SEAS, l’innovazione per ottenere acqua potabile dall’aria

Angela Caporale
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    Dove non c’è acqua, non può esserci vita. E ciò non soltanto perché una percentuale elevata del nostro organismo è composto proprio da H2O, ma anche perché essa svolge un fondamentale ruolo per il mantenimento della salute ed è altrettanto imprescindibile per agricoltura e allevamento, le attività che ci consentono di portare i cibi in tavola.

    Le risorse idriche, tuttavia, sono tanto importanti quanto a rischio. La desertificazione e l’aumento delle temperature su scala globale colpiscono direttamente ampie zone del pianeta dove l’accesso all’acqua, e ancor più a quella potabile, è interdetto, con conseguenze gravi sulle popolazioni locali.

    Si tende a pensare che il problema riguardi solo i paesi del cosiddetto “terzo mondo”, ma progressivamente andrà a interessare anche il bacino del Mediterraneo e aree sempre più estese. Cosa fare, dunque? Ricercatori e aziende sono attivi da tempo in cerca di una o più soluzioni che consentano di “produrre” acqua potabile in maniera sostenibile. Una soluzione è quella di SEAS che ottiene acqua dall’aria e che viene già applicata anche in Namibia grazie alla collaborazione con la Fondazione HumaCoo. Nell’area di un campus scolastico è stato installato, infatti, un Water Service Provider, ovvero un macchinario che consente di garantire l’approvvigionamento idrico prendendo l’acqua direttamente dall’aria. Abbiamo intervistato Carlo Maria Tieri, direttore generale di HumaCoo, per capire come funziona il sistema di SEAS e cosa può insegnare l’esperienza in Namibia.

    World Water Forum: una persona su nove non ha accesso all’acqua potabile

    Gli effetti dell’assenza di acqua potabile abbracciano tutti gli aspetti della vita di un individuo e, attualmente, sono milioni le persone nel mondo che non godono di questo diritto. Secondo i dati del World Water Forum, infatti, una persona su nove non ha accesso all’acqua potabile sicura (840 milioni di persone) e una su tre non può usufruire dei servizi igienici (2,3 miliardi di persone). Il trend delineato è preoccupante: si stima che entro il 2050 circa metà della popolazione mondiale vivrà in condizioni di stress idrico, complice anche il cambiamento climatico.

    Già oggi si possono misurare anche le conseguenze di questi dati. La mancanza di igiene è una delle principali cause di morte al mondo e i più colpiti sono donne e bambini. Le prime poiché si occupano direttamente dell’approvvigionamento dell’acqua, i secondi per via del consumo di acqua contaminata che è una delle cause della diarrea.

    “Non è solo un problema di nutrizione – sottolinea Carlo Maria Tieri –  ma abbraccia tutti gli aspetti della vita quotidiana ed evidenzia un problema di fondo di sanità: la mancanza di accesso all’acqua oppure l’accesso a fonti non sicure come i pozzi, oppure la raccolta di acque piovane espone al rischio di diffusione di malattie molto gravi.” Proprio la costruzione di pozzi è una delle strategie “classiche” per garantire l’accesso all’acqua, si tratta di soluzioni più economiche, ma che non garantiscono la sicurezza di attingere ad acqua davvero pulita.

    siccità cambiamento climatico

    Piyaset/shutterstock.com

    La soluzione innovativa di SEAS: acqua potabile dall’aria

    La soluzione del Water Service Provider di SEAS, brevetto svizzero presentato a Expo 2015, risponde alle criticità proponendo un macchinario sicuro, duraturo, inesauribile. Il meccanismo, come ci spiega il direttore generale di HumaCoo, è semplice: viene estratta l’umidità dall’aria, depurata, mineralizzata e fornita alla popolazione di un determinato territorio. L’esperienza della onlus è in Namibia, ma si tratta di un modello applicabile in qualsiasi parte del mondo sia per privati che per strutture collettive, come ospedali oppure mense scolastiche.

    Il Water Service Provider SEAS cattura l’umidità, dunque, direttamente dall’aria. Grazie a un sistema di filtro a 30°C, separa l’acqua che, al momento della produzione, è “bisterile”: a questo punto viene mineralizzata ed è pronta da bere. “Il macchinario che abbiamo installato in Namibia – ci spiega l’intervistato – produce 2.500 litri di acqua al giorno e sopperisce ai bisogni dei bambini che frequentano la scuola e delle loro famiglie. SEAS propone tre formati, in base all’utilizzo e combinabili: uno da 250 litri al giorno, quello da 2.500 litri e uno da 10.000 litri. Noi, per esempio, canalizziamo parte dell’acqua che viene conservata in alcuni dispenser affinché venga utilizzata nella mensa della scuola.”

