Impronta idrica: quanta acqua serve per produrre i cibi che portiamo in tavola?

Angela Caporale
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    Avete mai pensato a quanta acqua è necessaria, ogni giorno, per poter garantire a una persona il cibo di cui ha bisogno? È universalmente riconosciuto quanto l’acqua sia fondamentale per la vita, ma molto spesso passa in secondo piano in che modo questa risorsa sia cruciale anche per la sopravvivenza di qualsiasi essere vivente, piante e animali, compresi quelli che si inseriscono nella nostra catena alimentare.

    Tutto ciò che mangiamo, infatti, ha un suo costo in termini di acqua: si chiama “impronta idrica” degli alimenti, o Water Footprint ed è stata calcolata da un gruppo di ricercatori della University of Twente. Vediamo allora quanta acqua consumiamo per produrre una mela e quanta per una bistecca di pollo.

    “Impronta idrica” degli alimenti: cos’è e come si misura?

    L’impronta idrica degli alimenti, così come viene definita dai ricercatori, è l’insieme di tutta l’acqua dolce che è stata necessaria durante il ciclo di produzione di un determinato cibo. Non si tratta di una misurazione specifica, poiché l’acqua non viene utilizzata tutta nello stesso momento, ma di un calcolo virtuale che tiene in considerazione tutti i passaggi e i consumi standard della filiera che può avere conseguenze sia a livello ambientale che sociale, come nel caso dell’avocado in Cile.

    Il calcolo della Water Foot Print, l’impronta idrica degli alimenti

    sprechi acqua

    pingphuket/shutterstock.com

    I ricercatori, uniti nel Water Foot Print Network, hanno elaborato una metodologia specifica per valutare l’impronta idrica. Nello specifico, considerano di sommare tre componenti differenti:

    1. Green water: la quantità di acqua piovana evapotraspirata dal suolo e dalle coltivazioni;
    2. Blue water: le acque di superficie (corsi d’acqua, falde) che vengono impiegate lungo la filiera e non restituite alterreno;
    3. Grey water: l’acqua inquinata dalla filiera, calcolata a partire dal volume che sarebbe necessario per ripristinare l’equilibrio ecologico e gli standard di qualità naturali.

    La somma di questi tre elementi consente a di calcolare l’effettivo peso idrico di coltivazioni, allevamenti e tutte le produzioni che coinvolgono il settore agroalimentare e non soltanto. È stato calcolato anche, per esempio, il “costo” di fibre come il cotone. In tutti i casi, l’elemento che ha un maggior peso è quello della green water che varia di area in area, di stagione in stagione ed è condizionata anche dal cambiamento climatico.

    impronta idrica allevamenti

    Syda Productions/shutterstock.com

    Qual è l’impatto idrico della tua dieta?

    Sul sito del Water Footprint Network è possibile calcolare l’effettivo impatto idrico del proprio stile di vita, ma anche semplicemente comparare alcuni tra i cibi più comuni. Vediamo i risultati per comprendere quanta acqua viene consumata per produrre 1 kg dei seguenti alimenti quotidiani:

    Mela 822 l/kg
    Burro 5.553 l/kg
    Carne di manzo 15.415 l/kg
    Banane 790 l/kg
    Vino 870 l/kg
    Pomodori 214 l/kg
    Caffè 18.900 l/kg
    Riso 2.497 l/kg
    Maiale 5.988 l/kg
    Pasta 1.849 l/kg
    Olive 3.015 l/kg
    Mais 1.222 l/kg
    Lattuga 5.520 l/kg
    Uova 3.300 l/kg
    Latte 1.020 l/kg

    L’impronta idrica dei cibi, dunque, varia molto di prodotto in prodotto ed è un indicatore che, insieme ad altri, ci consente di imparare a riconoscere l’impatto ambientale di quello che mangiamo. Non è il solo elemento rilevante, ma consente di misurare l’ammontare di acqua dolce necessaria per alimentare l’intera filiera, dove questo accade e con che impatto. Si tratta di dati utili per sviluppare ulteriori ricerche nell’ottica della sostenibilità.

