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Le “vite a giornata” dei braccianti migranti in Basilicata, il rapporto dei Medici Senza Frontiere

Angela Caporale
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    La clinica mobile dei Medici Senza Frontiere ha lavorato per sette mesi, da luglio a novembre 2019, in sette insediamenti informali della Basilicata, tra cui l’ex-Felandina del Metaponto, sgomberata ad agosto. Qui, la Ong ha visitato e intervistato centinaia di persone, oltre 900 in totale, riscontrando in almeno un caso su tre patologie legate alla pesantezza delle condizioni di lavoro come braccianti e delle insalubri condizioni abitative. I dati raccolti durante l’esperienza, svoltasi nel quadro di un protocollo d’intesa con l’Azienda Sanitaria di Potenza e Matera, sono contenuti nel rapporto Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane” che descrive la difficile situazione di queste aree.

    “Vite a giornata”, il rapporto dagli insediamenti informali della Basilicata

    medici senza frontiere

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    Durante la stagione della raccolta della frutta 2019, il team di Medici Senza Frontiere ha registrato la presenza di oltre 2.000 persone che hanno soggiornato negli insediamenti informali e svolto 910 visite su 847 pazienti. Si tratta di migranti che si trovano in Basilicata temporaneamente per lavorare nei campi, ma anche di braccianti che vivono stabilmente sul territorio e di persone che hanno da poco perso il diritto all’accoglienza e si trovano, quindi, in una situazione particolarmente difficile.

    In queste aree che talvolta sono casolari abbandonati, altre volte aree industriali dismesse, se non vere e proprie baraccopoli MSF ha individuato elementi comuni che le rendono inadatte ad accogliere. “Questi luoghi”, si legge nel rapporto, “sono accomunati dall’assenza di acqua potabile, di elettricità, di un sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti, con conseguenti condizioni igienico sanitarie che mettono rischio la salute delle persone. Sono strutture pericolanti o comunque non adeguate all’uso abitativo, in totale isolamento rispetto ai servizi ed ai centri abitati.”

    Un ulteriore elemento preoccupante, dal punto di vista della salute di chi abita gli insediamenti, è la presenza diffusa di taniche che ora vengono utilizzate per contenere l’acqua, ma prima servivano per conservare e trasportare prodotti fitosanitari, compresi i diserbanti a base di glifosato

    Questi elementi, già da soli, rappresentano una minaccia alla salute di quelli che gravitano attorno a questi luoghi, nonostante si tratti di persone giovani (l’età media è 33 anni) e che, nella maggior parte dei casi, hanno un regolare permesso di soggiorno, che dovrebbe consentire loro l’accesso alle cure del Sistema Sanitario Nazionale. 

    Lavoro e “ghetti”: gli effetti sulla salute

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    Sono i migranti stessi a definire “ghetti” gli insediamenti informali in cui si trovano costretti a vivere, aree che li isolano a livello sociale e danneggiano anche seriamente la loro salute. Sempre secondo quanto evidenziato da Medici Senza Frontiere durante i mesi di clinica mobile sul campo, più di un paziente su quattro presenta problematiche mediche riconducibili allo stile di vita. Gli esempi più frequenti sono le patologie gastrointestinali come la diarrea, quelle dermatologiche, morsi di parassiti, reazioni allergiche, infezioni delle vie respiratorie. Inoltre, i medici della Ong hanno registrato 51 casi totali di malattie croniche che, in condizioni di vita in cui manca l’elettricità o l’acqua corrente, sono molto complesse da gestire.

    Molto significativi anche gli effetti delle condizioni di lavoro sulla salute. In un caso su tre è stata diagnosticata un’infiammazione muscolo-scheletrica connessa all’impiego nei campi. Frequenti i casi di algie muscolari e alle articolazioni, disturbi oftalmologici, malattie respiratorie, lombosciatalgie. MSF aggiunge che “durante le consultazioni con questi pazienti è emersa una scarsa consapevolezza rispetto all’importanza dell’utilizzo di dispositivi di protezione individuale e rispetto alla corretta postura per la movimentazione dei carichi.”

    A tal proposito il dottor Granà, medico della Ong, sottolinea come, in clinica, l’impressione fosse che le condizioni di estrema precarietà e la necessità di lavorare rappresentassero un concreto ostacolo a una giusta tutela della propria salute. Proprio i soggetti più vulnerabili, quelli pagati a cottimo, hanno mostrato segni più pesanti del lavoro sulla propria pelle.

    Strutture pulite per garantire la salute

    Tra le soluzioni proposte per arginare e progressivamente poter garantire il diritto alla salute dei braccianti di origine straniera, c’è la creazione di spazi abitativi sicuri, puliti e idonei ad accogliere queste persone, anche in maniera temporanea. Secondo quanto previsto dal piano triennale di contrasto al caporalato recentemente approvato, infatti, saranno realizzati dei centri di accoglienza a Palazzo San Gervasio, Lavello-Gaudiano, Venosa-Boreano e Scanzano Jonico, oltre all’impegno a recuperare terreni e aziende pubbliche al fine di trasformarle con questo obiettivo.

    Esistono già sul territorio alcune strutture che rappresentano un’alternativa agli insediamenti informali. Medici Senza Frontiere riporta l’esempio dell’ex tabacchificio di San Gervasio. Tuttavia, sono alcuni braccianti stessi, intervistati dagli operatori dell’Ong, a sottolineare uno dei lati della medaglia: “il nostro problema è il caporalato” spiega M., 39enne sudanese, “non la ricerca di lavoro. Perché se per esempio trovi un lavoro per 50 euro a giornata, devi darne 15 al caporale che ti ha messo in contatto con il datore di lavoro e che ti garantisce il trasporto verso il luogo di lavoro.” Se, una volta presi gli accordi, il bracciante si sposta verso un altro luogo, rischia di non poter più usufruire del “servizio” e quindi di perdere l’opportunità. 

    La testimonianza di M. suggerisce che non esistono soluzioni al problema, ma anche Medici Senza Frontiere sottolinea come sia urgente e necessario “definire strategie di lungo periodo per garantire soluzioni abitative dignitose alle persone di origine straniera presenti sul territorio, distinguendo fra le soluzioni stagionali e quelle rivolte a coloro che decidono di stanziarsi nella regione.” Non è un caso che il Metapontino sia anche una delle aree interessate all’attività della prima filiera etica in agricoltura promossa dall’Associazione No Cap che coniuga, in maniera inedita, tutti gli elementi cruciali per poter garantire il rispetto dei diritti di chi lavora nel settore: dalla legittimità dei contratti di lavoro alla garanzia di uno spazio dignitoso dove poter abitare.

     

    È possibile che sia questa la strada da percorrere e sostenere?

     

    Angela Caporale

    Nata a Udine, vive e lavora a Bologna come giornalista freelance. Il suo piatto preferito è la pasta alla carbonara, perché le viene proprio bene in tutte le sue varianti. In cucina, per lei, non può mai mancare una compagnia ciarliera, un dolce da condividere e un buon bicchiere di vino bianco.

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