Andrea Segre

Il backstage di Expo raccontato in un corto: intervista ad Andrea Segre

Marisa Santin

Andrea Segre, vincitore del Premio Franco Cristaldi per il miglior film con Io sono Li, e del Premio Vittorio De Seta per il miglior film documentario con Mare Chiuso al Bit&st 2012, si fa interprete dell’ esperienza di CIR food all’Expo di Milano. L’azienda ha messo i suoi cantieri e le sue aree ristorative a disposizione del regista che, con la collaborazione di  Simone Falso e Matteo Calore, ha così potuto catturare, fin dalle prime fasi, le immagini di un’avventura unica e affascinante: l’allestimento degli spazi, il via-vai degli operai impegnati in una corsa contro il tempo per ultimare i lavori, la messa in opera delle attrezzature, la rifinitura degli arredi, le prove generali attivate per accogliere le migliaia di visitatori previsti durante i sei mesi dell’Esposizione, fino al disallestimento finale.

Con Andrea Segre abbiamo parlato del cortometraggio che sta realizzando, ma non solo. Ci ha anche raccontato di cosa significa per lui raccontare la realtà attraverso il documentario e il film di finzione, di cosa ne pensa di Expo e del tema scelto “Nutrire il pianeta” e, infine, di qual è il suo rapporto personale e ‘cinematografico’ con il cibo.

 

Cortometraggio Andrea Segre

 

Expo Milano, un grande evento globale e una sfida per l’Italia. Hai colto l’invito a trasformare in narrazione la partecipazione di CIR food all’Esposizione milanese attraverso un cortometraggio. Quali le motivazioni che ti hanno spinto a farti testimone di questa esperienza?

Andrea Segre: “Mi piaceva soprattutto l’idea di raccontare la costruzione dell’evento. La cosa che mi terrorizza di più della logica degli eventi è la loro superficialità, la loro dimensione puramente iconica, soprattutto in quest’era mediatica. Avere invece la possibilità di raccontare la costruzione materiale, cogliere la fatica, quello che c’è di ‘sporco’, non in senso morale, ma semplicemente nel senso del grande lavoro che ci sta dietro mi sembrava una buona occasione per un documentarista, il cui ruolo è proprio quello di realizzare un racconto fatto di immagini, senza accettarne la veloce consumabilità, ma utilizzandole per sedimentare la memoria attraverso una dimensione del tempo opposta a quella del consumo rapido. Mi sembrava una buona occasione per far vedere come si genera un evento, come si costruisce e come alla fine viene smantellato”.

 

Un corto-documentario in corso d’opera che vedremo solo a conclusione di Expo, l’obiettivo puntato sulle aree di ristorazione CIR food, dai preparativi nel cantiere fino al disallestimento finale. Quale l’idea alla base di questo lavoro; quali gli aspetti narrativi che intendi far emergere?

A.S.: “Sono tre le linee tematiche che volevo far emergere. La prima è quella di destrutturare la dimensione del tempo attraverso tecniche come il time-lapse. Ad un certo livello di lettura, l’evento sembra appiattirsi in un iper-presente, in un grande e unico momento assoluto che costituisce un tempo di per sé. Invece non è proprio così; per organizzare un evento di questo tipo c’è una preparazione che comporta un passato, un presente e un futuro. Il presente ha una sua propria dimensione che deve confrontarsi con il passato e con il futuro. Non solo, il presente deve confrontarsi anche con il rischio di un futuro che lo distrugge e di un passato che lo mette in discussione.

La seconda dimensione è quella dell’essere umano. Gli eventi mediatici hanno spesso bisogno di grandi star o di stereotipi; trasmettono il loro messaggio attraverso tipologie di persone (il giovane, la donna, il lavoratore) più che attraverso persone reali. Il cinema documentario invece non si serve di tipologie ma di individui; parla delle loro vite e delle loro esperienze vere. Nel corto si vedranno le mani, i volti e anche i corpi di chi contribuisce con il proprio lavoro, e quindi con la propria vita, alla costruzione dell’evento.

La terza dimensione riguarda il backstage, l’aspetto meno conosciuto e più nascosto. Abbiamo ad esempio seguito un autobus blindato che portava i lavoratori di Cir food all’interno dell’area Expo passando attraverso le zone del cantiere interdette per motivi di sicurezza. Il contrasto tra il ‘dietro le quinte’ e quello che poi i visitatori vedranno ha un che di surreale”.

 

Cortometraggio Cir food ad Expo

 

Il cibo, fil rouge dell’Esposizione milanese, è un grande tema ricco di implicazioni non solo biologiche, ma anche sociali, economiche e filosofiche. Quale chiave di lettura hai deciso di adottare per tradurre in immagini questo argomento?

A.S.: “Credo che il tema scelto da Expo sia un grande argomento di conflitto in questo momento storico. A partire dagli ultimi dieci anni noi europei, e forse ancor di più noi italiani, abbiamo sviluppato una specie di sentimento di nostalgia nei confronti del nostro rapporto con il cibo, e con il passare del tempo questa sensazione diventa sempre più forte. C’è una grande differenza tra il mangiare qualcosa di particolare, di collegato al territorio in cui sei o alla persona che te la offre, e il consumare per necessità la prima cosa disponibile. Cerchiamo un rapporto con il cibo che sia anche un’esperienza di vita, perché in fondo siamo disperatamente alla ricerca di un’identità che non sappiamo più dove collocare.

Questo entra in contrasto con l’altra grande tensione che l’Expo vuole fare emergere, quella di ‘nutrire il pianeta’. Come facciamo a rispettare il rapporto tra cibo e identità e provare allo stesso tempo a rendere il cibo disponibile a tutti? In questo momento sembra prevalere la necessità di trasformare il cibo in materia globale, ma ci stiamo anche rendendo conto di percorrere una strada che non fa che aumentare il divario tra chi ha a disposizione un’alta consumabilità e chi invece ancora soffre di malnutrizione. É una delle grandi sfide dell’attualità, una tensione che cercheremo di legare alle dimensioni dell’essere umano e del tempo di cui parlavo prima. Non posso negare che la scelta di una forte presenza di due colossi della distribuzione alimentare globale all’interno di Expo fa tremare, perché rischia di schiacciare e soffocare la discussione”.

 

Cibo e cinema. Quali i film da non perdere o da riscoprire secondo te?

A.S.: “Cinematograficamente e umanamente direi che i luoghi più belli sono i bar dei film di Aki Kaurismäki”.

 

Il senso di Andrea Segre per il cibo: tornando ad una dimensione più quotidiana, qual è il tuo rapporto personale con il cibo?

A.S.: “Mi piace cucinare il pesce. Dopo aver deciso cosa cucinare e come cucinare chiamo mia zia di Chioggia e le chiedo se ho fatto la scelta giusta. Se lei mi corregge seguo i suoi consigli” .

 

Le riprese si concluderanno insieme all’avventura di CIR food ad Expo, per immortalare il disallestimento dei locali. A quel punto, non ci resterà che attendere l’uscita del documentario di Andrea Segre per assistere ad un autentico racconto sull’Esposizione Universale.

 

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