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Fame nervosa: da cosa dipende e come limitarla? Intervista a Enzo Spisni

Matteo Garuti
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    La fame nervosa, spesso erroneamente confusa con i disturbi del comportamento alimentare, è una condizione innata e fisiologica, che spinge a mangiare più del dovuto e al di là delle reali necessità dell’organismo. Una recente pubblicazione ha trattato questa condizione, parlando di ‘falsi stimoli’ del cervello sul corpo, da non sottovalutare per le conseguenze negative che questi possono avere sulla salute. Ma cosa ci porta a mangiare senza bisogno? E come possiamo evitare di cedere alle tentazioni? Per saperne di più abbiamo coinvolto il professor Enzo Spisni, fisiologo della nutrizione dell’Università di Bologna. 

    Fame nervosa e ‘falsi stimoli’ da governare

    eccesso zuccheri

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    Mangiare più di quel che ci serve, non per piacere o golosità, ma essenzialmente per l’errata percezione di uno stimolo: la fame nervosa può manifestarsi anche quando si è perfettamente sazi. Il cibo, in questo caso, compensa lo stress o manifesta una carenza emotiva, ma se una tendenza diventa abitudine, le ripercussioni sulla forma e sulla salute sono inevitabili. Nel saggio Il cervello affamato, il neurobiologo americano Stephan Guyenet ha approfondito i meccanismi che ci rendono vulnerabili rispetto al cibo, esponendoci a diverse patologie associate alla sovralimentazione, e in particolare all’eccesso di zucchero e grassi. Secondo l’autore, la nostra parte razionale deve quotidianamente affrontare quella inconsapevole, intuitiva e focalizzata sull’immediato. Quindi, si creerebbe un conflitto tra consapevolezza e istinto – non di rado vinto da quest’ultimo – logica alla base di quella che comunemente viene chiamata fame nervosa, terreno fertile che contribuisce a rendere fiorente il business delle diete.

    Il problema dei ‘falsi stimoli’ sarebbe legato all’evoluzione umana, perché i circuiti nervosi della nostra specie si sono forgiati in un contesto primitivo, dettato da una costante ricerca di cibo, per affrontare carestie e digiuni forzati. Su questa necessità fondamentale per la sopravvivenza e la riproduzione, si è costituito un fortissimo imprinting, non a caso l’idea di moderare l’alimentazione era del tutto estranea ai nostri avi. Anche nella condizione attuale della società dell’abbondanza, questa impronta resiste, con le conseguenze indesiderate sopra citate.

    Il professor Spisni aggiunge alcune considerazioni, sottolineando che “dall’alimentazione otteniamo una ricompensa di natura fisiologica e psicologica, l’essere umano per natura tende a mangiare più del dovuto. La cosiddetta fame nervosa è innata e non ha a che fare con i disturbi alimentari. Le patologie di questo tipo – come la bulimia – si instaurano in seguito a problemi psicologici profondi, dovuti a situazioni familiari o di accettazione di sé stessi. Peraltro, come sappiamo, si tratta di condizioni tipiche dei giorni nostri. Parlando di falsi stimoli, invece, bisogna precisare che a volte confondiamo la fame con la sete. Un motivo in più per bere molto, perché a volte si tende a soddisfare il bisogno di liquidi con il cibo”.

    Fame nervosa e dipendenza

    Come abbiamo visto nella nostra intervista al professor Leonardo Mendolicchio, la dipendenza da cibo si può innestare nelle dinamiche della fame nervosa. In particolare, è il consumo precoce e abituale di alimenti altamente palatabili – ricchi di zuccheri, grassi e calorie – a favorire l’avvio di una food addiction, scatenando maggiormente la stimolazione. Come aggiunge Spisni, “l’industria alimentare sfrutta questi ingredienti per favorire l’instaurarsi di una forma di blanda dipendenza, alla quale si aggiunge il complesso ruolo dei recettori del gusto. Questi ultimi trasmettono segnalazioni che giungono al sistema nervoso, coinvolgendo l’aspetto emotivo, attraverso il richiamo di ricordi familiari o legati a esperienze di vita. I gusti artificiali, ricercati per instillare questo legame subdolo, devono essere molto intensi e spesso nettamente diversi da quelli riscontrabili in natura. Il settore degli aromi, del resto, rappresenta un comparto decisivo per la grande produzione del food”.

