Etichettatura delle carni

Etichette per distinguere il tipo di allevamento: la giusta via per tutelare animali e consumatori?

Matteo Garuti
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    L’etichettatura delle carni potrebbe rivelarsi molto utile per cambiare in meglio le condizioni di vita degli animali, com’è avvenuto con l’indicazione dell’allevamento a terra o all’aperto delle galline ovaiole. Partendo da questa idea, come vedremo, le associazioni ambientaliste si stanno impegnando per convincere i decisori politici ad adottare uno strumento che sta attirando sempre più consensi, anche se le opinioni in merito non sono sempre le stesse. A essere penalizzati, evidentemente, sarebbero gli allevamenti intensivi, da tempo fortemente criticati per ragioni etiche ed ecologiche. Ma oltre a essere apparentemente semplice, questa può davvero essere una soluzione efficace, sia a vantaggio degli animali che di una comunicazione trasparente da indirizzare ai consumatori? Considerando le proposte sinora avanzate, con questo approfondimento cercheremo di saperne di più.

    Etichettatura delle carni e allevamento: la proposta che fa discutere

    Nette sono le differenze tra l’allevamento intensivo, che domina il mercato, e quello estensivo (al pascolo), minoritario ma sempre più richiesto da una clientela sensibile ai temi etici, ambientali e salutistici. Nei nostri approfondimenti abbiamo avuto più volte modo di analizzare caratteristiche, pregi e difetti di entrambi i metodi, occupandoci delle condizioni di vita e produzione dei suini e del pollame, come degli aspetti economici e commerciali che a esse sono collegati. Finora, però, per essere al corrente di questa distinzione i consumatori dovevano informarsi autonomamente, uno sforzo più che apprezzabile ma non agevole, considerando le informazione spesso non corrette e incomplete veicolate dai produttori, come dai media e dal Web.

    Etichetta carne allevamento

    Naty.M/shutterstock.com

    Pur essendo una proposta avanzata da anni, in questo senso, la possibilità di leggere in etichetta le specifiche precise sulla tipologia di allevamento delle carni rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione, probabilmente in grado di condizionare le scelte di chi fa la spesa, e di conseguenza l’intero mercato e la zootecnia alla base dell’approvvigionamento. Da tempo le associazioni ambientaliste e animaliste sostengono questa svolta, che recentemente in Italia sembra aver trovato una condivisione significativa da parte delle forze politiche di maggioranza.

    Nel maggio del 2020, infatti, una proposta di legge (n. 2403, depositata alla Camera) – prima firmataria Rossella Muroni di LeU e sottoscritta da esponenti di Pd, M5S, +Europa e Gruppo misto – punta a rendere trasparente la provenienza delle carni, offrendo ai consumatori la possibilità di scegliere consapevolmente e contrastare i messaggi pubblicitari incoerenti rispetto alla realtà. A supportarla e a ispirarla sono state innanzitutto Legambiente e Ciwf Italia (Compassion in World Farming), insieme a un’altra proposta per un’etichettatura secondo il metodo di allevamento dei prodotti suinicoli italiani. Entrambe le iniziative sono una risposta al bisogno di chiarezza sulle informazioni riportate in etichetta, alla luce della crescente sensibilità dei cittadini e della mancanza di una certificazione di garanzia sulle condizioni degli animali in zootecnia.

    In sostanza, l’obiettivo è indicare il livello di benessere garantito prima della macellazione, evidenziando le differenza tra i metodi di allevamento. Le linee di valutazione dovranno essere fissate dai ministeri della Salute e delle Politiche agricole, secondo requisiti sanitari e gestione dei capi, mentre le modalità di controllo sarebbero affidate a organismi terzi accreditati.

    Una scelta volontaria

    La proposta di legge si regge sulla volontarietà: allevatori e aziende, perciò, non sarebbero obbligati a introdurre questa etichettatura, e quindi a sottoporsi ai relativi controlli. Chi deciderà di farlo, però, potrà fregiarsi di una certificazione univoca e ufficiale. Si tratta di un aspetto molto rilevante, perché sulle confezioni spesso si usano diciture vaghe e fuorvianti, del tipo “benessere animale”, “naturale” o “genuino” e fotografie atte a migliorare l’immagine dei prodotti, al di là delle reali condizioni di allevamento, come segnalato più volte da Ciwf e Legambiente.

    Poter contare su un marchio istituzionale e riconosciuto, quindi, segnerebbe un importante passo avanti verso la trasparenza e il riconoscimento del proprio lavoro per gli operatori che applicano davvero metodi rispettosi degli animali. Del resto, questa logica è già seguita per altri marchi sulle origini dei prodotti tipici e sul rispetto di determinati disciplinari.

    Allevamento estensivo

    Julia Lototskaya/shutterstock.com

    Sostenere la competitività del Made in Italy

    Da sottolineare, inoltre, che l’etichettatura delle carni, con il riconoscimento del tipo di allevamento, si propone anche lo scopo di aiutare le produzioni italiane sul mercato internazionale. Nel contesto europeo, come vedremo, si sta già lavorando a soluzioni simili, e questo potrebbe determinare un ritardo a danno del Made in Italy, se presto non si seguirà questa strada.

    Se verrà approvata, pertanto, la legge non dovrà essere interpretata come un espediente inquisitorio contro gli allevatori, anche perché la libertà di scelta non verrebbe negata. Del resto, si parla di realtà imprenditoriali in notevole sviluppo, con oltre 5mila allevatori di suini all’aperto e più 8mila che stanno investendo per il miglioramento del benessere dei capi. Attualmente, tuttavia, non esistono norme nazionali che riconoscano a pieno il valore economico, etico e ambientale di queste iniziative private.

