Miele, la storia di com’è nato “il nettare degli dei” prodotto dalle api

Michela Del Zoppo
3 minuti

     

    Il miele, conosciuto sin dall’antichità come “il nettare degli dei”, è un prodotto naturale che ha attraversato millenni di storia umana, evolvendosi con le diverse civiltà che lo hanno apprezzato e utilizzato. Le sue radici si perdono nella notte dei tempi, quando i nostri antenati iniziarono a raccogliere questo prezioso nettare per utilizzarlo come fonte di nutrimento, date le sue preziose proprietà. Da quel momento, il miele ha avuto un ruolo fondamentale in moltissimi aspetti della vita umana, dalla nutrizione alla medicina, dalla religione all’economia. Vi abbiamo già parlato delle curiosità che lo circondano: siete pronti a conoscere la sua affascinante storia?

    Il miele e la sua storia nei millenni

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    Ben prima che l’umanità iniziasse a produrre cibo grazie all’agricoltura, le persone raccoglievano già il miele: sappiamo infatti che le prime api sono comparse sulla Terra tra 50 e 25 milioni di anni fa. Secondo alcuni storici, a costruire le prime arnie artificiali intorno al VI millennio a.C. sarebbero stati gli Ittiti, ma le tracce più antiche risalgono all’Età della Pietra – diverse pitture rupestri rappresentano uomini impegnati nella produzione del miele. Un esempio famoso è la cosiddetta “Uomo degli alveari”, un’immagine trovata in una caverna in Spagna che mostra una figura umana in bilico su una corda mentre raccoglie il miele dalle api.
    Ma andiamo con ordine e ripercorriamo la storia del nettare degli dei nei secoli.

    Il miele nell’Antico Egitto dei faraoni

    La storia del miele si intreccia strettamente con la storia dell’Antico Egitto, dove questo prodotto rivestiva un ruolo fondamentale ed era riservato esclusivamente all’élite sociale, che lo considerava un cibo sacro, da offrire  in sacrificio agli dei. 

    Per produrlo venivano impiegate arnie di forma cilindrica, realizzate in terracotta, posizionate orizzontalmente, da cui si estraevano poi i favi ricchi di miele. In questa fase storica nasce anche la prima forma di apicoltura nomade: gli Egizi, infatti, trasportavano le loro arnie lungo il Nilo, seguendo il ciclo naturale delle fioriture per sfruttarne al massimo il potenziale. 

    Durante numerosi scavi archeologici sono stati rinvenuti vasi contenenti miele all’interno delle tombe dei faraoni, dimostrando che veniva utilizzato anche nei processi di mummificazione, oltre ad essere apprezzato per il suo ruolo terapeutico nel trattamento di problemi digestivi, ustioni e ferite.

    Tradizione e raccolta del miele nell’antica Grecia e a Roma

    Nell’antichità classica, l’uso e la rappresentazione del miele assumono un ruolo centrale. Il miele e le api sono personaggi frequenti nelle storie e nei miti: tra questi il più celebre è quello che narra la nascita di Zeus, allattato con latte di capra e miele dalle figlie di Melisseo, oppure quello di Dioniso allevato a miele da una ninfa. In questa prospettiva, il miele veniva visto come un “cibo divino”, utilizzato sia per scopi culinari che nei rituali religiosi e cerimonie funebri. Un’altra curiosità? Era il  nutrimento favorito dagli atleti dell’epoca e anche il filosofo Pitagora lo riteneva un elisir per una vita sana e duratura. 

    Per soddisfarne la domanda l’Impero Romano importava miele in grandi quantità da luoghi come Cipro, Spagna, Creta e Malta (quest’ultima, secondo alcune interpretazioni, potrebbe aver preso il nome proprio dal prezioso nettare). A livello economico il miele rivaleggiava con gli oli e i vini migliori, come si evince dall’Editto dei prezzi di Diocleziano del 301 d.C. Il miele, dunque, non era solo una fonte di nutrimento e un simbolo sacro, ma rappresentava anche un bene prezioso nelle economie dei nostri antenati.

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    Classificazioni e tipologie in età classica 

    In epoca greco-romana il miele veniva classificato come di prima o seconda scelta a seconda se proveniva dalla colatura del favo o dalla sua spremitura. La distinzione delle varietà di miele era rudimentale e spesso basata su osservazioni che oggi potrebbero apparire semplicistiche. Aristotele, ad esempio, faceva distinzione tra il miele di primavera, “più dolce e bianco”, e quello autunnale, che considerava di qualità inferiore.

    Il miele di timo era invece molto apprezzato, come sottolineato da autori come Varrone, che esaltava il “miele della Sicilia” proprio per l’abbondanza di quest’odore, e Plinio, che lo descriveva come profumato, dal sapore dolce-amaro, vischioso e trasparente. Anche il miele di erica calluna era riconosciuto e apprezzato per le sue caratteristiche: Ippocrate, il padre della medicina, lo utilizzava regolarmente nelle sue prescrizioni. 

    A Roma, il miele rivestiva un ruolo centrale nelle cerimonie religiose e nelle festività. Era anche un simbolo di fertilità e amore, ed era usanza che le coppie appena sposate bevessero un infuso di miele, o idromele, durante il primo mese di matrimonio. Sapevate che è da qui che deriva l’espressione “luna di miele”?

