmaci. A questo dovrà accompagnarsi la diffusione capillare della tecnologia, perché, come aggiunge l’intervistato, “la cosiddetta agricoltura di precisione gioca un ruolo fondamentale, sia all’interno della nuova PAC sia della strategia Farm to Fork, per rendere il sistema agricolo più sostenibile. Dall’altro lato, però, viene chiesto a tutti gli attori della filiera agroalimentare di collaborare tra loro, per una maggiore responsabilizzazione intesa anche come cooperazione, per evitare divari formativi e informativi tra i vari comparti. L’agricoltura può funzionare bene solo se i rapporti di filiera sono corretti, trasparenti e sostenibili”.

    giovane agricoltore tecnologia

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    Inoltre, prosegue Falasconi, “per attuare in modo completo la strategia Farm to Fork ritengo necessario un netto ricambio generazionale nell’imprenditoria agricola, in parte già avviato, anche se rispetto ad altri settori l’età media è ancora molto elevata, almeno 20-25 anni in più. Quindi occorre questo passaggio, non tanto perché gli agricoltori più anziani o più esperti non siano in grado di abbracciare il nuovo corso o per mancanza di capacità, ma perché fanno fatica a modificare il proprio modus operandi. Il giovane ha dalla sua una forza e una voglia di fare maggiore, e probabilmente è più sensibile all’innovazione per la sostenibilità. In questo senso, l’altro aspetto su cui la F2F e la PAC puntano e investono molto è la formazione professionale, per fornire a i nuovi agricoltori le conoscenze e le nozioni per applicare le tecnologie e cooperare meglio con gli altri operatori del sistema alimentare. In tutto questo, va evidenziato che l’Ue ha deciso di investire 10 miliardi di euro in ricerca e sviluppo nell’ambito del settore agroalimentare, della pesca, dell’allevamento e della bioeconomia, per aumentare la conoscenza e la tecnologia a supporto di quanto detto sopra”.

    “Dal produttore al consumatore”: la strategia Farm to Fork UE cambierà il modo di podurre e di mangiare?

    Almeno sulla carta, la transizione si propone anche di assicurare condizioni di vita dignitose ad agricoltori, allevatori e pescatori. Ad ogni modo, è evidente che le misure citate avranno un impatto sul lavoro e sul commercio di prodotti alimentari. Secondo Falasconi, “la strategia Farm to Fork è stata concepita anche per rendere l’agricoltura europea ancor più competitiva in ambito internazionale, e questo da due lati”, e cioè:

    1. rendendo più efficiente il sistema agricolo e usando meglio i fattori della produzione, incrementando la produttività e abbattendo i costi;
    2. elevando lo standard qualitativo e rafforzando il ruolo dell’Europa come punto di riferimento nel mercato globale, seguendo la linea già intrapresa dall’Ue. Questo stimola anche gli altri Paesi ad adeguarsi, migliorando la loro qualità.

    In termini pratici, per l’intervistato “la qualità media dei prodotti tenderà ad aumentare, considerando anche le quota del 25% di produzione biologica, e questo sicuramente provocherà anche un aumento dei prezzi, non dobbiamo nascondercelo. Ma se lo si può interpretare negativamente, perché potrebbe rendere più difficoltoso l’accesso al cibo per le fasce più deboli della popolazione, dall’altro bisogna considerare che oggi stiamo mangiando troppo e male. Significa che il cibo scadente costa troppo poco, quindi un leggero aumento dei prezzi potrebbe comportare una diminuzione delle quantità consumate, a fronte di un miglioramento della qualità e dello stile di vita, con minori costi legati alle spese mediche. Quindi, da qui al 2030, se a questa strategia verrà affiancata un’educazione alimentare adeguata nelle scuole e verso le famiglie, il livello qualitativo degli acquisti e la salute legata ai consumi alimentari potrebbero trarne giovamento. Sarà fondamentale un’informazione e una comunicazione adeguata e integrata, ed è importante coinvolgere consumatori e famiglie in diverse circostanze e da più fonti, quali scuole, mass media e altri canali”.

