cattura indesiderata

Nuove disposizioni per la Pesca: arriva l’Obbligo di Sbarco

Francesca Bono

Il Parlamento europeo ha approvato una normativa che vieta il rigetto in mare di ciò che viene pescato accidentalmente. Cos’è l’obbligo di sbarco e perché vale la pena trattarne l’argomento? Nell’articolo cercheremo di indagare sul nuovo provvedimento, su quanto la sua riuscita potrebbe incidere sulla salvaguardia dell’ecosistema marino e su cosa ne pensano i soggetti coinvolti.

Obbligo di Sbarco: nuova regola per le catture accidentali

Rigetti in mare

Già nell’articolo relativo alla Pesca Illegale (INN), si è parlato di un fenomeno rilevante, nei numeri e per il peso che ha sull’ecosistema, dei rigetti in mare. Di cosa si tratta? Può succedere che, insieme alle specie di interesse, vengano pescate per sbaglio anche altre specie di pesci, magari sotto taglia minima, o addirittura altre specie animali. Queste catture accidentali, prima dell’entrata in vigore dell’obbligo di sbarco, venivano rigettate in mare. Con quali conseguenze? Ributtando tutto in mare, il rischio è che gli animali non riescano a sopravvivere e diventa impossibile avere quantitativi reali dei pesci. In definitiva viene compromessa la possibilità di riprodursi delle specie e quindi si ostacola la rigenerazione del numero utile a garantirne la salvaguardia.

obbligo di sbarco

Cos’è l’obbligo di sbarco?

La Comunità Europea ha pensato di regolamentare questa pratica scorretta, per contenerne i danni ambientali. Ecco perché nasce l’obbligo di sbarco. Questa normativa, che è entrata in vigore dal 2015 e si andrà attuando gradualmente entro il 2019, ha l’obiettivo di rendere la pesca più selettiva e fornire dati più affidabili sulle catture.

Salvo alcune eccezioni stabilite per legge, i pescherecci dovranno quindi conservare a bordo e sbarcare tutto il pescato, anche quello accidentale. Che fine farà il pesce sbarcato e indesiderato? Secondo questa nuova normativa non potrà essere utilizzato per il consumo umano, ma verrà impiegato per la produzione di farina ed olio di pesce, impiegati poi per l’alimentazione animale o in prodotti farmaceutici e cosmetici.

Come possono essere limitate le catture indesiderate?

L’obbligo di sbarco dovrebbe incentivare i pescatori a trovare modalità per ridurre le quantità di pesca accidentale. Sarà compito naturalmente delle amministrazioni dei singoli Stati sviluppare misure concrete, magari in collaborazione con chi nel settore lavora, per evitare le catture indesiderate. Ad esempio incentivando l’utilizzo di attrezzi da pesca più selettivi, limitando l’accesso alle zone di aggregazione del novellame o attraverso l’imposizione di fermi in tempo reale.

Sono quindi previsti incentivi per aumentare la selettività della pesca e ridurre l’impatto ambientale, come finanziamenti rivolti all’innovazione tecnologica delle attrezzature utilizzate.

Politica Comune della Pesca per la sostenibilità

L’obbligo di sbarco è forse il più importante cambiamento, ma è solo uno dei provvedimenti della nuova Politica Comune della Pesca (Reg. UE 1380/2013), che ha proprio l’obiettivo di garantire la sostenibilità ambientale, economica, sociale ed occupazionale delle attività di pesca ed acquacoltura nell’Unione Europea.

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Sostenibilità per tutta la filiera?

Chi ha voluto questa riforma crede che una pesca più selettiva oltre a comportare una minore pressione sugli stock ittici, comporti vantaggi anche per chi nel settore lavora. Secondo i sostenitori con una pesca più selettiva la rigenerazione dei quantitativi utili avviene in tempi più brevi, consente la cattura di pesci di dimensioni maggiori, che potranno essere venduti a prezzi di mercato migliori, aumentando il rendimento economico dei pescatori.

Ma i dubbi degli operatori ci sono e tanti. Molte le perplessità e le preoccupazioni, come il rischio di fermi ulteriori in caso di quantitativi troppo bassi, maggiori costi di gestione, l’eventuale rimessa per i produttori di farine e oli o di esche, in presenza di maggiori disponibilità di materia prima. Seafish nel Regno Unito ha condotto una ricerca per verificare l’impatto potenziale che l’obbligo di sbarco potrebbe portare all’intera filiera, con analisi desk e interviste a tutto il settore, dai porti, alla logistica, l’industria di trasformazione, la ristorazione e i distributori.

Forse è troppo presto per capire quali potrebbero essere le conseguenze e implicazioni dell’obbligo di sbarco. Sicuramente pratiche più selettive sono auspicabili da un punto di vista di conservazione dell’ambiente marino e l’Unione Europea non può che muoversi in questa direzione. Resta da verificare se anche la sostenibilità economica, sociale ed occupazionale saranno salvaguardate. E voi, trovate che l’obbligo di sbarco sia una giusta soluzione?

Francesca Bono

Nata a Bologna dove vive e lavora. Per Il Giornale del Cibo segue le rubriche Tra frigo e dispensaMercato e Trend. Il suo piatto preferito sono gli gnocchi di patate con sugo di pomodoro e funghi perché adoro gli gnocchi che mi ricordano tanto mia nonna. In cucina non può mancare: l'ordine perché se non è tutto a posto non posso cominciare a risporcare.

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