    L’idea delle associazioni animaliste

    Ciwf Italia e Legambiente hanno già elaborato una proposta ben definita per la classificazione delle carni di maiale, con una graduatoria su cinque livelli in base al tipo di allevamento, da indicare chiaramente in etichetta. Tra i criteri essenziali vengono riconosciuti:

    • la densità dei capi allevati;
    • le caratteristiche degli ambienti di vita degli animali;
    • l’eventuale utilizzo di gabbie;
    • le modalità di castrazione;
    • le tempistiche di svezzamento;
    • l’accesso agli spazi aperti.

    In quanto ritenuti imprescindibili, tra i criteri non sono stati considerati la disponibilità di acqua e cibo – necessari anche per evitare una competizione nociva tra gli esemplari – la qualità dell’alimentazione, l’uso di farmaci e le modalità di trasporto e abbattimento, che tuttavia in fase di legislazione potranno essere definiti più nel dettaglio.

    etichettatura grafica

    ciwf.it

    In base ai parametri indicati, in ordine decrescente, il metodo più virtuoso è il biologico, seguito dall’allevamento all’aperto, da quelli al coperto (prima quello con e poi quello senza accesso all’esterno), e da ultimo quello intensivo.

    Per chi si accinge a comprare prodotti di derivazione animale, l’etichettatura, ad esempio, consentirebbe di valutare in modo più semplice e immediato i vantaggi del bio, ovvero l’accesso all’aperto sempre disponibile, la gestazione, il parto e l’allattamento liberi, la lettiera vegetale, oltre alle certificazioni e allo svezzamento non prima di 40 giorni.

    Un cambio di rotta agroecologico

    Rimarcando la necessità di un percorso di trasparenza per il sistema alimentare italiano, Ciwf – già promotrice di una petizione per la nuova etichettatura – sostiene che da questa legge dipendono concretamente le condizioni di vita dei capi allevati. Infatti, fornire le informazioni per comprendere le vere condizioni degli animali costituirà un incentivo fondamentale per gli allevatori. Questo avverrebbe nel solco di One Health – citato nel nostro approfondimento sulla sovranità alimentare contro la crisi da Covid-19 – che afferma il legame indissolubile tra la salute del globo e quella di tutte le creature che lo popolano.

    Al netto della classificazione proposta e delle evidenze scientifiche di questo questo approccio, l’allevamento intensivo e i modelli economici che lo motivano sono ritenuti insostenibili e dannosi, per gli animali e per l’intero pianeta. Ai decisori politici, pertanto, è affidata la responsabilità di accelerare una conversione economica nel segno dell’economia circolare, della prevenzione delle future crisi e di un’etica improntata più sulla qualità e sul benessere, e meno sulla quantità e sulla velocità.

    Allevamento intensivo maiali

    C.Lotongkum/shutterstock.com

    L’etichettatura sul tipo di allevamento costituirebbe anche uno strumento a beneficio del governo, per indirizzare in modo mirato incentivi e risorse verso le realtà più sostenibili, che puntano sulla qualità e hanno bisogno di meno farmaci, riconoscendole come il perimetro del Made in Italy a livello internazionale.

    I precedenti a livello europeo e la volontà di armonizzare le iniziative nazionali

    In Europa progetti analoghi di etichettatura sono già stati avanzati, e nello specifico un proposta presentata dalla Germania in sede di Consiglio dell’Agricoltura per un sistema unico di etichettatura, sostenuto da più di dieci nazioni comunitarie, tra cui Italia, Francia e Spagna. Negli ultimi anni, del resto, nelle politiche dell’Unione il benessere animale ha assunto forte rilievo, nel quadro di un’agricoltura per il prossimo futuro. Nel gennaio 2012, la Commissione europea ha menzionato l’etichettatura in una comunicazione sulla strategia dell’Unione europea per la protezione e il benessere degli animali. Oltre ai vantaggi menzionati in precedenza, l’armonizzazione di questo sistema a livello continentale renderebbe il mercato più omogeneo e meno frammentato, a beneficio dei produttori.

    Anche in questo caso, le associazioni ambientaliste hanno spinto la politica ha occuparsi di questo tema, e in particolare Greenpeace ha messo nel mirino l’allevamento intensivo, al quale si vorrebbero togliere i fondi pubblici, per favorire invece l’agricoltura sostenibile e su piccola scala. Secondo l’associazione ambientalista, infatti, gli ultimi decenni hanno visto l’assegnazione sproporzionata di fondi pubblici a favore di grandi industrie agricole di tipo intensivo, danneggiando le aziende di dimensioni e impatto inferiori.

    Per rimediare a tutto ciò, e al fine di perseguire gli obiettivi citati in questo approfondimento, le associazioni ambientaliste e i promotori della legge sull’etichettatura si sono rivolte alla ministra Bellanova, per imprimere un’accelerazione all’iniziativa.

     

    Vi piacerebbe avere la possibilità di riconoscere in etichetta il tipo di allevamento dal quale provengono le carni che acquistate?

     

    Fonti:

    Camera dei Deputati, camera.it
    Parlamento europeo, europarl.europa.eu
    Ciwf, action.ciwf.it
    Greenpeace, greenpeace.org
    One Health Center, ilariacapua.org

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista, sommelier e assaggiatore di olio d'oliva, ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Apprezza i cibi e le bevande dai gusti autentici, decisi e di carattere. A tavola ama la tradizione ma gli piace anche sperimentare: per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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