il rito del mate a lungro

Il rito del mate: dall’Argentina al Pollino

Giulia Ubaldi
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Indice

     

     

    L’avreste mai detto che oggi si beve più mate in Calabria che in Argentina? In particolare a Lungro, paese arbëreshë del Pollino, in provincia di Cosenza, dove gli abitanti hanno fatto loro questa tradizione. È stato dopo l’Unità d’Italia, in seguito all’emigrazione italiana di ritorno dall’Argentina, che il consumo del mate si è diffuso con una sorprendente incisività, diventando la bevanda per eccellenza delle case lungresi. Ma in realtà non si tratta solo di bere, perché, come dicono loro, “per noi il mate non è una bevanda, ma un rito, il riti matit e a Lungro si adotta da sempre tutto ciò che è socializzante”. Qui, infatti, tutti i negozi vendono yerba mate insieme agli accessori necessari per prepararlo; inoltre è nata anche la Casa del Mate dentro le Officine della Musica di Anna Stratigò, di cui vi avevamo già parlato in occasione della preparazione degli shëtridhlat, antica pasta arbëreshë. Dunque, ecco tutto quello che c’è da sapere sul rito del mate a Lungro, tradizione che dall’Argentina alla Calabria ci dimostra l’estremo potere che hanno sempre le migrazioni; insomma, un vero e proprio fatto sociale totale.   

    Il rito del mate: origine della bevanda  

    foglie mate

    Il mate prende il nome dalle foglie dell’erba Mate, yerba mate, diffusa in Sud America e utilizzata per la sua preparazione. La bevanda è originaria della Cordigliera delle Ande, dove si consuma ancora quotidianamente, anche se ormai molto meno che a Lungro. Si prepara così: si mette a bruciare un carboncino ardente con un po’ di zucchero e la buccia d’arancia all’interno del cungulo, ovvero l’apposito recipiente di zucca per il mate ( alcuni lungresi hanno iniziato persino a piantare questo ortaggio); poi si riempie di yerba mate essiccata e acqua calda. L’acqua va versata sempre nello stesso punto per inumidire solo una parte delle foglie e lasciarne asciutta un’altra; nel punto in cui si versa l’acqua si inserisce la cannuccia che, come vedremo, non andrà mai alzata. Ora si può iniziare a bere finchè non sarà terminata completamente la propria dose (cioè quando si inizia sentire il risucchio) per passare al proprio vicino; si può continuare ad aggiungere acqua e far circolare il mate stando anche ore e ore davanti al fuoco.

    Le 99 proprietà benefiche del mate

    Il mate non ha particolari controindicazioni, anzi ha ben 99 proprietà benefiche: ad esempio, è un toccasana per le vie respiratorie, è diuretico, energizzante, antiossidante, depurativo, brucia grassi, digestivo. Essendo anche un po’ eccitante, seppur molto meno del caffè, è meglio non berlo la sera ma durante la mattinata, oppure dopo pranzo.

    Il rito del mate a Lungro e la gjitonìa arbëreshë

    Come quasi tutti i riti, quando ha inizio è preferibile non muoversi o alzarsi: è importante che tutti restino seduti in cerchio, a maggior ragione dopo il proprio turno. Infatti è considerata davvero una scortesia andare via dopo aver bevuto il proprio mate, perché il senso più profondo resta la condivisione davanti al focolare.

    Tra le comunità arbëreshë, gjitonìa indica tutto quel che è legato al vicinato: stare insieme davanti al focolare; spettegolare in modo sano; porte aperte e chiavi attaccate. Insomma, un antico e profondo senso di appartenenza e aiuto reciproco, ancora vivo oggi in paesi come Lungro, per cui alla fine tutti sono figli di tutti e si entra e si esce da ogni casa quasi come se fosse la propria. E il mate è proprio questo, il simbolo per eccellenza del fare gjitonìa.

    mate bevanda

    Foto di Giulia Ubaldi

    Per tutti questi motivi è assolutamente vietato l’utilizzo di qualsiasi dispositivo elettronico, dal computer al cellulare, da tenere rigorosamente spento. Durante il mate le uniche persone con cui parlare sono quelle sedute al proprio fianco, perché il mate serve proprio a questo e la sua funzione socializzante è imprescindibile.

    Le regole del rito e la Canzone del Mate 

    Il mate deve sempre avere la schiuma, poiché sta ad indicare che è stato appena preparato ed è molto caldo; presentare o offrire un mate senza schiuma è un affronto, di fronte al quale ci si può anche offendere. A proprio rischio e pericolo, il mate si può anche correggere, o meglio come dicono loro “avverare” con un po’ di sambuca, o in alternativa grappa.

    Nessuno vuole mai bere il primo mate, cioè i primi sorsi, perché sono molto forti, tanto che chi inizia viene chiamato “lo scemo”. Di solito, quindi, si aspetta che sia qualcuno a offrirsi volontario, altrimenti toccherà a chi l’ha preparato. Secondo il rito si beve tutti dalla stessa cannuccia, la bombigia, o pumbigia o bombilla, ovvero la cannuccia d’argento, di metallo o di acciaio utilizzata per bere il mate. Da un lato ha l’imboccatura e dall’altro un filtro per impedire di bere le foglie; per questo non bisogna mai alzarla, poiché altrimenti tutta l’erba salirebbe in bocca.

    mate rito

    Foto di Giulia Ubaldi

    In accompagnamento al mate si possono anche mangiare dei semplici biscotti secchi, chiamati viscotte. Qualsiasi altra pietanza andrebbe ad alterare troppo sia il gusto che il senso profondo di questa bevanda. È buona educazione risucchiare almeno tre volte, alla fine, come segno che si è gradito sia il mate che il tempo trascorso insieme. Basta aspirare fino a esaurirlo completamente e provocare quel tipico rumore che fa una cannuccia quando finisce il liquido aspirato: pensare che altrove viene ritenuto un segno di maleducazione!

    la casa del mate

    Foto di Giulia Ubaldi

    È sempre la fondatrice della Casa del mate, Anna Stratigò,  l’autrice della prima e unica canzone tutta dedicata al rito del mate di Lungro, con tanto di danze arbëreshë, che l’ha resa celebre anche in Argentina, dove a breve verrà addirittura eretto un monumento in suo onore. Sembra infatti  che proprio dopo l’uscita di questo pezzo il consumo di mate sia aumentato del 21%. Perché lei, così come tutti i lungresi che non hanno mai smesso di berlo, ha dato la giusta importanza alla storia che un simile rito si porta addosso. Buon ascolto e buona visione!

    Foto in evidenza: Giulia Ubaldi

    Giulia Ubaldi

    Antropologa del cibo, è nata a Milano, dove vive e scrive per varie testate, tra cui La Cucina Italiana, Scatti di Gusto, Vanity Fair e le Guide Espresso. Il suo piatto preferito sono gli spaghetti alle vongole, perché per lei sono diventati un'idea platonica: "qualsiasi loro manifestazione nella realtà sarà sempre una pallida copia di quella nell'iperuranio". Nella sua cucina non mancano mai pistilli di zafferano, che prima coltivava!"

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