Vaniglia Madagascar

Vaniglia del Madagascar: il prezzo amaro di una spezia che vale oro 

Giulia Zamboni Gruppioni Petruzzelli
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Indice

     

    La si trova nei gelati e nella pasticceria in genere, nella profumeria e nella cosmesi, persino nei prodotti per la casa: le sue caratteristiche organolettiche e il suo inconfondibile odore rendono la vaniglia una delle spezie più versatili al mondo, usata tanto in cucina quanto fuori. Eppure, a dispetto della sua rinomata dolcezza, può nascondere risvolti amari, soprattutto se si tratta della vaniglia del Madagascar. Qui, negli ultimi anni, si è assistito a un aumento esponenziale e incontrollato del prezzo di questa preziosa spezia che ha raggiunto picchi inediti e poco conciliabili con le logiche di mercato. Insostenibili per le imprese, che preferiscono rivolgersi ad altri produttori o ripiegare su aromi artificiali, i costi elevati della materia prima rischiano di ricadere anche sul consumatore finale con un rincaro del prodotto a scaffale o degli articoli di cui è ingrediente.

    Ancora prima di questo, però, ci sono le conseguenze per gli abitanti del luogo, con episodi di violenza crescenti e impiego di manodopera minorile. Ma da cosa dipende questa oscillazione e cosa provoca sul piano locale e globale?

    Vaniglia del Madagascar, un unicum nel panorama mondiale

    Vaniglia Madagascar

    Pav-Pro Photography Ltd/shutterstock.com

    Di vaniglia non ce n’è una sola: esiste quella del Messico (di cui è originaria), quella di Tahiti, quella del Madagascar e di alcune isole limitrofe, dell’Uganda e dell’Indonesia. E nonostante le specie coltivate a scopo alimentare siano prevalentemente due (la Bourbon tipica dell’Oceano Indiano e la Tahiti), ogni area conserva le proprie specificità, che dipendono da variabili come clima, suolo e grado di maturazione. Per questo gli esperti riconoscono alla vaniglia del Madagascar dei tratti unici, come il suo sapore cremoso e dolce, lontano dalle note più speziate di quella centroamericana o dalle quelle fruttate e floreali della tahitiana. Attributi – dolcezza e cremosità – distintivi, che rendono la vaniglia del Madagascar particolarmente ricercata dalle grandi aziende dolciarie internazionali, la cui richiesta cresce di pari passo alla necessità di fornire alternative naturali agli aromi alimentari artificiali. E replicare la coltivazione di vaniglia fuori da queste regioni non è economicamente sostenibile, neanche per i Paesi Occidentali: per questo, nonostante i prezzi da capogiro, imprese e grossisti continuano ad attingere al bacino malgascio.

    Una coltura delicata: perché non è possibile coltivare vaniglia ovunque 

    Quella dei coltivatori di vaniglia non è una vita semplice: guardiani notte e giorno del loro appezzamento di terra, dipendono strettamente dal ciclo di crescita e maturazione di questa particolare specie di orchidea, che non ammette errori. Una volta piantata, è necessario attendere che fiorisca, cosa che fa una sola volta all’anno. Nel giro di poche ore da quel preciso momento bisogna provvedere alla sua impollinazione, altrimenti il fiore non produrrà i preziosi baccelli verdi. Un’operazione, questa, che deve essere condotta manualmente: normalmente affidata alle api messicane, assenti in Madagascar, la tecnica dell’impollinazione manuale fu scoperta per caso nel 1840 da uno schiavo di nome Edmond Albius, che lavorava in una piantagione francese dell’isola di Réunion (un tempo chiamata Bourbon).

    Vaniglia coltivazione

    Pierre-Yves Babelon/shutterstock.com

    Ma non è finita qui perché, dopo averla impollinata, è necessario attendere dai sei ai nove mesi prima che i baccelli raggiungano lo stadio giusto per essere prelevati, stando molto attenti a non raccoglierli troppo presto o troppo tardi. Per questo, è bene recarsi tra le piantagioni almeno due o tre volte alla settimana e verificare lo sviluppo dei frutti per proteggerli da eventuali parassiti. Infine, una volta raccolti, i baccelli vengono essiccati, il loro volume si riduce e da verde il colore passa al nero che tutti conosciamo.

    È facile allora capire come mai la produzione della vaniglia non sia stata ancora meccanizzata e, anzi, rimanga piuttosto complicata al di fuori dai confini dei suoi paesi tipici: è del febbraio 2019 l’annuncio dell’olandese Wageningen University di aver ufficialmente rinunciato alla coltivazione della vaniglia all’interno dei propri laboratori perché, dopo sette anni di tentativi, il progetto è risultato fallimentare.

