bere alcol fa bene

Bere alcol fa bene? Ecco cosa dicono le ricerche

Matteo Garuti
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Indice

     

     

     

    In ambito alimentare, una delle certezze più solide è che gli alcolici non fanno bene, a maggior ragione quando si parla di bevute eccessive e abituali. Una recente ricerca americana, però, sembra lasciare qualche spiraglio su questo tipo di consumo. Con la dovuta prudenza, si può dire che – in quantità limitate e in determinate circostanze – bere alcol fa bene? Dopo esserci occupati della crescita del consumo di alcolici in Italia, questa volta cercheremo di capire se, ai fini della salute, queste bevande sarebbero da eliminare dalla dieta, o se, in dosi ridotte, possono avere effetti positivi.

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    In piccole dosi, bere alcol fa bene? 

    È piuttosto comune e assodata la credenza secondo la quale un consumo moderato di alcolici avrebbe effetti benefici per l’organismo, una rassicurazione che talvolta porta ad autoassolversi anche quando si esagera. Recentemente, una ricerca statunitense pubblicata su Scientific Reports pare dare credito a questa possibilità, almeno se si considerano i risultati in modo semplicistico. Lo studio, infatti, si limita a dimostrare che nei topi la funzione glifatica (rimozione delle tossine di scarto dal cervello) cresce in seguito alla somministrazione di un basso dosaggio di etanolo, mentre alle alte dosi corrisponde un’inibizione di questa funzione, con un aumento del rischio di demenza cerebrale.

    A ipotizzare effetti positivi è anche The 90+Study, realizzato dall’Università della California e pubblicato nel 2018, che ha proposto il consumo moderato di alcolici fra le buone abitudini per superare i novant’anni di età. Nell’arco di più di quindici anni, questo studio ha raccolto interviste sulle abitudini – comprese quelle alimentari – di 1.700 persone, con un’età compresa tra 90 e 99 anni, per individuare le cause di questa longevità. Una di queste rilevazioni, appunto, palesava che gli individui avvezzi a bere due bicchieri di vino o birra al giorno beneficiavano di una ridotta possibilità (-15%) di decesso prematuro. Tuttavia, è importante sottolineare che lo studio non chiarisce esattamente la natura di questa casistica e non afferma l’esistenza di un reale rapporto di causa-effetto, bensì non va oltre il riconoscimento di un’associazione – al momento non spiegata – tra il consumo moderato di alcolici e la longevità. Peraltro, nell’insieme dei comportamenti e degli stili di vita, questo aspetto è stato solo uno dei tanti a essere individuati come probabilmente o potenzialmente salutari.

    Cosa dicono gli studi sull’alcol?

    L’ottimismo suggerito dalle ricerche appena presentate, però, si spegne se si considerano, nel complesso, le pubblicazioni scientifiche finora disponibili. Il beneficio – effettivo o presunto – del consumo di alcolici è soverchiato dai danni e dai rischi ampiamente riconosciuti a esso legati. A confermarlo è un recente studio canadese pubblicato su Lancet, il quale associa all’alcol una riduzione della vita media di circa vent’anni anni, oltre all’aumentata probabilità si sviluppare malattie neurodegenerative e demenza precoce. La ricerca ha analizzato i livelli di consumo di alcol e le sue conseguenze sulla salute in 195 Paesi, tra il 1990 e il 2016, coinvolgendo individui con un’età compresa tra i 15 e i 95 anni. Nei test sono state confrontate le persone che non bevevano con quelle che consumavano una o più bevande alcoliche al giorno. Seppur di poco, anche per chi era abituato a fermarsi a un unico drink quotidiano è risultata superiore la possibilità di sviluppare problemi di salute collegabili all’alcol; per chi invece saliva a due consumazioni, il dato era ancora maggiore, fino a impennarsi nel caso dei soggetti che si concedevano cinque bevute quotidiane. Anche limitarsi a uno o due drink al giorno, quindi, comporterebbe una riduzione dell’aspettativa di vita e la comparsa di varie ripercussioni negative sulla salute.

    Conclusioni analoghe aveva già espresso l’American Society of Clinical Oncology in una pubblicazione sul Journal of Clinical Oncology, che metteva in guardia sulla possibilità di sviluppare tumori del seno, del colon, dell’esofago e della laringe, associati al consumo di alcolici. In una ricerca curata dal Medical Research Council di Cambridge e apparsa su Nature, inoltre, si sottolineavano i danni irreversibili al DNA nelle cellule staminali. Inequivocabile è anche il titolo di un altro studio apparso su Lancet nel 2018: No level of alcohol consumption improves health (nessun livello di consumo di alcol migliora la salute).

    Bere alcol fa bene? Le proprietà positive delle bevande non bastano

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    Dima Sobko/shutterstock.com

    Quando si difende l’uso moderato di alcolici, spesso vengono esaltate le sostanze contenute in alcuni di essi, specialmente il rasveratrolo nel vino rosso (un polifenolo dal potere protettivo), ma anche le vitamine, gli antiossidanti e i minerali presenti nelle birre non pastorizzate. La presenza dell’alcol, come si accennava, finisce però per surclassare l’impatto positivo di queste sostanze, rendendo le bevande complessivamente poco salutari. A queste conclusione era giunta una ricerca del 2014 apparsa su Journal of the American Medical Association, che ha dichiarato sostanzialmente inefficace il rasveratrolo del vino rosso, incapace di allontanare il rischio di cancro o di patologie cardiovascolari. Le analisi hanno coinvolto quasi 800 bevitori con età pari o superiore a 65 anni, residenti in due località del Chianti e monitorati fra il 1998 e il 2009. Dai risultati, è apparso che le dosi di resveratrolo comunemente assunte attraverso il vino sono troppo basse per esercitare un’azione di difesa contro i tumori, le malattie cardiovascolari e l’invecchiamento. Bere alcol non fa bene, quindi.

