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Raccolta del pomodoro in calo: quanto pesano i cambiamenti climatici?

Matteo Garuti
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    Il riscaldamento globale si ripercuote sempre più su diversi aspetti della vita e della società, causando crisi umanitarie e migrazioni forzate, oltre ai danni immediati dovuti ai fenomeni meteorologici. Fra le attività umane, l’agricoltura è quella più colpita direttamente da questi stravolgimenti, e l’ultima campagna di raccolta del pomodoro – che fa segnare un calo piuttosto evidente – sembra confermare questo aspetto. Ma quali sono i numeri della crisi e le conseguenze per il mercato? Dopo aver trattato il rapporto fra cibo e cambiamento climatico, in questo approfondimento cercheremo di saperne di più sul tema, partendo dal caso di una produzione agricola di grande importanza per l’Italia.

    Raccolta del pomodoro: i cambiamenti climatici la stanno danneggiando?

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    L’impatto dei cambiamenti climatici ormai non è solo una considerazione teorica, ma sta entrando nella nostra realtà quotidiana, con danni materiali ed economici su larga scala. Inevitabilmente, anche l’Italia paga questa situazione, che in ambito agricolo determina una serie di problemi correlati, dall’impoverimento dei terreni all’aumento di parassiti e malattie delle piante.

    Alla fine del luglio scorso, quando la campagna di raccolta del pomodoro stava iniziando, le premesse indicavano già un calo netto in termini di quantità. Le precipitazioni di maggio e gli eventi climatici estremi dell’estate, con grandine e siccità, lasciavano infatti presagire dati analoghi a quelli disastrosi del 2018, se non addirittura peggiori.

    Pomodoro italiano, cambia la stagione e calano le rese

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    Secondo i dati dell’Organizzazione interprofessionale del pomodoro da industria del Nord Italia (OI), la raccolta, conclusa alla metà di ottobre, ha fatto registrare un calo del 18% rispetto a quanto contrattato all’inizio della campagna – pur mantenendo una buona qualità del prodotto – a causa degli eventi atmosferici. I quantitativi lavorati, prossimi ai 2,5 milioni di tonnellate, confermano un dato in linea con quello del 2018, ma spicca un declino nella resa per ettaro, scesa a 65 tonnellate rispetto a una media quinquennale di circa 70. A livello nazionale, invece, l’organizzazione stima una produzione complessiva di circa 4,8 milioni di tonnellate.

    Come ha dichiarato Tiberio Rabboni, presidente dell’OI, “a incidere sul risultato è stata soprattutto la bassa resa, da attribuire alle avversità climatiche occorse soprattutto nella fase iniziale della campagna. Le piogge e il freddo di maggio, come le successive ondate di calore, non hanno permesso uno sviluppo omogeneo delle piante”. Questa situazione, secondo Rabboni, “dimostra, ancora una volta, come vada affrontato, in modo efficace, il tema del cambiamento climatico”. Il calo della raccolta, peraltro, rispetto allo scorso anno è stato mitigato da un aumento della superficie coltivata, inoltre il bel tempo di settembre e ottobre ha consentito un parziale recupero dei quantitativi prodotti tanto che, storicamente, con la campagna di raccolta del pomodoro “non si era mai arrivati così avanti nella stagione, oltre la terza settimana di ottobre”.

    Considerazioni analoghe sono state espresse da Antonio Ferraioli, presidente dell’Associazione nazionale degli industriali delle conserve alimentari vegetali (Anicav), durante il Tomato Day nell’ambito del Cibus Tec di Parma. Secondo Ferraioli “per le aziende di trasformazione, la campagna è iniziata con un ritardo di oltre una settimana rispetto agli anni scorsi. Le cattive condizioni climatiche di maggio e di luglio hanno posticipato trapianti e raccolta, incidendo sulle rese agricole e industriali, oltre a far lievitare notevolmente i costi aziendali“.

    Coldiretti ha inoltre evidenziato un dato che va consolidandosi a causa dei cambiamenti climatici, ovvero un rovesciamento della raccolta del pomodoro in Italia, con il Nord che parte prima e anticipa il Sud, fornendo ormai la metà del totale della produzione nazionale di pomodoro.

    Quanto vale il pomodoro italiano?

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    Pur sottolineandone il calo produttivo, OI e Anicav hanno rimarcato il valore del comparto italiano del pomodoro, il cui fatturato totale supera i 3,3 miliardi di euro. La coltivazione e l’industria conserviera a essa associata, infatti, costituiscono un polo economico di grande rilievo e tradizione, che conta circa 7mila aziende agricole produttrici, quasi 65mila ettari coltivati, oltre 90 imprese di trasformazione e 10mila addetti. Nel mondo, non a caso, il comparto italiano rappresenta il 13% della produzione mondiale e la metà del trasformato europeo, e in termini di quantità è secondo solo a quello degli Stati Uniti.

    Nel primo semestre del 2019, le esportazioni sono cresciute del 6% in volume e del 9% in valore. Circa il 60% delle produzioni, secondo l’Anicav, è destinato al mercato estero, che vale 1,7 miliardi di euro. Al fine di sostenere l’espansione di questo mercato, l’associazione sta curando due piani di promozione finanziati dall’Unione Europea, uno rivolto agli Stati Uniti e l’altro all’Oriente, in particolare Giappone, Corea del Sud e Cina.

    Questi dati confermano l’attenzione che andrebbe spesa per difendere il settore del pomodoro in Italia, anche alla luce degli scenari che si dovranno affrontare nel futuro prossimo.

