luoghi comuni sulla cucina italiana

Falsi Miti: 5 luoghi comuni sulla cucina italiana all’estero

Deborah Ascolese

Quante volte, nei nostri viaggi all’estero, ci è capitato di imbatterci nei soliti luoghi comuni sulla cucina italiana?

In genere succede così: sei in viaggio in una bellissima città straniera e passeggi affascinato dalle bellezze del luogo. Quando ad un tratto, ti accorgi di essere circondato dalle classiche insegne di ristorazione che recitano: Pizza, Pasta, Caffè, et similia.
Prima incuriosito, poi sempre più turbato, ti avvicini per dare un’occhiata: nomi assurdi, piatti mai sentiti e accostamenti di ingredienti improponibili affollano la lista del menù.
Niente panico, tutto nella norma: sei vittima anche tu dei soliti clichè sul cibo italiano all’estero. Un’esperienza quasi destabilizzante, a tratti traumatica, alla quale abbiamo voluto dedicare questo articolo. Vediamo, dunque, quali sono gli errori (e, soprattutto, gli orrori) culinari più gettonati nei menù italiani all’estero.

5 luoghi comuni sulla cucina italiana all’estero

  • Fetucini all’Alfredo: famosissimo soprattutto in America, questo piatto, a base di pasta all’uovo, burro e Parmesan Cheese, è in realtà quasi sconosciuto in Italia.
    Si dice che la ricetta originaria sia stata ideata nel 1914 da Alfredo di Lelio, proprietario di un ristorante romano. Si tratta di uno dei piatti italiani più gettonati negli States, dove esiste addirittura un condimento già pronto: l’Alfredo Sauce per l’appunto, acquistabile al supermercato.
  • Cappuccino a pranzo: all’estero impazziscono per il nostro cappuccino, non c’è nulla da fare. Addirittura, adorano così tanto questa bevanda da decidere di sorseggiarla tranquillamente dopo o (peggio) durante i pasti. Come glielo spieghiamo che il cappuccino si beve per colazione o, al massimo, per merenda?
  • Spaghetti alla bolognese: ecco un altro dei luoghi comuni sulla cucina italiana più ricorrenti all’estero. Tralasciando la preparazione della fantomatica bolognaise sauce (che contiene di tutto tranne che ragù), ovviamente tutti sappiamo che la ricetta italiana prevede l’uso delle tagliatelle, e non degli spaghetti. Vi stupirà sapere che questo è il piatto più amato dai britannici, che ne mangiano addirittura 670 milioni di porzioni all’anno.
  • La festa dei sette pesci: alzi la mano chi ha mai sentito parlare di questa tipica cena italiana. Si tratterebbe, e chi è stato negli Stati Uniti lo sa, di una cena esclusivamente a base di pesce, da consumarsi la sera della Vigilia di Natale. Festeggiata ogni anno dalle famiglie italo-americane, La Seven Fishes Feast è ritenuta la tradizione più importante nel nostro paese.
  • La pizza: Come dimenticare questo tipico piatto italiano, che all’estero viene stravolto in ogni modo? Esiste la famosa Pizza Hawaii, a base di ananas, e amata da americani e olandesi. Abbiamo poi la Pizza con salsa Barbecue e carne tritata degli spagnoli. E, dulcis in fundo, la Pepperoni Pizza che, attenzione, non è una normale pizza con i peperoni, bensì una pizza preparata con una salsiccia piccante americana chiamata, appunto, Pepperoni.

Questi, ovviamente, sono solo alcuni dei luoghi comuni sulla cucina italiana più ricorrenti all’estero. Voi in quali vi siete imbattuti?

Deborah Ascolese

Nata a Napoli vive e lavora a Bologna. Per "Il Giornale del Cibo" segue le rubriche Cibo & Cultura e Curiosità. Il suo piatto preferito sono gli spaghetti al pomodoro fresco perché le cose semplici sono spesso le migliori. A domanda cosa non può mancare in cucina, risponde "qualcuno che cucini per me".

4 responses to “Falsi Miti: 5 luoghi comuni sulla cucina italiana all’estero”

