ristorante gong milano

Il ristorante Gong di Milano: una cucina coinvolgente dal tratto fusion

Giovanni Angelucci

Difficile oggi non conoscere il ristorante Gong di Milano, anzi quasi impossibile. Il locale di Corso Concordia ha aperto le porte ai suoi clienti nel marzo 2015 e in soli tre anni ha scalato le classifiche della critica, ma soprattutto della propria clientela, che cresce sempre di più.

Onore al merito per il volto di Gong: una Giulia Liu in strepitosa forma, la padrona di casa italo-cinese che guida la sala e lavora quotidianamente sia con la brigata che a contatto con gli ospiti ai tavoli. Se siete in cerca di una cucina coinvolgente dal tratto fusion, in grado di spaziare tra i vari paesi da oriente e occidente, allora siete nel posto giusto; lo stesso vale per le coccole che vi saranno dedicate.

Ristorante Gong di Milano: la famiglia Liu, la cucina e la stanza dei gong

giulia liu

Avevamo già parlato della famiglia Liu selezionando i migliori ristoranti giapponesi di Milano, in cui non poteva non comparire Iyo, l’unico stellato nipponico in Italia, nelle mani del fratello di Giulia, Claudio, e Ba Asian Mood, dalla tipica cucina cinese, condotto dal più giovane dei tre Marco, da annoverare tra i migliori indirizzi etnici della città meneghina. Una famiglia, quindi, che pare essere particolarmente predisposta alla ristorazione di qualità e alla proposta internazionale (buon sangue non mente) basata sulle origini da cui tutto prende forma.

I canoni da considerare per la valutazione di un ristorante sono essenzialmente tre: il livello della cucina, il servizio dedicato al cliente, il luogo in cui viene ospitato (non dite location!). Il ristorante Gong ottiene ottimi giudizi per quanto riguarda tutti e tre i criteri.

Vediamo perché.

La stanza dei gong

gong milano

Passeggiando su Corso Concordia si vedono chiaramente dalle grandi vetrate a parete gli imponenti gong in onice che troneggiano nella sala e dividono gli spazi. “L’opera è dell’architetto Nisi Magnoni che, insieme al collega Davide Galletta, ha voluto uno spazio nudo, spogliato di qualsiasi orpello come prevede la tradizione asiatica, arricchito soltanto dai dettagli in oro zecchino e in ottone che ricorrono sui tavoli, nelle lampade, sulle porte”, racconta Giulia Liu. I grandi gong al calar del sole vengono illuminati come opere d’arte, e l’atmosfera che si crea fa tutto il resto.

La sala

In un recente articolo riguardante la cena fatta nel D’O di Davide Oldani, sottolineavo l’importanza del servizio di sala che in quel caso non è stato affatto all’altezza dei piatti assaggiati.
Parlavo di complicità di coppia, tra cucina e sala, sottolineando quanto la sala sia l’altra metà di un ristorante. Da Gong la sinergia è totale. Ai piatti serviti, specchio di un menù tecnico e di polso, cammina di pari passo, una cura al dettaglio che fa percepire al cliente un’attenzione e una precisione degne di nota. E non a caso a tenere le fila è lei, una giovane Giulia che non sbaglia mai e che coordina una squadra puntuale e preparata, tra cui spiccano il sommelier Roberto Riccardo Tornabene, che vi farà divertire con i suoi abbinamenti mai banali, e l’affabile maître Massimo Francescato, entrambi fondamentali nella costruzione dell’esperienza globale che il cliente compie al ristorante.

ristorante gong

La cucina: il raviolo proibito e altri piatti

Dietro i fornelli lavorano i cuochi che dalla cucina mandano ai tavoli i piatti studiati e ricchi di gusto, il giapponese Keisuke Koga e Guglielmo Paolucci. Il primo ha girato tra le cucine di tutto il mondo: dal Giappone, dove ha iniziato a lavorare tra ricette francesi e italiane, passando per Budapest e Bodrum, è infine arrivato a Milano, mantenendo e offrendo la più radicata tecnica tradizionale orientale. Il secondo ha imparato lavorando con Severino Gaiezza al Gambero Rosso, Antonio Guida al Pellicano, Michelino Gioia, Damiano Nigro e, ancora, Fabio Baldassarre ai tempi dell’Unico. Giovane e in grado di spaziare tra cucine molto diverse, si è concentrato sulle tecniche di quella francese oltre che sull’italiana. I due si dedicano ai piatti consolidati di Gong, che viaggiano tra Oriente e Occidente, arricchendo periodicamente il menù con diverse creazioni innovative secondo le stagioni.

raviolo wagyu

Cosa arriva dalla cucina? Durante l’ultima visita da Gong abbiamo iniziato con la battuta di tonno Balfegò, maionese all’ostrica, tamari e honey cress e con il ceviche di spigola all’asiatica marinata con soia, kabosu, tritura di cipolla rossa allo yuzu e peperoncino jalapeno. Due ingressi che dimostrano come gli chef vogliano proporre gli autentici sapori della cucina orientale di ispirazione cinese arricchiti dalle proprie sfumature contemporanee. Si continua con la ricciola del Pacifico affumicata al momento sotto una cupola di vetro e servita con insalata di crescione; si è soltanto a metà dell’opera, ma è già possibile captare la fattura pregevole del viaggio gastronomico. È tempo di ravioli e giungono in ordine il Wagyu ripieno di carne bovina giapponese con salsa al foie gras e tartufo, lo Xiao long bao al vapore, ripieno di carne e brodo bollente inverso (all’interno dello stesso), e il raviolo proibito in pasta di zafferano, ripieno di maiale char siu (salsa barbecue cinese) e tartufo. Il calamaro all’onda asiatica dorato con farina di riso e ripassato al sale e pepe cinese con soffritto di verdurine precede il finale proteico affidato alla tokyo duck: petto di anatra Canard cotto in stile kaiseki con porro grigliato alla salsa di agrumi e foie gras alla piastra. Non avete ancora prenotato?

Se tutta questa linfa orientale vi dovesse far venir voglia di scoprire altre parti del mondo, ricordate che Milano è la città italiana internazionale per eccellenza, dove troverete la cucina di decine e decine di paesi. Date un’occhiata ai nostri consigli sui ristoranti etnici di Milano.

Giovanni Angelucci

Giornalista e gastronomo, collabora con numerose riviste e quotidiani che si occupano di cibo e viaggi tra le quali spiccano La Stampa, Dove e la Gazzetta dello Sport. I suoi piatti preferiti sono gli arrosticini (ma che siano di vera pecora abruzzese) e gli agnolotti del plin con sugo di carne arrosto. Dice che in tavola non può mai mancare il vino (preferibilmente Trebbiano Valentini o Barbaresco Sottimano).

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