Obesita’: Cosa Ne Sappiamo?

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di Mara Briganti. Essere ‘grassi’ nei tempi antichi era considerato un ‘lusso’: solo i ricchi potevano permetterselo. Ancora oggi la mentalità delle generazioni degli anni ’30 e ’40 è figlia di questa interpretazione: ‘grasso è bello’, per citare un celebre musical. Ebbene, grasso sì… ma non troppo: oggi l’obesità è diventata una malattia dai numeri tanto preoccupanti da essere considerata una ‘piaga sociale’. Con questa definizione si vuole sottolineare non solo la vastità di persone che ne sono colpite, ma anche tutto ciò che ne consegue. Questa patologia di tipo metabolico è ormai diffusa in tutto il mondo ad eccezione dei paesi in via di sviluppo, si può quindi definire di carattere endemico, oltre che epidemico. ‘Endemia’ ed ‘epidemia’ sono termini medici specifici usati per descrivere le caratteristiche di diffusione di una malattia nel tempo e nello spazio. Per fare maggiore chiarezza la nostra esperta di educazione alimentare, Irene, ce ne illustra il significato: ‘Un’endemia è una malattia che è costantemente presente (o che comunque si manifesta frequentemente) in un’area geografica ben definita oppure in una popolazione o etnia. Quindi, l’obesità è a tutti gli effetti una malattia endemica poichè è ormai costantemente presente nei paesi sviluppati. Un’epidemia, invece, è una malattia in genere infettiva che ha una durata limitata nel tempo. Tuttavia, questo termine viene utilizzato anche per indicare le malattie che colpiscono in breve tempo un numero di individui molto più elevato del previsto; ed è questo il caso dell’obesità, che in pochi anni ha interessato un numero sempre più alto di persone’. Sono questi i motivi per cui sempre più spesso si sostituisce al termine obesità (obesity, in inglese) quello di globesity, ovvero obesità globale. Nonostante ciò i suoi sintomi ed effetti sono molto spesso sottovalutati e non affrontati fin dalle origini. L’obesità viene genericamente definita in base all’Indice di Massa Corporea (IMC o BMI): si è obesi se questo valore risulta maggiore di 30 Kg/m2; avere questa patologia implica un rischio altissimo di conseguenti complicazioni della salute come malattie cardiovascolari, ictus, diabete, alcuni tipi di tumore, oltre che malattie della colecisti ed osteoartriti. Secondo le statistiche del 2002 sono attribuibili all’obesità circa 57.000 casi di morte. Gli obesi adulti oggi vengono stimati come oltre 4 milioni. Un italiano su tre è in sovrappeso, mentre quasi uno su 10 è obeso, quindi il 9,8% della popolazione. Un dato in continua crescita già dal 2005, quando si registrava un incremento percentuale del 9% rispetto al 2000. Inoltre secondo le statistiche il sovrappeso colpisce maggiormente le persone meno istruite e più povere. La situazione viene ancor più aggravata dal fatto che i metodi per combatterla hanno raramente successo: sono molte le cause che portano all’obesità ed ognuna specifica e differente in base all’individuo. Questo insieme di fattori – biologici, psicologici, ambientali e sociali – implicano per la risoluzione di un solo caso l’impegno da parte di più figure professionali, che però ben nel 90% dei casi fallisce: anche se si riescono a raggiungere buoni risultati attraverso una dieta dimagrante, è molto difficile poi che si riescano a mantenere. In più, la divulgazione continua di notizie e consigli a basso costo, oltre che la pressante strategia di marketing pubblicitario – non solo dei junk food, ma anche di rimedi miracolosi per perdere peso – ha fatto si che nel tempo molti obesi abbiano preferito ‘scegliere la strada più semplice’ per risolvere il loro problema, riportando però oltre che risultati nulli, anche maggiori danni al metabolismo. Non sono queste però le cause che la rendono definibile come ‘piaga sociale’: quando si parla di obesità difficilmente ci si riferisce ai costi sociali che comporta, cui si tende a dare molta meno rilevanza, ma che rendono questa malattia di così grande impatto nella società moderna. Spesso non si pensa che fino al 6% delle spese sanitarie dell’Oms (World Health Organization) in Europa è dedicato all’obesità tra gli adulti. La malattia in questione comporta costi sia diretti che indiretti; ve ne sono alcuni quantificabili come la perdita di produttività, ma anche perdite difficilmente enumerabili come la discriminazione lavorativa, i problemi psicosociali e la scarsa qualità della vita. Questo è ancora più evidente nei casi di obesità infantile. Ci spiega Irene: ‘L’obesità infantile è più pericolosa di quella adulta, nel senso che è più facile per un obeso adulto guarire da questa malattia, piuttosto che per un bambino. Questo perchè in età infantile il metabolismo è in fase di programmazione, per cui se viene programmato nel modo sbagliato, sarà poi molto