    Le previsioni Onu non lasciano spazio ai dubbi

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    Il recente rapporto Cambiamento climatico e territorio, realizzato dal comitato scientifico dell’Onu sul clima, delinea una situazione allarmante, dalla quale non ci si potrà sottrarre nei prossimi anni. Concentrandosi sulle analisi di primario interesse per le produzioni agroalimentari, è evidente che il riscaldamento globale sarà un fattore impossibile da trascurare. La gestione del suolo e le scelte individuali, come più volte ribadito, avranno un ruolo decisivo per contrastarne gli effetti. Quando si parla delle misure pratiche per intervenire, però, quasi sempre l’iniziale favore di cui gode la salvaguardia dell’ambiente lascia spazio a scetticismo e resistenza, specialmente quando si propongono soluzioni di tipo fiscale che colpiscono determinati stili di consumo, come abbiamo visto nel nostro approfondimento sulle tasse sulla carne rossa.

    Eventi estremi e migranti climatici

    Secondo il rapporto Onu, la siccità e le alluvioni provocate dal riscaldamento globale saranno sempre più la normalità, anche alle nostre latitudini. Questi eventi già da tempo stanno degradando i terreni e diminuendo gli spazi coltivabili nelle aree subtropicali di Africa, Asia e Sud America, contribuendo a rendere inevitabili le migrazioni. L’avanzamento della desertificazione, peraltro, è già realtà anche nel Sud delle regioni mediterranee, mentre l’impoverimento dei suoli colpisce gran parte delle zone dove al cambiamento climatico si sommano i danni di un’agricoltura intensiva praticata senza il sufficiente rispetto per l’equilibrio ecologico delle campagne.

    I migranti economici, su scala globale, saranno sempre più migranti climatici, un quadro che potrebbe aggravare i conflitti sociali e politici per l’uso delle terre. Più nel dettaglio, inoltre, le analisi Onu confermano aspetti già assai difficili da negare, sottolineando che con la siccità saranno più frequenti e gravi gli incendi, a tutte le latitudini. È sempre più caldo ai Poli e sulle terre emerse, dove la temperatura dell’aria cresce più rapidamente della media globale e ha superato di 1,5 gradi centigradi quella dell’era precedente alla rivoluzione industriale. Nell’area mediterranea, invece, le precipitazioni annue diminuiscono e si concentrano pericolosamente, col manifestarsi di fenomeni alluvionali di forte intensità, che favoriscono l’erosione, oltre a provocare i danni diretti che le cronache dell’ultimo decennio hanno documentato.

    Gli obiettivi della Cop 21 e le conseguenze del global warming

    Il limite di riscaldamento di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali – fissato dall’Accordo di Parigi sul clima del 2015 e considerato ambizioso – non sarebbe comunque sufficiente per evitare siccità, incendi, scioglimento dei ghiacciai e instabilità nell’approvvigionamento alimentare. Se però il global warming raggiungerà o supererà i 2 gradi, obiettivo minimo del Cop 21, i rischi saranno “molto alti”, e in questo quadro la popolazione colpita arriverà a 220 milioni di individui, aumentando al crescere della temperatura, mentre il dato potrebbe superare i 277 milioni in uno scenario di +3 gradi centigradi.

    Seguendo le considerazioni del rapporto, la gestione dei suoli assume un ruolo decisivo per orientare i processi climatici del futuro. Incrementare gli spazi coperti dalle foreste, ad esempio, può contenere l’impatto dei gas serra in atmosfera, e in questo senso anche le scelte prese in ambito agricolo saranno fondamentali.

    Anche il cibo si impoverisce

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    Come abbiamo visto nel caso della raccolta del pomodoro, questa situazione si riflette sulle produzioni alimentari, ma anche sulla loro qualità. Quelli che vengono definiti eventi estremi, con la loro variabilità, intaccheranno la stabilità delle fornitura, con prevedibili oscillazioni dei prezzi, a scapito dei produttori, specialmente quelli piccoli e medi, e delle fasce meno abbienti della popolazione. Nelle aree tropicali – ma anche in quelle mediterranee – la produttività è destinata a calare, mentre aumenterà nelle aree più fredde.

    Non meno significativo, quindi, sarà il declino nutritivo dei cibi, anche in questo caso soprattutto a danno dei Paesi poveri o in via di sviluppo. Si tratta di un aspetto particolarmente interessante e il cui studio è ancora agli albori. L’Onu stima un calo generalizzato in questi termini:

    • Proteine: -5,9 – 12,7%
    • Zinco: -3,7 – 6,5%
    • Ferro: -5,2 – 7,5%

    In questo contesto, risulta ancor meno tollerabile lo spreco alimentare, che ammonta a circa un terzo della produzione complessiva, contribuendo al rilascio di gas serra per circa il 10% del totale delle emissioni. Insieme alla gestione dei suoli, quindi, anche quella della catena alimentare risulta imprescindibile nell’ottica di un contrasto efficace al riscaldamento globale. L’agricoltura e lo sfruttamento dei terreni sarebbero responsabili per il 23% delle emissioni di gas serra, e un’alimentazione meno ricca di carni, a partire da quella di manzo, potrebbe liberare fino a 25 milioni di chilometri quadrati di superficie coltivata, con un risparmio di oltre tre miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno.

     

    Eravate al corrente dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla coltivazione del pomodoro e sulle produzioni alimentari?

     

    Fonti:

    OI
    Anicav
    Coldiretti
    Onu

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista e sommelier e ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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