    Consumo di alcolici: rischi per la salute e l’incolumità

    Le conoscenze sin qui consolidate ci mettono in guardia sugli effetti negativi che l’alcol e il suo abuso possono provocare. Ai tumori, alle malattie epatiche e a quelle cardiovascolari, si aggiungono l’obesità, il diabete, i danni al sistema nervoso e ad altre funzioni dell’organismo. Da non dimenticare, nondimeno, gli effetti collaterali di impatto sociale, come gli incidenti stradali, l’aumento della violenza e le dipendenze, con tutte le conseguenze che questi eventi provocano. In particolare, il cosiddetto binge drinking (consumo compulsivo e sfrenato di alcolici) è un fenomeno riconosciuto recentemente e pericolosamente diffuso nelle giovani generazioni.

    L’ingestione di alcolici attiva una serie di processi nell’organismo, che possiamo così riassumere.

    1. L’assorbimento è rapido. Le molecole di alcol sono molto piccole e solubili in acqua, aspetto che favorisce un assorbimento quasi immediato nell’organismo. Circa mezz’ora dopo la bevuta, infatti, tutto l’etanolo passa nel sangue e si propaga negli organi.
    2. La reazione dell’organismo. Il corpo riconosce questa sostanza come dannosa e si attiva per eliminarla, per mezzo del respiro (dal 3 al 10%) e soprattutto grazie alla metabolizzazione del fegato, ma in minima parte anche dello stomaco, mentre l’espulsione diretta avviene attraverso le urine. L’alcol e i suoi metaboliti, come l’acetaldeide, sono tossici per le cellule, soprattutto per quelle epatiche e cerebrali.
    3. Una parte resta nell’organismo. La percentuale di alcol che non viene metabolizzata o espulsa con le urine resta in circolo, causando danni diretti alle cellule, ma anche effetti nocivi indiretti dovuti alle reazioni che stimola, come l’eccessiva produzione di trigliceridi, che interferiscono negativamente sul fegato, favorendo la steatosi epatica, che se protratta e aggravata può degenerare verso la cirrosi.

    Quando il consumo è tale da raggiungere l’ubriacatura, gli effetti negativi si amplificano esponenzialmente, con tutte le conseguenze note e legate a questa forma di intossicazione alimentare. Da non dimenticare, inoltre, è il forte potere disidratante dell’alcol, che può essere particolarmente nocivo quando fa più caldo, come abbiamo visto nel nostro approfondimento sull’idratazione in estate.

    Un piacere da concedersi con moderazione e consapevolezza

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    Ievgenii Meyer/shutterstock.com

    Alla luce delle informazioni e delle evidenze scientifiche fin qui presentate, si possono trarre alcune semplici conclusioni. Bere alcol non fa bene, e le ricerche ci suggeriscono che attribuire proprietà positive a questi prodotti – associabili unicamente alla sfera del piacere – può essere pericoloso, sia in termini di comunicazione che nell’ottica di vivere questa credenza come una vana speranza, utile solo a giustificare quella che nel migliore dei casi è una passione, e nel peggiore sconfina nel vizio o nella dipendenza.

    Pertanto, chi vuole bere alcolici dovrebbe farlo con la consapevolezza delle possibili conseguenze negative, così come del legittimo desiderio legato al piacere. Quest’ultimo aspetto, ad ogni modo, andrebbe valutato per quanto merita, non come una colpa e nemmeno con l’ansia eccessiva di danneggiare irrimediabilmente il proprio corpo. È vero che con tutta probabilità gli alcolici sono l’unico prodotto alimentare che fa male sempre e comunque, ma d’altra parte sappiamo che sono molte le tentazioni e le insidie per la salute attribuibili alla tavola e ai peccati di gola.

    Evitando l’ipocrisia e il puritanesimo, piaccia o no, non bisogna dimenticarsi del valore edonistico, aggregativo e sociale che gli alcolici hanno nella nostra cultura. Come sempre, è fondamentale un consumo limitato e coscienzioso, che prediliga nettamente la qualità alla quantità, e possibilmente i prodotti più leggeri, come la birra e il vino, rispetto ai superalcolici. D’altro canto, sarebbe invece da eliminare il consumo legato a un’abitudinarietà vuota e solitaria: se i brindisi da concedersi sono pochi, è bene viverli in compagnia e nei momenti speciali.

     

    Conoscevate le conclusioni delle ricerche più recenti sul consumo di alcolici? Come vi regolate nella vostra quotidianità?

     

    Fonti:

    Scientific Reports
    Nature
    The Lancet
    Uci Mind
    Journal of Clinical Oncology
    Journal of the American Medical Association
    Fondazione Veronesi

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista e sommelier e ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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