difficile correggerlo. è come se durante l’assemblaggio dei vari pezzi di un computer venissero montati i componenti fondamentali in modo errato ed irreversibile’. Sono infine maggiori le complicazioni, anche di carattere psicologico, che questa ‘malattia della società del benessere’ può lasciare su di un bambino o un adolescente. Oltre i danni fisici quindi, conseguenze emozionali, sociali e psicosociali: depressione, ansia e problemi di autostima. I bambini in sovrappeso/obesi, crescendo, avranno una maggiore probabilità rispetto ad altri ad avere comportamenti negativi per la loro salute, oltre ad avere il 50% di probabilità in più di diventare sovrappeso nell’età adulta. Ecco alcune domande più specifiche a cui la nostra esperta di educazione alimentare, Irene, ha gentilmente risposto. GdC: Che cos’è l’obesità? Irene: Esistono diverse definizioni di obesità, a seconda che se ne parli dal punto di vista clinico, sociale o altro. Comunque, la definizione più generale e rappresentativa è quella data dall’OMS, che definisce l’obesità come una condizione caratterizzata da un eccessivo accumulo di tessuto adiposo, tale da indurre un aumento dei rischi per la salute, in termini di malattie cardiovascolari, polmonari, diabete ecc. GdC: Ve ne sono differenti tipologie o manifestazioni? Irene: Si, esistono diverse tipologie di obesità, classificabili in base a diversi criteri. Ad esempio, si può distinguere fra obesità adulta e obesità infantile, fra obesità androide (o ‘a mela’, con accumulo del grasso sul ventre, tipicamente maschile) e obesità ginoide (o ‘a pera’, con accumulo del grasso sui fianchi, tipicamente femminile). Il sistema di classificazione principale e più utilizzato, comunque, è quello che segue il BMI (Indice di Massa Corporea), un parametro che permette di classificare l’eccesso di peso in 4 categorie: sovrappeso, obesità di 1° grado, di 2° grado e di 3° grado. GdC: Perchè e come si è arrivati all’attuale diffusione del fenomeno? Irene: è una domanda alla quale è difficile rispondere in modo breve ed univoco, vista la complessità del fenomeno. I sociologi ed i medici sono tuttora al lavoro per analizzare a fondo l’eziopatogenesi dell’obesità, cioè l’analisi delle cause e dei meccanismi che determinano l’insorgenza e lo sviluppo di una malattia. In linea di massima, è evidente a tutti che l’obesità è una conseguenza dei cambiamenti socio-economici che si sono verificati dal dopoguerra in poi. L’aumento del benessere economico ha portato una maggiore disponibilità di cibo ed un aumento degli ‘agi’, come il possesso dell’automobile o altri mezzi motorizzati, il cui utilizzo ha determinato la riduzione dell’attività fisica, fattore aggravato anche dall’aumento dei lavori di tipo sedentario. La popolazione dei paesi ricchi, inoltre, ha cambiato i propri stili di vita. La maggior parte delle persone ha sempre mille cose da fare e sempre meno tempo da dedicare alla cucina ed alla cura del pasto, finendo così per consumare prevalentemente panini, cibi pronti e snacks, cosa che determina una drastica riduzione del consumo di frutta e verdura. La ciliegina sulla torta dello sviluppo dell’obesità l’ha messa il marketing, un settore aziendale che acquista sempre maggiore forza ed importanza. Le tecniche di marketing oggi sono affinatissime e la pressione pubblicitaria è sempre maggiore, soprattutto quando si tratta del ‘cibo spazzatura’. Non bisogna comunque dimenticare che l’obesità non è una malattia moderna. GdC: Di conseguenza, le cause possono essere diciamo ‘figlie della società del giorno d’oggi’? Ci sono altre cause oltre al ‘Junk food’? Irene: Certamente i junk foods hanno una buona parte delle ‘colpe’, ma come dicevo prima le cause dell’obesità sono molte, di diverso tipo e a seconda dei casi possono intrecciarsi in modo diverso. Le cause che ho citato prima sono solo alcune e sono le più lampanti, ma in molti casi fra le determinanti dell’obesità figurano anche la predisposizione genetica ed i fattori psicologici. Insomma, la storia di ogni persona obesa è diversa da quella di un’altra. GdC: Gli Stati Uniti sono la nazione con il più alto tasso di obesità, questo è attribuibile solo alla loro alimentazione o anche ad altri motivi più profondi, di carattere sociale? Irene: Per rispondere basta prendere ad esempio il nostro paese, che come tutti i paesi sviluppati presenta una pesante diffusione dell’obesità, ma nelle statistiche mondiali relative all’incidenza (numero di nuovi casi che compaiono in un certo periodo di tempo) di questa malattia figura fra gli ultimi posti. Il motivo è molto semplice: anche gli italiani che mangiano male mangiano comunque meglio di un americano, grazie all’abitudine ed alla cultura della dieta mediterranea, che ogni italiano degno di questo nome possiede.

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