    Lo stesso macchinario ha molteplici funzionalità: non è soltanto un distributore d’acqua minerale e distillata, ma anche un condizionatore d’aria, deumidificatore, termostato. In un’ottica di sostenibilità, come sostengono i progettisti di SEAS, si riutilizza al 100% l’energia di partenza e il risparmio compensa il costo dell’acqua. Infatti i motori dei Water Service Provider sono elettrici e quando possibile l’obiettivo è sfruttare fonti rinnovabili per l’alimentazione, come pannelli fotovoltaici, impianti eolici e la pirogassificazione, in base ai vari contesti.

    “Si tratta – aggiunge Tieri – di uno strumento altamente tecnologico, ma semplice. Ed è una delle prime volte in cui l’idea di innovazione solidale dialoga proficuamente anche con quella tecnologica.”

    acqua potabile

    Mark Fisher/shutterstock.com

    L’esperienza di HumaCoo in Namibia

    Obiettivo condiviso da SEAS e HumaCoo è quello di installare le macchine che producono acqua potabile dall’aria proprio nelle aree in cui il clima è più arido e dove la mancanza di accesso all’acqua ha conseguenze più gravi. “Così è nata l’idea di portare le macchine di SEAS a Opuwo, nella regione di Kunene in Namibia e, in particolare, di utilizzarlo per la fornitura di acqua potabile ad un campus scolastico. In questo modo, stiamo aiutando i 600 ragazzi che vivono nella scuola e oltre 3000 persone dell’intera area perché la struttura è già diventata un punto di riferimento (idrico) per tutti.” Sul campo, infatti, sono state formati due operatori che seguono la manutenzione del macchinario e gestiscono la distribuzione dell’acqua, mentre le problematiche più importanti vengono gestite direttamente da SEAS poiché ogni macchina è collegata via satellite.

    “I costi sono alti, parliamo di 170.000 € per il progetto in Namibia, ma siamo convinti che l’impatto sul territorio sia concreto e orientato al futuro. Tant’è che abbiamo già elaborato un nuovo progetto, al momento in attesa di fondi, per poter costruire con SEAS una ‘fabbrica di acqua’ a Maputo, in Mozambico.” L’obiettivo, come ci spiega il DG di HumaCoo, è unire profit e non profit per produrre 4 milioni di litri d’acqua all’anno, da vendere alle attività dell’area e distribuire a chi ne ha bisogno.

    Sempre in Mozambico partirà in autunno un secondo progetto che coinvolge HumaCoo, SEAS, le Nazioni Unite attraverso l’UNIDO ovvero l’agenzia che si occupa dello sviluppo industriale e altri partner commerciali. L’attività prevede la costruzione e fornitura di 10 casette dell’acqua complete di un Water Service Provider SEAS da 500 litri al giorno. “In questo modo – ci spiega ancora Tieri in anteprima – sarà possibile per la popolazione rifornirsi di acqua potabile sicura ad un costo molto basso. Inoltre, come Fondazione, prevediamo di regalare alle fasce della popolazione più in difficoltà alcune tessere per poter prendere l’acqua gratuitamente.”

    “La forza di quanto proposto da SEAS, come stiamo dimostrando già in Namibia, è il modello efficace e replicabile: la necessità di accedere all’acqua potabile e i rischi legati alla sua mancanza sono condivisi e dobbiamo tenerne conto”, conclude Tieri. La questione idrica, in conclusione, è e sarà sempre più urgente ed è fondamentale individuare strategie e tecnologie che possano garantire l’accesso sicuro all’acqua per la popolazione mondiale. Quello di SEAS è un brevetto particolare che ben si sposa, come testimonia l’esperienza di HumaCoo anche con la cooperazione. Lo conoscevate? Raccontateci se ne conoscete anche altri.

    Angela Caporale

    Nata a Udine, vive e lavora a Bologna come giornalista freelance. Il suo piatto preferito è la pasta alla carbonara, perché le viene proprio bene in tutte le sue varianti. In cucina, per lei, non può mai mancare una compagnia ciarliera, un dolce da condividere e un buon bicchiere di vino bianco.

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