    L’apicoltura nel Medioevo e nel Rinascimento

    Nel corso del Medioevo, il miele mantenne la sua rilevanza sia nel contesto alimentare sia come conservante. Fu proprio durante il regno di Carlo Magno che l’apicoltura conobbe un’espansione significativa, grazie all’introduzione di una regolamentazione specifica e a incentivi volti a stimolare la produzione di miele e idromele.

    A conferma dello sviluppo del settore, è proprio in questo periodo che l’apicoltura entra anche  nei monasteri e nelle abbazie, luoghi che divennero centri di produzione e diffusione di conoscenze sull’allevamento delle api e sulla lavorazione del miele.

    Con il Rinascimento, il miele trovò applicazione in un’ampia varietà di ricette: veniva infatti utilizzato per addolcire e completare svariati piatti – da carni a stufati, fino agli sformati. Allo stesso tempo, il miele si affermò nell’ambito della medicina galenica, la quale mirava a mantenere l’equilibrio tra gli “umori” che si riteneva costituissero il corpo umano.

    Il Seicento segnò un punto di svolta con l’inizio della coltivazione della canna da zucchero e della barbabietola. Sebbene l’utilizzo dello zucchero si diffuse solo a partire dal Settecento, fu proprio la crescente produzione di questo dolcificante a determinare un cambio di tendenza. Infatti, la disponibilità e l’accessibilità economica dello zucchero superarono progressivamente quelle del miele, causandone la diminuzione del consumo

    Il miele, tuttavia, non venne mai completamente dimenticato, mantenendo il suo posto nei ricettari, nella medicina tradizionale e nella cultura popolare.

    Il miele, la storia tra ‘800 e ‘900 e il suo sviluppo industriale 

    Con l’avvento dell’industrializzazione, l’apicoltura ha subito significative trasformazioni. Grazie al rinnovamento della conoscenza scientifica durante i secoli XVII e XVIII, le novità si concentrarono sulla sostituzione dell’apicoltura primitiva, o “villica”, con un’apicoltura più rispettosa delle api. Il metodo villico, infatti, prevedeva la produzione di miele attraverso la spremitura dei favi, pratica che provocava un prodotto di qualità inferiore poiché contaminato da polline e covata. A questa si è contrapposta lapicoltura razionale, che abbandonava la pratica dell’apicidio e mirava a produrre un miele di qualità superiore attraverso il prelevamento selettivo dei favi contenenti solo miele, un processo noto come “castrazione”.

    Verso la fine del XIX secolo, venne introdotta un’importante innovazione che contribuì a migliorare ulteriormente la qualità del miele. L’abate Collin, nel 1875, perfezionò il cosiddetto “escludiregina”, una griglia progettata per consentire il passaggio delle api operaie ma non della regina, più grande. Questo strumento permetteva di separare la zona di produzione del miele da quella della covata, garantendo un miele più puro e libero da contaminazioni.

    A partire dall’inizio del XX secolo, l’attenzione si spostò sul miele e sulle sue diverse varietà, oltre che sulla conservazione e l’uso in cucina. Fino a quel momento, le distinzioni erano basate su osservazioni visive o gustative. Negli anni ’20 del ‘900, in Italia si affermò l’idea di miele uniflorale e la necessità di classificarlo in base alla specie di fiore da cui proveniva.

    Tuttavia, fu solo negli anni ’70 che si iniziarono a eseguire le prime analisi melissopalinologiche, ovvero l’esame dei residui pollinici per determinare l’origine floreale del miele. L’interesse per le specificità dell’antico “nettare degli dei”  crebbe a tal punto da portare alla creazione di corsi dedicati all’analisi sensoriale e concorsi a livello nazionale per individuare i mieli di migliore qualità. Un’evoluzione che ha segnato il percorso di apprezzamento e conoscenza del miele, portandolo a essere riconosciuto non solo per la sua dolcezza, ma anche per le sue molteplici sfumature aromatiche e i suoi benefici per la salute.

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    Il miele nella storia d’Italia contemporanea: le misure legislative a tutela del nettare delle api

    Nel 1982, l’Italia ha adottato la Direttiva Comunitaria 74/409, che stabiliva i criteri generali di composizione del miele e introduceva la possibilità di dichiararne l’origine botanica. Nello stesso anno furono pubblicate dodici schede di caratterizzazione per altrettanti mieli monoflorali italiani, opera dell’Istituto Sperimentale per la Zoologia Agraria e dell’Istituto Nazionale di Apicoltura.

    Il miele è tuttora molto apprezzato per le sue proprietà dal punto di vista nutrizionale come fonte naturale di zuccheri semplici facilmente digeribili. Inoltre, il suo uso come rimedio per la guarigione di ferite e ustioni ha cominciato a ricevere accreditamento clinico, senza dimenticare le sue molteplici applicazioni nel campo della cosmesi. Il miele continua quindi a essere un prezioso alleato non solo in cucina, ma anche per la nostra salute e il nostro benessere.

    Abbiamo visto come, dall’alba dei tempi alla contemporaneità, la storia del miele è un viaggio affascinante a spasso tra le epoche. Attraverso la sua dolcezza, il miele ci racconta culture, tradizioni e innovazioni, rivelando il suo valore intrinseco come “nettare degli dei”. Conoscevate la sua storia nel corso dei secoli? 


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    Copywriter e Social Media Manager, se la cava meglio con le parole che con mestoli e padelle. Abruzzese DOC, in cucina si divide tra la tradizione della sua regione e quella della Puglia garganica, che è un po' una seconda casa. Sulla sua tavola non possono mai mancare un buon bicchiere di Montepulciano e un liquore di genziana, perfetto dopo una scorpacciata di arrosticini!

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