    Il funzionamento dei centri che governano la fame e la sazietà è un ambito di studio recente, che sta offrendo un contributo importante alle conoscenze della fisiologia. “Oggi sappiamo che un pasto determina la produzione di molte sostanze ormonali, tra cui gli oppioidi endogeni, che hanno effetti riconducibili a quelli delle sostanze stupefacenti, seppur meno intensi. Quando siamo sazi, quindi, si verifica un meccanismo di appagamento molto potente, il cui venir meno causa malessere e cali umorali, tipicamente legati alle diete ipocaloriche troppo restrittive, non a caso difficili da seguire. Questi equilibri non si riescono ancora a modificare con dei medicinali: finora, quando si è provato a farlo, le conseguenze sono state nefaste. Un farmaco contro l’obesità come il Rimonabant, oggi ritirato, cercava di alterare la sazietà agendo su recettori specifici presenti nel centro della fame, ma anche nel resto del cervello, favorendo così la sazietà ma anche la depressione, fino a casi estremi di tentativi di suicidio. Si tratta di meccanismi molto complessi, che farmacologicamente ancora non siamo in grado di pilotare. A differenza di quanto accade per tabagismo o alcolismo, la dipendenza da cibo non si può interrompere drasticamente. In genere, infatti, chi smette di fumare lo fa bruscamente, ma non è possibile fare lo stesso con il cibo, con il quale dobbiamo comunque mantenere un rapporto, e questo contribuisce a complicare le cose”.

    Esperienze personali e apprendimento

    obesità infantile

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    In sostanza, quindi, la fame nervosa in larga parte prescinderebbe dalla mancanza di cultura alimentare o forza di volontà, perché le scelte sarebbero dirottate da circuiti cerebrali istintivi. Tuttavia, le abitudini sbagliate si radicano dai primi anni di vita, in particolare se i genitori usano il cibo come ricompensa o punizione, di conseguenza insegnare ai bambini un corretto rapporto con gli alimenti è estremamente importante. L’intervistato aggiunge che “lo svezzamento, giustamente, riceve sempre più attenzione, e da tempo gli è stato riconosciuto il ruolo di primo momento educativo fondamentale per abituare i bambini a vivere l’alimentazione in modo sano, prevenendo l’obesità infantile, oltreché per prendere confidenza con una grande varietà di gusti”. 

    Inoltre, “è vero che le esperienze di vita possono cambiare il rapporto con fame e sazietà – chi ha vissuto guerre o carestie prolungate, ad esempio, in seguito è più portato all’overfeeding – ma considerando la società di oggi, è soprattutto lo stress a influenzare questo comportamento. Chiunque necessita di appagamenti di qualche tipo: quando la vita lavorativa o di coppia non funzionano come vorremmo, si è portati a rifugiarsi nel cibo, soprattutto sulla quantità. Mangiare, infatti, genera un piacere sicuro, una ricompensa certa, a differenza degli impegni della quotidianità, che richiedono fatica e non sempre garantiscono le soddisfazioni”.

    Fame nervosa: come prevenirla?

    dieta e cibi grassi

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    Per evitare di cedere alla fame nervosa, possiamo ricorrere a una pianificazione attenta di ciò che mangeremo nell’arco del giorno, eliminando i cosiddetti junk food. Inoltre, pare che per non cadere in tentazione sia utile spostare l’attenzione su un pensiero positivo, slegato dal cibo. Questo stimolerebbe le regioni della corteccia prefrontale, inducendo il cervello a concentrarsi sulla razionalità del processo decisionale. Un’altra buona idea è quella di abituarsi a consumare alimenti meno calorici a parità di volume, e in questo caso quelli non raffinati, ricchi di fibre o poco conditi – vegetali in primis, ma anche fonti proteiche di qualità – possono essere la scelta giusta. 

    Anche se i ‘falsi stimoli’ fanno leva su meccanismi irrazionali, il professor Spisni aggiunge che “l’educazione, la consapevolezza e la formazione che inizia dall’infanzia possono aiutarci. Consideriamo, ad esempio, le civiltà che per cultura tradizionalmente utilizzavano stupefacenti, come quelle dell’America precolombiana. Queste comunità riuscivano a gestire l’uso di droghe, in genere senza eccedere o cadere nella dipendenza, perché limitavano il loro consumo solo ai riti religiosi e alle ricorrenze più importanti, la fruizione non era mai quotidiana. In termini di contenimento e fatte le debite proporzioni, si tratta della stessa logica che dovrebbe guidarci nel rapporto con determinati cibi”.

     

    Vi capita spesso di provare fame nervosa? Come cercate di evitare i ‘falsi stimoli’?

     

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista e sommelier e ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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