    Inoltre, come sottolineano gli stessi ricercatori olandesi, questa mappa permette di valutare l’impatto ambientale dal punto di vista idrico di ciascuna coltura o allevamento a livello locale, andando ad analizzare territorio per territorio dove risiedono best practice e criticità. Consente, inoltre, di individuare quali sono le situazioni più drammatiche, dove è più urgente agire ai fini della riduzione degli sprechi.

     Avocado, carne e gli altri “consumatori d’acqua”, che fare?

    L’acqua è un bene tanto prezioso quanto scarso. Dal momento che, come è risaputo, non è possibile la vita senza, l’azione per evitare che si disperda e sprechi è fondamentale. “Dal momento che la disponibilità di acqua dolce sulla terra è limitata – si legge sul sito del Water Footprint Network – è importante sapere come è impiegata per vari scopi in maniera tale da alimentare dibattiti che contrappongono l’applicazione per la natura e quella per il cibo, o ancora l’uso nella filiera agroalimentare contro l’energia, oppure la distribuzione tra quanta viene impiegata per beni di sostentamento oppure per beni di lusso”.

    Il consiglio alle persone comuni è di iniziare a ridurre gli sprechi idrici già in casa, installando per esempio dei dispositivi di risparmio dell’acqua oppure chiudendo il rubinetto mentre ci si lava i denti o in altre situazioni analoghe. Dal punto di vista alimentare, invece, gli esperti suggeriscono due strade, potenzialmente parallele.

    impronta idrica avocado

    Lerner Vadim/shutterstock.com

    Ridurre gli sprechi d’acqua: cosa possono fare i consumatori?

    In primo luogo, è possibile ridurre il consumo di alimenti di cui è riconosciuto l’ingente impatto idrico. Ad esempio, preferendo la carne di pollo a quella di manzo, scegliendo il tè al posto del caffè e, in generale, adottando soluzioni sostenibili come fanno i flexitariani, per esempio, oppure seguendo una “dieta universale” come quella proposta dai ricercatori della rivista Lancet, studiata proprio per nutrire il pianeta, o ancora adottando uno stile alimentare vegetariano. Si tratta di un percorso complicato, anche perché non sempre è facile modificare le proprie abitudini per ragioni di sostenibilità collettive.

    Una seconda strategia prevede, invece, la scelta di alimenti con il minor impatto idrico possibile all’interno della stessa categoria di prodotto che desideriamo. Per esempio, scegliendo latte prodotto in una determinata zona dove, secondo la mappa del WFN, ci sono buoni livelli di risparmio idrico in filiera. La criticità, in questo caso, è rappresentata dalla limitata trasparenza e dalla carenza di informazioni a disposizione del consumatore che in etichetta trova ancora pochi dati.

    La chiave, ancora una volta, è quella della consapevolezza di quanto si mette nel carrello, come evidenziato anche da Ismea che, all’inizio del 2019, ha chiesto ai consumatori come vorrebbero modificare le etichette degli alimenti. Tuttavia, gli italiani sono sempre più sensibili alla qualità di quello che mangiano, esigenza che si esprime sia attraverso la ricerca di eccellenze come DOP o IGP, ma anche con una rinnovata attenzione alla sostenibilità umana e ambientale del cibo, testimoniata anche dalla crescita del biologico.

    L’importante, sottolinea Rick Hogeboom, del gruppo di ricercatori di Twente durante un TedXTalk, è imparare a riconoscere anche l’impatto idrico del nostro stile di vita: “abbiamo calcolato che ciascuno di noi utilizza quotidianamente 4.000 litri d’acqua dolce. Sarebbe come fare 20 bagni nella vasca ogni giorno. Ciò è ingiusto e orribilmente inefficiente.”

    Conoscevate la quantità di acqua necessaria per poter produrre i cibi che mangiamo quotidianamente?

    Angela Caporale

    Nata a Udine, vive e lavora a Bologna come giornalista freelance. Il suo piatto preferito è la pasta alla carbonara, perché le viene proprio bene in tutte le sue varianti. In cucina, per lei, non può mai mancare una compagnia ciarliera, un dolce da condividere e un buon bicchiere di vino bianco.

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