    Agricoltura convenzionale e biologico

    agricoltura bio farm to fork

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    Rispetto al rapporto tra questi due metodi, in genere si sottolinea l’esigenza di aumentare la produttività del biologico, per abbassarne i prezzi finali e renderlo più accessibile. Su questo tema, però, Luca Falasconi puntualizza che “attualmente a livello globale viene prodotto cibo per 12 miliardi di persone, ma attualmente siamo 7,5 miliardi. Quindi, mi chiedo se davvero serva che il bio raggiunga livelli di produzione paragonabili a quelli del convenzionale. A mio avviso, potremmo ragionare su un incremento della produttività del bio, ma non a questo ritmo. Non ne abbiamo bisogno, e si rischia di continuare a sfruttare il sistema ambiente più di quanto sia necessario, riducendo l’efficacia della strategia Farm to Fork rispetto ai suoi obiettivi sopra riportati. In sostanza, su scala mondiale è soprattutto un problema di distribuzione, mentre la produzione già adesso è in surplus. Il biologico costa di più, ma ciò dipende dal fatto che la domanda è elevata, a fronte di un’offerta non ancora adeguata in termini quantitativi. A questo si aggiungono costi di produzione leggermente più alti, e da tutto ciò dipendono prezzi al dettaglio maggiori. Ad ogni modo, non è giusto definire il bio ‘di nicchia’ e la visione è più complessa di quanto a volte viene presentata”, come abbiamo visto anche nel nostro approfondimento sulle fake news sul biologico.

    La strategia Farm to Fork poteva puntare più in alto?

    Pur condividendo linee programmatiche e metodi della strategia Farm to Fork, nei mesi scorsi Slow Food ha espresso dei dubbi sugli obiettivi fissati, considerandoli non abbastanza ambiziosi. In particolare, la riduzione del 50% dell’utilizzo dei pesticidi viene considerata insufficiente per contrastare l’estinzione degli impollinatori, che mette a grave rischio il sistema alimentare, come abbiamo visto occupandoci della crisi del miele e delle api. Per l’associazione che sostiene il cibo buono, pulito e giusto, la riduzione avrebbe dovuto essere dell’80% entro il 2030, fino a raggiungere una completa eliminazione dei pesticidi sintetici entro il 2035.

    A questo proposito, Falasconi sostiene che “gli obiettivi sicuramente potevano essere più ambiziosi e dirompenti, ma bisogna fare i conti con la realtà, e il 2030 non è lontano. Nella F2F, però, l’importante è riuscire realmente a raggiungere gli obiettivi stabiliti, che saranno comunque molto importanti. Quindi, farlo in poco più di nove anni sarebbe un grande risultato. Nel frattempo, occorre lavorare per fissare i prossimi traguardi una volta arrivati al 2030, quando si potrà alzare l’asticella in funzione di quello che anche Slow Food giustamente ha evidenziato. Sappiamo che nel sistema agricolo prevale nettamente l’agricoltura convenzionale, di conseguenza c’è tanto da fare, e riuscire a raggiungere gli obiettivi fissati per tutti gli agricoltori sarebbe un passo avanti decisivo. Inoltre, non dimentichiamo che tuttora persistono notevoli differenze tra gli Stati Ue: non a caso l’obiettivo della nuova PAC è proprio far sì che i diversi sistemi agricoli europei raggiungano lo stesso livello di sviluppo e sostenibilità. I divari sono ancora tanti e risentono molto del livello di partenza, soprattutto se pensiamo alla situazione nei Paesi dell’Est rispetto a quando sono entrati nell’Ue. Con questa nuova PAC si vuole eliminare questo gap”.

    Continueremo a seguire questi temi, nella speranza di poter osservare presto i risultati di delle iniziative avviate.

    Avevate già sentito parlare della strategia Farm to Fork?

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista, sommelier e assaggiatore di olio d'oliva, ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Apprezza i cibi e le bevande dai gusti autentici, decisi e di carattere. A tavola ama la tradizione ma gli piace anche sperimentare: per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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