E se a salvare il pianeta fosse un “burger alternativo”?

Ivana De Innocentis

“Io facevo parte della gente che diceva “oh povero agnello ma è così buono”, perché non avevo visto esattamente quello che c’era da vedere”. Questa la testimonianza della ballerina francese Sylvie Guillem, da 7 anni vegana, ecologista e testimonial della Peta, che fa leva sull’urgenza di un cambiamento mondiale di abitudini alimentari, raccontando la sua esperienza personale.

Quello che possiamo e dobbiamo fare per salvare il pianeta, ci dice, è boicottare il sistema industriale dell’industria della carne.

È partendo da singole scelte individuali che possiamo arrivare a grandi cambiamenti e a una possibile rivoluzione alimentare, ma per far questo è necessaria una maggiore conoscenza e una maggiore consapevolezza. Con questa e altre riflessioni che si è aperta la quarta puntata della trasmissione su Rai3 “Indovina chi viene a cena” a cura di Sabrina Giannini; di rado guardo la TV ma questa puntata, un’inchiesta che oltre ad analizzare le conseguenze ambientali della produzione della carne ne ha mostrato due sistemi rivoluzionari alternativi, ha davvero catalizzato la mia attenzione.

mucche


Una rivoluzione nel piatto, per salvare il pianeta

Le statistiche sui livelli di produzione della carne e le conseguenze ambientali sono sempre più allarmanti: ogni giorno nel mondo vengono consumati 6 milioni di hamburger della “famosa catena di fast food”. La trasmissione ci invita a fare un passo in avanti, immaginando un futuro di sovrappopolazione e di homo sapiens consumatori di carne. Continuando così, infatti, tra 35 anni saremo circa 10 miliardi di persone (fonte ONU) e macelleremo 100 miliardi di animali l’anno. Considerando che i gas metano emessi dai bovini per il latte e la carne sono più inquinanti e distruttivi delle nostre auto e più gas serra di tutti i trasporti messi insieme, e che sono la principale fonte di emissione di anidride carbonica, provate a immaginare le drammatiche conseguenze per l’effetto serra e per il nostro pianeta.

Una maggiore informazione può portare a una maggiore consapevolezza e alla presa di coscienza che quello che mettiamo nel nostro piatto non riguarda più solo noi, ma un intero pianeta. Abbiamo l’obbligo morale di porci delle domande e la possibilità di fare la differenza, di cambiare le cose e di fare una vera e propria “food revolution”.

Dagli USA il burger vegano “impossibile”

Ne avevo già sentito parlare da mesi ma mi sono resa conto di quanto fosse straordinario e potenzialmente rivoluzionario solo guardando questa trasmissione. Parlo del cosiddetto “burger impossibile”, un burger 100% vegano e vegetale, a base di proteine di grano e soia, olio di cocco e vitamine, del tutto simile a quello di carne animale, nel gusto e nella consistenza.


Questo “burger di carne senza carne” ha visto la luce nel 2016 nella Silicon Valley in California, dopo ben 7 anni di studi e sperimentazioni da parte dell’Impossible Food, azienda-startup e in particolare del creatore di questo appetitoso burger, un ricercatore dell’università di Stanford. A far decollare il progetto la generosa donazione del miliardario Bill Gates, che ha contribuito alla causa con ben 150 milioni di euro. Incuriosita dall’inchiesta ho approfondito l’argomento, andando a caccia delle reazioni di chi lo ha assaggiato e scoprendo che tutti i loro sensi sembrano non cogliere alcuna minima differenza con un reale hamburger di carne.

Da vegetariana per scelta, e non per salutismo, avrei probabilmente grandi difficoltà anche solo ad assaggiare il burger impossibile, e in effetti non ne ho nessuna intenzione: come già illustrato in un altro articolo, perché mai dovrei mangiare qualcosa che mi ricorda in tutto e per tutto la carne animale se già seguo una dieta alimentare equilibrata, il più possibile cruelty free e a basso impatto ambientale? Ma ben comprendo le potenzialità di questa rivoluzionaria invenzione, perfetta per chi non vuole rinunciare al sapore della carne ma vuole contribuire a migliorare le sorti del pianeta. Insomma, un compromesso vegetale che potrebbe davvero rappresentare una svolta nelle abitudini alimentari mondiali, riducendo notevolmente l’impressionante numero di hamburger consumati annualmente. Che male c’è a tentare questa nuova strada? Il burger impossibile è per ora disponibile solo negli USA ma sono davvero curiosa di attendere il suo arrivo in Italia e le reazioni della gente.


Il burger cellulare del futuro sostenuto da Google

Se gli homo sapiens continueranno a ingozzarsi di prodotti animali e il numero dei vegetariani non dovesse aumentare, come si può evitare che l’industria della carne non continui a danneggiare l’ambiente? La soluzione, come abbiamo già detto in questo articolo, potrebbe arrivare dal primo hamburger cellulare, creato dal tessuto molecolare animale e finanziato dal creatore di Google.

L’hamburger “fantascientifico” è stato progettato dal professor Mark Post dell’Università di Maastricht in Olanda; in 3 mesi è riuscito crearlo coltivando in laboratorio cellule staminali prelevate dal muscolo di un bovino. Il primo e unico assaggio pubblico, da parte di giornalisti e studiosi, risale a circa 3 anni fa e a detta di tutti il sapore e la consistenza sono straordinariamente simili a quello bovino, è “solo un po’ più asciutto”. Il progetto prosegue ed è finora costato quasi 220 mila sterline, equivalenti a circa 250 mila euro, di cui 10000 solo per il primo “prototipo”.

hamburger impossible
Fonte immagine: media.npr.org/assets/img/2013/08/05/cultured-beef-03-7235289a98d8b857165d8d831abbc00113b30357-s900-c85.jpg


Entro 4-5 anni il burger cellulare potrebbe arrivare sulle nostre tavole e su quelle dei ristoranti, mentre in 6-7 anni nei supermercati, allo stesso prezzo del consueto hamburger di carne, dando quindi il via a un possibile significativo cambiamento nelle abitudini alimentari.
Quello che più di tutto mi ha sorpresa è stato scoprire che da una cellula si possano produrre 80000 hamburger, e che questi avranno le stesse proprietà nutritive ma senza sostanze cancerogene e grassi saturi. Inoltre questo metodo della coltura cellulare in laboratorio può essere applicato a tutte le altre specie allevate comprese i pesci e il prelievo delle cellule può essere fatto anche dopo la loro morte naturale. E se rappresentasse finalmente l’inizio della fine della sofferenza animale e degli allevamenti intensivi?

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Fonte immagine: timedotcom.files.wordpress.com/2014/08/175678279.jpg?quality=85&w=1100




Meno scetticismo, meno allevamenti, meno inquinamento

Sarebbe davvero bello se per una volta provassimo a mettere del tutto da parte lo scetticismo nell’accogliere queste due nuove alternative, concentrandoci sul possibile cambiamento mondiale che potrebbero apportare. Provate a immaginare un mondo senza crudeltà, una considerevole diminuzione delle malattie e dell’utilizzo di antibiotici. Voi, cosa ne pensate? Li mangereste questi burger alternativi?

Fonte immagine in evidenza: www.youtube.com/watch?v=R_1VRJAuTy4

Ivana De Innocentis

E'Nata,vive e lavora a Roma. Per "Il Giornale del Cibo" segue le rubriche Cibo & Cultura e Food 2.0Il suo piatto preferito sono le fettuccine ai funghi porcini o un classico abbinamento pizza & birra. Alla domanda cosa non può mancare in cucina, risponde "spezie, verdure e creatività".

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