    Vaniglia da capogiro: cause dei prezzi incontrollati

    Il Madagascar è contemporaneamente uno dei Paesi più poveri al mondo e il primo esportatore di vaniglia a livello globale, la cui economia si basa in buona parte proprio sulla vendita di questa spezia, tanto preziosa e delicata. Così negli ultimi vent’anni si è assistito a variazioni di mercato repentine e abbassamento della qualità, con scarsi miglioramenti delle condizioni di lavoro degli agricoltori. Dal 2016 a oggi la vaniglia di SAVA, la regione nord-orientale dell’isola da cui proviene la spezia, ha raggiunto prezzi vertiginosi, arrivando a costare fino a 600 dollari al chilo. Solo di recente il Governo malgascio ha stabilito una quotazione minima di 350 dollari al chilo. Un’impennata non di certo nuova, dovuta a numerosi fattori tra cui, dicono gli esperti, la paura di fenomeni climatici estremi come i cicloni tropicali, capaci di distruggere intere piantagioni, e la criminalità crescente ai danni dei coltivatori.

    Vaniglia coltivatori

    Pierre-Yves Babelon/shutterstock.com

    Da più parti si denuncia infatti l’azione dei contrabbandieri di palissandro, legno autoctono molto richiesto per la realizzazione di mobilia di lusso soprattutto in Cina. Arricchitisi con il commercio illegale del legno, nel tempo hanno riciclato i loro guadagni illeciti acquistando baccelli di vaniglia che, sottratti al commercio, hanno contribuito alla generazione di una domanda superiore all’offerta e, quindi, alla crescita dei prezzi della vaniglia stessa.

    Ma c’è anche un altro tipo di criminalità, che è quella legata ai furti nelle piantagioni, motivo per cui molti degli agricoltori hanno da tempo preso l’abitudine di marchiare ogni singolo baccello con un timbro univoco, che rende così riconoscibile il proprio prodotto qualora dovessero essere derubati. Nei casi più estremi – denunciano diverse testate internazionali – in assenza di tutele da parte delle istituzioni, hanno persino preferito farsi giustizia da soli, con episodi di violenza sommaria in aumento in tutta la zona.

    Infine, alla crescita sregolata dei prezzi, hanno contribuito anche alcuni degli stessi coltivatori che, attratti dalla prospettiva di pagamenti migliori, hanno iniziato a raccogliere i baccelli prima del tempo per conservarli fino al momento propizio. Una pratica che non solo determina un’apparente scarsità sul mercato (e quindi un aumento dei prezzi di quella disponibile), ma anche un abbassamento della qualità del prodotto. Una raccolta prematura non consente infatti alla pianta di sviluppare completamente la vanillina (la molecola responsabile del gusto e dell’aroma della vaniglia), con il risultato che, una volta portata a maturazione, anche se meno prelibata, viene ugualmente venduta a cifre elevate.

    Quali sono le conseguenze di questa situazione?

    L’aspettativa per il mercato della vaniglia del Madagascar, sostengono analisti e operatori di settore, è che i prezzi calino: incapaci di affrontare queste spese, le grandi aziende (soprattutto statunitensi) che si riforniscono presso questi territori potrebbero infatti decidere di ripiegare su altri fornitori o di aumentare i prezzi dei loro prodotti a base di vaniglia, o persino di rivedere le loro ricette a favore di aromi artificiali.

    Tutte “soluzioni” che andrebbero a complicare ulteriormente la condizione dei coltivatori di vaniglia, attualmente tra i più sottopagati del settore e impegnati nelle piantagioni anche a livello familiare. A preoccupare, infatti, c’è anche la questione minorile, dato che le dita piccole e delicate dei bambini riescono meglio in operazioni come l’impollinazione manuale e non sempre sono tutelati a dovere.

    Coltivazione vaniglia

    Pierre-Yves Babelon/shutterstock.com

    Chi possiede la terra non se la passa tanto meglio perché, nonostante le impennate economiche, gli abitanti del luogo non dispongono di infrastrutture e tessuto sociale necessari, per esempio, agli spostamenti o al deposito organizzato dei loro soldi (sono ancora poche le strade asfaltate in questa regione, così come le banche, e il denaro viene conservato per lo più in casa).

    Anche la questione ambientale non è da sottovalutare, poiché non mancano episodi di disboscamento illegale di aree protette per convertirle alla coltivazione della vaniglia, analogamente a quanto già avvenuto per l’avocado.

    Programmi di sostegno come la SVI (Sustainable Vanilla Initiative) a cui aderiscono numerose aziende del settore, puntano anche al miglioramento della sostenibilità e della qualità della vaniglia e delle condizioni dei suoi lavoratori locali, ma l’altalena di prezzi degli anni recenti rischia di condizionarne la riuscita.

    La prossima volta che acquistiamo della vaniglia al supermercato, soprattutto se proveniente dal Madagascar, pensiamoci su.

     

    E voi conoscevate la storia della vaniglia del Madagascar e di ciò che c’è dietro?

    Giulia Zamboni Gruppioni Petruzzelli

    Giulia è nata a Bologna ma geni, pancia e cuore sono pugliesi. Scrive principalmente di tendenze alimentari e dei rapporti tra cibo e società. Al mestolo preferisce la forchetta che destreggia con abilità soprattutto quando in gioco c'è l'ultima patatina fritta. Nella sua cucina non deve mai mancare... un cuoco!

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