Indicazione dello stabilimento di produzione

Difendiamo l’indicazione dello stabilimento in etichetta

Silvia Trigilio

Se siamo quello che mangiamo, abbiamo il diritto di sapere cosa stiamo acquistando e, quindi,  cosa abbiamo deciso  di essere: conoscere le caratteristiche e la provenienza dei prodotti che finiranno sulle nostre tavole è un diritto-dovere del consumatore consapevole. L’etichetta è uno strumento essenziale per capire se l’alimento che stiamo per mettere nel carrello è di provenienza biologica, se contiene sostanze che non vogliamo assumere, e talvolta persino per risparmiare.

Tuttavia, perché ci venga in aiuto è necessario che sia trasparente, che ci dia cioè tutti i dettagli di cui abbiamo bisogno per risalire all’origine dei prodotti, primo fra tutti, la sede dello stabilimento produttivo. Un diritto che la legislazione europea da poco entrata in vigore sta mettendo a rischio, e per il quale Great Italian Food Trade e ilfattoalimentare.it si stanno battendo, con una petizione lanciata su Change.org. che nelle ultime ore ha quai raggiunto l’obiettivo dei 5000 sostenitori.

Etichett dei prodotti alimentari

La nostra vecchia legislazione

Dal 1992, fino al 14 dicembre 2014, in Italia funzionava proprio così: le aziende alimentari erano obbligate ad indicare in etichetta la sede di produzione. Diciamo fino al 14 dicembre perché dal 13 dicembre è entrato in vigore il regolamento europeo 1169/11, che ha lo scopo di uniformare le etichette e creare  una regolamentazione comune per le informazioni sugli alimenti e di garantire una maggiore trasparenza, ma che elimina l’obbligo dell’indicazione dello stabilimento di produzione.

E l’Italia come ha reagito? L’Italia dei produttori e dei consumatori consapevoli, chiaramente, non è d’accordo, e ha lanciato una petizione per chiedere alla Ministra Federica Guidi di notificare a Bruxelles la norma che a partire dal 1992 consentiva ai produttori di italiani di fornire la loro garanzia di trasparenza. E, soprattutto, di tutelare il made in Italy, insidiato da continue contraffazioni.

Proteggiamo il made in Italy

Garanzia sulla qualità, la genuinità dei prodotti e garanzia di sicurezza alimentare: sia nel nostro paese che all’estero, il made in Italy è questo. Le eccellenze italiane fanno gola a tutti: a noi, ai consumatori che all’estero cercano i nostri sapori tra gli scaffali, e a chi nella mancanza di indicazioni precise e controlli serrati vede una sicura occasione per contraffare e guadagnare sfruttando la reputazione della qualità dei nostri prodotti.

Per questo motivo,il magazine Il Fatto Alimentare e il portale GIFT, dedicato alla promozione globale di cibo e bevande Made in Italy, hanno promosso una petizione per difendere l’indicazione obbligatoria dello stabilimento in etichetta.

Parmigiano made in Italy

Ministri in riunione: le ultime news sullo stabilimento in etichetta

La posizione assunta nelle ultime ore dal Ministro dello Sviluppo Economico, tuttavia, lascia ben sperare. Si è tenuta ieri, infatti, una riunione tra i rappresentanti del Ministero dello sviluppo economico, del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali e del Ministero della Salute con le associazioni di categoria rappresentative delle filiere agricole e produttive e della grande distribuzione. Tutti sembrano concordare sull’importanza dell’indicazione della sede dello stabilimento di produzione nell’etichetta, e sulla necessità di verificare presso l’Unione europea un percorso in grado di assicurare la sua obbligatorietà.

La nostra ardita difesa del made in Italy avrà i risultati che speriamo? In attesa di trovare risposta a questa domanda, non ci resta che aderire alla petizione per difendere l’indicazione dello stabilimento di produzione

 

Silvia Trigilio

Nata ad Augusta, in provincia di Siracusa, vive e lavora a Bologna. Il suo piatto preferito sono i profiteroles della mamma perché sono lo ying e yang della cucina... se bianco e nero, dolce e amaro possono fondersi in maniera così estatica, vuol dire che un mondo migliore è possibile. In cucina non può mancare: una connessione internet, un tirabusciò (o tire-bouchon) e dei buoni commensali.

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