birra trappista

Birra trappista, cos’è questa eccellenza storica che rischia di scomparire 

Giulia Zamboni Gruppioni Petruzzelli
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    Se, almeno fino all’inizio del 2020, il comparto della birra vantava un’occupazione in crescita, c’è un segmento di questo settore – peraltro piuttosto vario – che soffre di una particolare carenza di personale. Si tratta della birra trappista, brassata unicamente dai monaci cistercensi all’interno delle abbazie in cui abitano o sotto la loro diretta supervisione.

    Il numero già ristretto di religiosi impegnati in questa attività rischia infatti di compromettere la produzione di un’eccellenza storica, riconosciuta e apprezzata proprio per le sue caratteristiche uniche, come l’elevata qualità delle materie prime e una certa intensità organolettica.

    Vediamo di cosa si tratta e cosa rende la birra trappista così speciale.

    Birra trappista: cos’è e cosa la distingue dalle altre 

    birra monaci trappisti

    BalkansCat/shutterstock.com

    La birra trappista prende il nome dai Cistercensi di Stretta Osservanza (detti anche “trappisti” dal monastero di La Trappe, in Francia, dove nacque l’Ordine) che la producono, seguendo una tradizione che getta le sue radici nel XVII secolo.

    È da allora che i monaci trappisti fabbricano questa categoria di birre che non identifica uno stile preciso (come invece succede per le IPA, le Blanche, le Stout, le Pils, ecc.), ma si distingue per la particolare certificazione presente sulla bottiglia: l’Authentic Trappist Product (ATP – Autentico prodotto trappista)”.

    Questa etichetta, che reca la suddetta dicitura su un esagono di colore marrone scuro, può essere assegnata solo se vengono rispettati tre criteri fondamentali:

    1. i prodotti devono essere fabbricati all’interno o nei dintorni dell’abbazia;
    2. la produzione deve avvenire sotto il controllo dei monaci o delle monache trappiste;
    3. il ricavato deve essere destinato alle necessità della comunità monastica o ad opere di carità, ma non al profitto.

    Senza questi requisiti, infatti, non è possibile apporre il bollino distintivo che ha validità cinque anni e che, anzi, può persino essere revocato.

    Come si ottiene l’etichetta di autenticità?

    birre trappiste

    Cacrov/shutterstock.com

    Il disciplinare ATP è nato proprio per tutelare questa e altre lavorazioni antiche, garantendo l’elevata qualità di questi prodotti trappisti nel rispetto dei valori dell’Ordine. A rilasciarla ci pensa l’Associazione Internazionale Trappista (AIT), nata nel 1998, in cui convergono 20 abbazie trappiste produttrici di tutto il mondo, su un totale di oltre 170.

    Come si legge sul sito ufficiale, tutti i monasteri dell’Ordine possono fregiarsi del marchio Trappiste®, che certifica la provenienza esclusiva di birra, liquori, formaggi e altre specialità trappiste, ma solo quelli affiliati all’AIT possono chiedere di fruire della denominazione di autenticità. Si tratta quindi di un ente che vigila su possibili imitazioni che penalizzerebbero monaci e consumatori: ad oggi solo 12 abbazie in tutto il mondo possono vantare il marchio ATP per la loro birra.

    Dove si produce la birra trappista? 

    Il Belgio, territorio noto per le sue numerose varietà birrarie, detiene il primato per numero di di abbazie produttrici, 5 in tutto: Chimay, Orval, Westmalle, Westvleteren e Rochefort. Insieme a queste, fino a poco tempo fa, era presente anche l’abbazia di San Benedetto ad Hamont-Achel in cui veniva fabbricata l’omonima birra. A causa del recente trasferimento in altro monastero degli unici due monaci rimasti a supervisionare l’attività, questa non rispetta più i canoni dell’ATP e, pertanto, la produzione brassicola prosegue, ma senza essere considerata trappista. Una situazione che, come emerge anche da un recente articolo del Wall Street Journal, si teme potrà presto riguardare ulteriori centri che, per via di una crisi vocazionale diffusa, potrebbero perdere una tradizione pluricentenaria.

    Ma il Belgio non è l’unico Paese in cui nasce la birra trappista. L’Olanda segue con due abbazie, mentre USA, Austria e Repubblica Ceca ne contano tutte una, così come il Regno Unito in cui la produzione della Tynt Meadow è iniziata solo nel 2018.

    birra trappista

    GlennV/shutterstock.com

    In Italia, la birra trappista proviene dal monastero romano dei SS. Vincenzo e Anastasio alle Tre Fontane che vanta anche un catalogo ricco di prelibatezze tra le quali liquori, cioccolato, olio d’oliva, miele e confetture. Particolarmente rinomata è poi la coltivazione di piante officinali con cui i monaci sono soliti aromatizzare i loro prodotti, compresa la birra in cui si ritrovano le note fruttate e balsamiche dell’eucalipto. Come altre birre trappiste, anche la Triple Tre Fontane possiede un gusto piuttosto intenso, con un finale dolciastro bilanciato dall’amaro dei luppoli. Il suo colore oro pieno e l’elevata gradazione alcolica (siamo sugli 8,5°) completano il quadro.

    Curiosi di assaggiarla? Questa e le altre birre trappiste possono essere acquistate non solo nei punti vendita annessi o in prossimità dei monasteri, ma sono anche facilmente reperibili online, nei numerosi store specializzati.

    Birra trappista e birra d’abbazia: che differenza c’è? 

    Ormai è chiaro: la birra trappista è una birra d’abbazia, ma non tutte le birre d’abbazia sono anche trappiste. Il discrimine sta proprio nell’autenticazione rilasciata dall’AIT.

    Anche se molte birre richiamano, nel nome o nell’etichetta, la vita monastica, la maggior parte delle cosiddette birre d’abbazia sono oggi realizzate da grandi gruppi industriali che non hanno più legami con la produzione artigianale che caratterizza quelle trappiste. Qualche esempio? La Leffe, la Affligem o la Grimbergen.

    Ora che sappiamo tutto delle birre trappiste, non ci resta che augurarci che la loro sia una storia ancora lunga, e nel frattempo diteci: eravate a conoscenza di questa tipologia di birra e delle sue peculiarità?

    Giulia è nata a Bologna ma geni, pancia e cuore sono pugliesi. Scrive principalmente di tendenze alimentari e dei rapporti tra cibo e società. Al mestolo preferisce la forchetta che destreggia con abilità soprattutto quando in gioco c'è l'ultima patatina fritta. Nella sua cucina non deve mai mancare... un cuoco!

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