pesca e cambiamenti climatici

Quali sono gli effetti dei cambiamenti climatici sulla pesca?

Erica Di Cillo
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Indice

     

     

    Lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento dei livelli di mari e oceani, così come la desertificazione hanno forti ripercussioni sulla produzione alimentare e sulle economie più deboli dei Paesi in via di sviluppo. Negli ultimi anni, però, alcuni studi si sono concentrati anche sugli effetti negativi dei cambiamenti climatici sulla pesca, che sono altrettanto preoccupanti. Si tratta di tematiche al centro dell’ultima edizione di Slow Fish conclusa domenica 12 maggio, dove Gabriele Volpato, dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha presentato una ricerca che mette in relazione pesca e cambiamenti climatici, come già aveva fatto un dettagliato report della FAO nel 2018. Vediamo allora quali sono gli aspetti più critici della questione e che scenario si prospetta per il futuro.

    Pesca e cambiamenti climatici: quali ripercussioni?

    Che il cambiamento climatico abbia gravi conseguenze sull’agricoltura è ormai assodato. Poco tempo fa avevamo parlato dei food shock, le perdite alimentari dovute a improvvisi eventi, sempre più frequenti, come siccità o alluvioni, ma ci eravamo già occupati anche dell’impatto globale che questa situazione ha sull’agricoltura e sull’alimentazione: dalle filiere che diventano a un tratto meno produttive, alle colture che non sono più adatte ai territori in cui tradizionalmente erano radicate. I dati delle ultime ricerche, però, compresa quella presentata durante l’ultima edizione di Slow Fish, mettono in evidenza che anche sulla pesca cominciano a esserci pesanti ripercussioni, di cui forse non si è ancora parlato abbastanza.

    pesca sostenibile

    Il ricercatore Gabriele Volpato ha preso in considerazione l’area costiera dell’Africa occidentale, ricca di comunità che basano sulla pesca il loro sostentamento, e ha messo in evidenza come la drastica diminuzione degli stock ittici sia correlata all’aumento delle temperature. Gli oceani, infatti, assorbono quasi un terzo delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale e di conseguenza si riscaldano: questo fa sì che i molti pesci si spostino alla ricerca di acque più fresche, ha sottolineato Volpato. Il cambiamento delle rotte migratorie, però, è un fenomeno da non sottovalutare, che influenza l’intero ecosistema e la sua biodiversità, e mette a rischio la sopravvivenza di quanti vivono lungo quelle coste e traggono sostentamento quotidiano dalla pesca. Ma gli ecosistemi marini hanno anche un altro importante ruolo, perché contribuiscono a produrre biomasse e proteggono le coste dall’erosione: ogni squilibrio al loro interno è di estrema gravità.

    Secondo i dati raccolti, l’80% delle 70 specie diverse monitorate nel Nord Atlantico si è spostato verso nord oppure in acque più profonde, in un arco temporale di 50 anni. Per questo motivo, le rive sono sempre meno ricche di pesci e i pescatori devono allontanarsi dal porto molto più di prima, con un conseguente aumento dei prezzi. Nel Mediterraneo, per esempio, sono già diverse le specie che non si trovano facilmente, come lo sgombro, mentre prosperano quelle più invasive.

    Non solo la temperatura, ma anche l’acidità della superficie degli oceani sta aumentando: un cambiamento che avviene tra 10 e 100 volte più velocemente rispetto agli ultimi 50 milioni di anni, e in alcune creature marine causa l’incapacità di produrre conchiglie e altre parti del corpo.

    stock ittici

    Tra cambiamenti climatici e cattiva gestione degli stock ittici

    Nel 2015 gli Accordi di Parigi sul clima avevano sottolineato l’urgenza di un intervento per limitare l’impatto del cambiamento climatico sul sistema produttivo alimentare, sottolineando anche la mancanza di analisi dettagliate dedicate al settore della pesca. Lo studio FAO del 2018, Climate change implications for fisheries and aquaculture, ha preso in esame 13 diverse regioni marine e si è concentrato proprio sulla ricerca di questi dati, tracciando un quadro allarmante, destinato a peggiorare nel breve periodo, senza degli adeguati interventi. Non si tratta, però, dell’unico fattore di stress per le acque e le specie viventi che le abitano, perché tutto parte dalla pesca intensiva e dal cattivo sfruttamento che facciamo di questa risorsa preziosa.

    Ogni giorno, infatti, i pescherecci gettano nuovamente in mare enormi quantità di pesce scartato, mentre un’altra parte viene venduta a prezzi così bassi da compromettere l’economia dei piccoli pescatori locali. Un sistema che non può più funzionare, perché in questo modo gli stock ittici subiscono grossi cali, compromette l’intero ecosistema e danneggia irrimediabilmente le economie di molti Paesi in via di sviluppo, come i piccoli stati insulari che dipendono soprattutto da pesca e acquacoltura per la maggior parte dell’apporto proteico nell’alimentazione.

    filiera ittica

    Acquacoltura e pesca in acque interne

    In Africa e Asia è praticato il 90% della pesca in acque interne e anche su questa attività pesano lo sfruttamento delle risorse e l’inquinamento ma soprattutto il cambiamento climatico, poiché in questi continenti, in cui molte economie sono fragili e la popolazione non ha grandi mezzi di sostentamento, il riscaldamento in futuro sarà più alto della media globale. Secondo le previsioni, entro il 2100 il 25% degli ecosistemi di acque interne africani avvertirà questi squilibri.

    Infine, nel giro di qualche decennio ci sarà un forte impatto negativo anche sull’acquacoltura, perché la salinità delle acque fluviali aumenterà a causa dell’innalzamento del livello del mare.

    Una pesca sostenibile è possibile?

    pesca

    Di fronte a questi dati preoccupanti, è legittimo domandarsi quale sia la soluzione e se una pesca davvero sostenibile sia ormai possibile, tenendo anche conto dell’aumento globale della popolazione. La ricerca presentata da Volpato e lo studio della FAO hanno messo in evidenza come sia fondamentale ripensare tutta la filiera ittica e, soprattutto, ridurre l’intensità della pesca.

    Come ha affermato Volpato, bisogna ‘adattare le nostre abitudini di consumo a questa nuova realtà”, consumando pesci che non sono autoctoni ma che oggi sono diffusi, per alleviare la pressione sulle altre specie, e preferire la pesca locale e artigianale. Naturalmente, però, la priorità è  intervenire efficacemente su scala mondiale per arginare il cambiamento climatico e i danni che produce.

     

    Conoscevate queste dinamiche legate alla pesca? Come scegliete il pesce che acquistate?

    Erica Di Cillo

    Erica è nata in Molise ma da undici anni vive a Bologna, dove lavora come web writer, social media e content manager freelance. Il suo piatto preferito sono le polpette, perché prepararle la mette di buonumore. Nella sua cucina non devono mancare la salsa di soia e un wok per saltare le verdure e organizzare al volo una cena.

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