  1. STORIA DI ALFREDO DI LELIO, CREATORE DELLE “FETTUCCINE ALL’ALFREDO” (“FETTUCCINE ALFREDO”), E DELLA SUA TRADIZIONE FAMILIARE PRESSO IL RISTORANTE “IL VERO ALFREDO” (“ALFREDO DI ROMA”) IN PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE A ROMA
    Con riferimento al Vostro articolo ho il piacere di raccontarVi la storia di mio nonno Alfredo Di Lelio, inventore delle note “fettuccine all’Alfredo” (“Fettuccine Alfredo”).
    Alfredo Di Lelio, nato nel settembre del 1883 a Roma in Vicolo di Santa Maria in Trastevere, cominciò a lavorare fin da ragazzo nella piccola trattoria aperta da sua madre Angelina in Piazza Rosa, un piccolo slargo (scomparso intorno al 1910) che esisteva prima della costruzione della Galleria Colonna (ora Galleria Sordi).
    Il 1908 fu un anno indimenticabile per Alfredo Di Lelio: nacque, infatti, suo figlio Armando e videro contemporaneamente la luce in tale trattoria di Piazza Rosa le sue “fettuccine”, divenute poi famose in tutto il mondo. Questa trattoria è “the birthplace of fettuccine all’Alfredo”.
    Alfredo Di Lelio inventò le sue “fettuccine” per dare un ricostituente naturale, a base di burro e parmigiano, a sua moglie (e mia nonna) Ines, prostrata in seguito al parto del suo primogenito (mio padre Armando). Il piatto delle “fettuccine” fu un successo familiare prima ancora di diventare il piatto che rese noto e popolare Alfredo Di Lelio, personaggio con “i baffi all’Umberto” ed i calli alle mani a forza di mischiare le sue “fettuccine” davanti ai clienti sempre più numerosi.
    Nel 1914, a seguito della chiusura di detta trattoria per la scomparsa di Piazza Rosa dovuta alla costruzione della Galleria Colonna, Alfredo Di Lelio decise di trasferirsi in un locale in una via del centro di Roma, ove aprì il suo primo ristorante che gestì fino al 1943, per poi cedere l’attività a terzi estranei alla sua famiglia.
    Ma l’assenza dalla scena gastronomica di Alfredo Di Lelio fu del tutto transitoria. Infatti nel 1950 riprese il controllo della sua tradizione familiare ed aprì, insieme al figlio Armando, il ristorante “Il Vero Alfredo” (noto all’estero anche come “Alfredo di Roma”) in Piazza Augusto Imperatore n.30 (cfr. http://www.ilveroalfredo.it).
    Con l’avvio del nuovo ristorante Alfredo Di Lelio ottenne un forte successo di pubblico e di clienti negli anni della “dolce vita”. Successo, che, tuttora, richiama nel ristorante un flusso continuo di turisti da ogni parte del mondo per assaggiare le famose “fettuccine all’Alfredo” al doppio burro da me servite, con l’impegno di continuare nel tempo la tradizione familiare dei miei cari maestri, nonno Alfredo, mio padre Armando e mio fratello Alfredo. In particolare le fettuccine sono servite ai clienti con 2 “posate d’oro”: una forchetta ed un cucchiaio d’oro regalati nel 1927 ad Alfredo dai due noti attori americani M. Pickford e D. Fairbanks (in segno di gratitudine per l’ospitalità).
    Desidero precisare che altri ristoranti “Alfredo” a Roma (come Alfredo’s Gallery o Alfredo alla Scrofa) non appartengono alla mia tradizione familiare.
    Vi informo che il Ristorante “Il Vero Alfredo” è presente nell’Albo dei “Negozi Storici di Eccellenza – sezione Attività Storiche di Eccellenza” del Comune di Roma Capitale.
    Grata per la Vostra attenzione ed ospitalità nel Vostro interessante blog, cordiali saluti
    Ines Di Lelio

    • Deborah Ascolese Deborah Ascolese says:

      Cara Ines,
      ti ringraziamo molto per il tuo contributo che, in modo molto interessante, ha permesso di dare nuova luce a un personaggio e a una tradizione familiare di cui, ahimè, si sapeva poco.
      Ovviamente, se avrai il piacere di condividere alcune delle ricette di tuo nonno, saremo felici di ospitarle nel nostro ricettario. A cominciare dal piatto di cui si è parlato in questo articolo.
      A presto,

      Deborah

  2. Ebbene si la cucina italiana è la migliore al mondo. Questo lo constato ogni volta che vado all’estero. Quello che mi da fastidio però è che quando leggi la lista dei menu ci sono sempre errori in italiano. Mi chiedo perchè non s’informano prima come viene scritto, mi sembra solo che non ci sia interesse, fanno anche brutta figura verso clienti italiani, no? Se sono interessati nella cucina italiana secondo me bisogna anche interessarsi nella lingua italiana no? Io sono molto pignola in 2 cose, i servizi di pulizia, cioè se i locali sono puliti le liste dei menu. Quando vado all’estero ispeziono queste due cose in maniera acribica e a volte mi viene da alzarmi e dire la mia.

    • Deborah Ascolese Deborah Ascolese says:

      Cara Monica,
      hai proprio ragione. Una buona conoscenza della cultura culinaria di un paese, passa anche attraverso l’uso corretto della terminologia di piatti e ricette. E’ sicuramente un aspetto sul quale bisognerebbe prestare molta più attenzione.
      Ti ringrazio per il tuo contributo!
      A presto,

      Deborah

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