Food forest Milano

Food forest: a Milano nascerà il “bosco edibile” che ci insegna cosa mangiamo

Giulia Zamboni Gruppioni Petruzzelli
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    Se leggendo “bosco edibile” vi siete immaginati una cosa come la casetta di marzapane della fiaba Hansel e Gretel dei fratelli Grimm, sappiate che non potreste essere più lontani dal vero e, allo stesso tempo, più vicini allo scopo di questa nuova iniziativa milanese.

    Sì, perché la food forest che nascerà nei prossimi mesi nell’area Nord di Milano non ha nulla di “artificiale” e soprattutto non è stata creata con l’intento di circuire nessuno, anzi! Il suo obiettivo è portare i visitatori alla (ri)scoperta della natura e dei suoi frutti, di cui spesso conosciamo solamente la versione commerciale (impacchettata e pronta per essere mangiata, come la golosa abitazione di cui sopra), ignorandone l’origine.

    Ecco allora come è stata pensata e come si svilupperà.

    Come nasce la food forest del Parco Nord di Milano e perché 

    Food forest Parco Nord

    Alessandro Perazzoli/shutterstock.com

    Food forest, ovvero “bosco commestibile” o “foresta da mangiare”: anche quella milanese rispetta infatti i canoni di questa particolare coltivazione che riproduce l’ambiente boschivo a più strati (ovvero con arbusti e alberi a più livelli di altezza), ad elevato tasso di sostenibilità e bassissima manutenzione.

    In particolare i progetto, firmato da Etifor, azienda di consulenza ambientale spin-off dell’Università di Padova, con il sostegno di “That’s Vapore” catena di ristoranti milanese specializzata in cucina sostenibile, prevede la piantumazione, tra ottobre e novembre di quest’anno, di oltre 2.000 tra alberi da frutto, arbusti e ortaggi annuali in 10.000 mq di terreno. L’area si inserisce all’interno del Parco Nord di Milano, un polmone verde di 600 ettari già aperto al pubblico nella zona di Bruzzano. Anche la food forest sarà aperta a tutti e, una volta che le piante saranno cresciute, sarà possibile distinguere e gustare gemme, bacche, frutti e fiori edibili, scoprendo anche qualcosa in più dal punto di vista botanico e culinario. Tutte le specie saranno infatti dotate di un QR code che fornirà informazioni e consigli di utilizzo in cucina, mentre si viene guidati lungo uno dei tre itinerari stagionali previsti, a seconda del periodo di fruttificazione.

     

    Come ha spiegato Riccardo Gini, Direttore del Parco, in una nota ripresa da Il Fatto Quotidiano: “Lo scopo del progetto è soprattutto educativo. Le persone possono riconoscere alberi e arbusti che producono frutti e bacche e che normalmente mangiamo, così da poterli apprezzare quando li ritroviamo nei boschi spontanei in pianura e in campagna”.

    Anche se non sarà possibile portarsi a casa tali frutti (ma solo gustarli in loco), è evidente come questa iniziativa possa migliorare la consapevolezza di ciò di cui ci nutriamo tutti i giorni, evidenziando l’importanza della natura nella nostra catena alimentare e, non ultimo, migliorando notevolmente anche la qualità dell’aria locale (basti pensare che ciascun esemplare sarà in grado di assorbire dai 7 ai 33 kg di CO2 in un anno). Ma quali sono le specie vegetali che troveranno posto nella food forest milanese?

    Il bosco da mangiare: le specie previste

    Food forest alberi

    Eugene Kovalchuk/shutterstock.com

    In una recente intervista a Radio24, Lucio Brotto, socio fondatore di Etifor, ci ha tenuto a precisare che la food forest “rimane una foresta, non è un frutteto e non è un orto, ma una foresta che deve essere buona da mangiare sia per l’uomo che per gli animali”. Pertanto, le specie che verranno impiantate saranno autoctone e pensate per nutrire tutti, quindi divise in quattro gruppi principali:

    • Quelle che producono frutti che si possono cogliere e mangiare così come si presentano in natura, come gelso, giuggiola, melograno, nocciolo, lazzeruolo, ciliegio, fico, melo e pero selvatico, e altri.
    • Quelle che danno vita a bacche, gemme e frutti che, per essere portati in tavola, devono essere elaborati, come il prugnolo (usato per il liquore) e la rosa canina (tipica di estratti, té e bevande) o ancora il sambuco, di cui è noto soprattutto lo sciroppo.
    • Quelle che producono fiori da miele, quali ad esempio il tiglio, la frangola, l’acero e la sanguinella.
    • Quelle adatte all’alimentazione non umana, come il carpino, il frassino o la quercia da cui derivano le ghiande di cui sono ghiotti tanti animali.

    Il tutto sarà gestito seguendo i principi pratici ed estetici della permacultura, ovvero valorizzando l’ecosistema, le risorse e la diversità naturale.

    Come contribuire alla generazione della food forest?

    Generazione food forest

    YAKOBCHUK VIACHESLAV/shutterstock.com

    Tassello importante di questa iniziativa è la partecipazione di cittadini e persone interessate che possono contribuire anche a distanza alla forestazione attraverso un crowdfunding dedicato. Accedendo alla piattaforma WOWnature è infatti possibile adottare un albero a scelta tra quelli previsti nel progetto e, per chi lo desidera, piantarlo con l’assistenza degli esperti in loco, che si occuperanno anche della manutenzione successiva. I prezzi sono decisamente accessibili: si va dai 14 euro della rosa canina e del sambuco, ai 34 del giuggiolo o del melograno.

    Non solo, a partire da luglio That’s Vapore ha istituito anche i “Green Saturdays”, sabati speciali in cui il 50% del ricavato dei piatti vegetariani ordinati in sala sarà devoluto a favore della food forest: un investimento per il gusto a breve e lungo termine.

    Per certi versi non stupisce che sia proprio Milano – città sensibile all’innovazione urbana sostenibile e già insignita del titolo di “Tree City” dalla FAO – la casa di questa iniziativa (seconda comunque ad altre simili che esistono qui come altrove, soprattutto nel Nord Europa). Tuttavia rimane comunque degno di nota l’impegno di soggetti pubblici e privati nell’affermazione di una coscienza green diffusa e partecipata, che passa anche per il cibo.

     

    I “frutti” promessi dalla food forest, allora, non sono solo quelli edibili e forse sono proprio loro quelli più preziosi, non trovate?

    Giulia è nata a Bologna ma geni, pancia e cuore sono pugliesi. Scrive principalmente di tendenze alimentari e dei rapporti tra cibo e società. Al mestolo preferisce la forchetta che destreggia con abilità soprattutto quando in gioco c'è l'ultima patatina fritta. Nella sua cucina non deve mai mancare... un cuoco!

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