Report MEDU 2020

“La Pandemia di Rosarno”: il rapporto di MEDU sulla condizione dei braccianti pre e post Covid-19

Angela Caporale
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Indice

     

    “Lo sfruttamento lavorativo e le pratiche illecite ampiamente diffuse, a cui si aggiungono la carenza di controlli e l’assenza di efficaci misure di contrasto alle illegalità sul lavoro, hanno impedito anche quest’anno l’accesso dei braccianti a condizioni di vita dignitose”: con queste parole Medici per i diritti umani, ong che opera da sette anni nella Piana di Gioia Tauro offrendo assistenza sanitaria e socio-legale ai braccianti impegnati nella raccolta agrumicola, commenta la stagione della raccolta 2020. Una stagione fortemente segnata dal Covid-19 e dalle misure attuate dal Governo a partire dal mese di marzo raccontata nel rapporto “La Pandemia di Rosarno” pubblicato nel mese di luglio.

    Pre e post Covid-19: la raccolta delle arance a Rosarno nel 2020

    Raccolta rance Rosarno

    Alfonso Di Vincenzo/shutterstock.com

    La stagione agrumicola nell’area della Calabria dove opera la clinica mobile di Medici per i Diritti umani è partita nel mese di novembre 2019 e si è conclusa, dal punto di vista del monitoraggio, a maggio 2020. I decreti della Presidenza del Consiglio dei mesi primaverili e il lockdown hanno, prevedibilmente, condizionato la vita anche dei braccianti, nella totalità di origine straniera, che si trovavano ad abitare negli insediamenti informali della zona durante quel periodo.

    MEDU, insieme alle altre associazioni e ai sindacati presenti sul territorio, ha continuato a operare fornendo assistenza sanitaria, ma anche informativa a chi si è trovato improvvisamente bloccato nella zona della Piana di Gioia Tauro senza potersi muovere verso la tappa e il lavoro successivi.

    Nello specifico, l’ong ha rilevato la presenza di circa 2.000 braccianti stagionali di origine straniera distribuiti in parte nella nuova tendopoli di Rosarno, inaugurata nel 2019 con 440 posti, e in parte in insediamenti informali distribuiti nei Comuni di Rosarno, San Ferdinando, Drosi e Taurianova. La maggior parte di essi, l’81%, era presente sul territorio temporaneamente solo per la raccolta degli agrumi, e il 90% era dotato di un permesso regolare (richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale, altri tipi di protezione, persone in fase di rinnovo e soltanto in minima parte, il 7%, presentava un permesso per motivi di lavoro).

    Condizioni di vita e lavoro ancora una volta non degne

    I braccianti che vivono negli insediamenti informali della Piana di Gioia Tauro sono, dunque, nella zona per lavorare, nella maggior parte dei casi hanno un regolare permesso e nel 66% hanno dichiarato di avere anche un contratto di lavoro. Ma questi elementi, sottolinea MEDU, non sono garanzia di condizioni di vita e di lavoro degne.

    Dal punto di vista agricolo, l’ong sottolinea come il caporalato sia ancora una presenza costante. Se è vero, infatti, che sei braccianti su dieci sono titolari di un contratto di lavoro, soltanto il 10% riceve effettivamente una busta paga e di frequente non sono riportate tutte le giornate svolte nei campi. Questa prassi, che rientra nell’ambito del lavoro grigio, fa sì che ai braccianti non possa essere poi riconosciuta la disoccupazione né di rinnovare e convertire il permesso di soggiorno.

    In linea con gli anni precedenti – qui il rapporto relativo al 2019 e qui quello del 2018 – la paga giornaliera assegnata ai braccianti pari a 25/30 euro al giorno, a cui si aggiunge in molti casi il costo dei trasporti, gestito dai caporali, che viene a costare 4 euro a testa. Dal punto di vista sanitario, invece, gli operatori e i medici della organizzazione continuano a denunciare con forza l’inadeguatezza delle strutture dove gli stagionali si trovano a vivere. Si tratta di insediamenti informali, spiazzi, casali, dove non sono presenti carenze di elettricità e servizi igienici. In alcuni è addirittura assente l’acqua corrente.

    Il segno della pandemia sulle vite dei braccianti

    Condizioni di vita braccianti

    mediciperidirittiumani.org

    Le necessarie norme di distanziamento sociale e di limitazioni degli spostamenti per ridurre il rischio di contagio da Coronavirus hanno avuto un effetto anche sulle vite dei braccianti nella Piana di Gioia Tauro dove, all’inizio di marzo, la raccolta delle arance era quasi al termine. Medici per i diritti umani ha proseguito l’attività della clinica mobile, affiancando una costante e capillare azione di informazione, prevenzione e sorveglianza attiva nella consapevolezza che, se il contagio fosse arrivato negli insediamenti informali, sarebbe stata una emergenza nell’emergenza.

    Fortunatamente, tra i braccianti non ci sono stati casi di Covid-19, ma la pandemia ha ugualmente avuto un impatto. In primo luogo, il rapporto spiega come sia stato impossibile, in questi spazi, garantire il distanziamento sociale e come la convivenza forzata abbia comportato un notevole stress psicologico per tutte le persone coinvolte. Le scarse condizioni igieniche degli insediamenti, inoltre, ha reso particolarmente complesso anche il rispetto delle norme igieniche di base, divenute ancor più fondamentali in questi mesi.

    Medici per i diritti umani aggiunge che, nonostante l’agricoltura sia stato un settore che non si è mai fermato, è capitato a diversi braccianti di vedersi negata la possibilità di recarsi al lavoro. In molti, dunque, si sono trovati senza lavoro e senza reddito, privati anche della possibilità di accedere alle indennità Covid-19 promosse dal Governo poiché, anche in presenza di contratto di lavoro, non erano state loro riconosciute le effettive giornate lavorative, ma solo una parte non sufficiente per rispondere ai requisiti richiesti.

    In conclusione, MEDU denuncia come “per l’ennesima stagione ha potuto constatare l’assenza di una volontà politica e di una pianificazione strategica volte ad incidere in modo significativo sul gravissimo fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori stranieri in agricoltura nella Piana di Gioia Tauro.” Una situazione che si ripete, dunque, per cui gli interventi di contrasto allo sfruttamento e al caporalato ancora non sembrano dare i loro frutti, almeno per i braccianti impiegati nella raccolta degli agrumi in questa zona della Calabria.

    Angela Caporale

    Nata a Udine, vive e lavora a Bologna come giornalista freelance. Il suo piatto preferito è la pasta alla carbonara, perché le viene proprio bene in tutte le sue varianti. In cucina, per lei, non può mai mancare una compagnia ciarliera, un dolce da condividere e un buon bicchiere di vino bianco.

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