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Federazione Italiana Pubblici Esercizi contro il “Decreto Dignità”

Laura Girolami
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Indice

     

     

    Le riforme annunciate dal nuovo governo stanno mettendo in discussione diversi aspetti, e la ristorazione non fa eccezione. Forti segnali sono stati dati dalla Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) contro il “decreto dignità”, nello specifico, riguardo alle ipotesi di riduzione del ricorso ai contratti a termine.

    Questa ipotesi vede la netta contrarietà delle aziende della ristorazione. I contratti a termine costituiscono uno strumento vitale e necessario per tutto il comparto del fuoricasa, caratterizzato da stagionalità e picchi di lavoro difficili da prevedere. Le misure ipotizzate dal decreto, come la reintroduzione della causale e maggiori costi a carico delle imprese, segnano un pericoloso ritorno al passato e rischiano di cancellare la flessibilità regolare a vantaggio delle formule contrattuali davvero penalizzanti come le partite IVA” si legge in un comunicato diffuso dalla Fipe.

    Le motivazioni derivano dai diversi punti del “Decreto Dignità”. Infatti le modifiche sono sostanziali sul tema dei contratti a termine, che nel settore della ristorazione – motore trainante dell’economia italiana –  vengono molto utilizzati.

    Ma cerchiamo insieme di capire meglio le tematiche al centro del dibattito.

    Cosa prevede la riforma?

    decreto dignità

    Per capire meglio la situazione, vogliamo riassumere le principali novità del Decreto Dignità per i contratti a termine:

    • Le proroghe – Se il contratto iniziale ha durata superiore a 12 mesi la causale deve essere inserita dall’inizio. Si tratta delle motivazioni che l’azienda deve fornire per giustificare la proroga dei contratti a termine. In caso di proroga, la causale, va inserita solo se il periodo aggiuntivo determina il superamento dei 12 mesi. Non sono ammesse più di 4 proroghe. In caso di rinnovo, la causale va sempre inserita (anche se il rapporto resta sotto i 12 mesi).
    • Impugnazione e contributo aggiuntivo – Il termine per impugnare il contratto a termine passa a 180 giorni. il Contributo aggiuntivo aggiuntivo (0,5%) si cumula con quello già previsto dalla legge Fornero (1,4%). Il contributo è dovuto in occasione di ciascun rinnovo del contratto.
    • Licenziamenti – Per chi è soggetto alle c.d. tutele crescenti, cambiano i minimi e i massimi del risarcimento dovuto in caso di annullamento dell’atto (minimo 6 mensilità, massimo 36 mensilità).
    • Durata massima dei contratti – La durata massima del rapporto non può superare i 24 mesi.

    Dopo tutti questi numeri speriamo di avervi aiutato a “schiarirvi” le idee: vediamo ora quali sono le istanze che hanno mosso la Fipe a rispondere in modo così deciso al governo.

    Fipe contro il “Decreto Dignità”: gli ultimi aggiornamenti

    A fronte di queste principali modifiche la risposta della Fipe contro il decreto dignità non si è fatta attendere. Le comunicazioni ufficiali sono arrivate al via libera al decreto ricevuto dal Consiglio dei Ministri. Il termine “dignità”, per la Federazione, dovrebbe riguardare non solo i lavoratori dipendenti, ma anche gli imprenditori, che meritano lo stesso rispetto e considerazione, favorendoli nello svolgimento di attività spesso caratterizzate da difficoltà – economiche ed organizzative – che la crisi ha aggravato. “Il provvedimento sul lavoro, purtroppo, non va in questa direzione perché introduce elementi di contrasto alle formule contrattuali di flessibilità di cui le imprese hanno bisogno“. Questo il commento del Presidente di Fipe, Lino Enrico Stoppani.

    Gli ultimi aggiornamenti sono della tarda serata del 12 luglio, quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha posto la sua firma sul Decreto, preparandolo così alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. A questa versione è stata apportata una sostanziale modifica che riguarda gli stagionali: viene, infatti, inserito un comma che precisa come “i contratti per attività stagionali possono essere rinnovati o prorogati anche in assenza” delle causali.

    Decreto rider

    rider consegne

    Il decreto, e l’opinione pubblica, ultimamente hanno trattato lungamente e in modo acceso un altro aspetto, quello dei rider. La Fipe da un segnale anche su questa realtà, e soprattutto riguardo la definizione che si trova all’articolo 1 della bozza del Decreto sui rider, secondo la quale sarebbe considerato tale chiunque si obblighi, mediante retribuzione, a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro, manuale o intellettuale, alle dipendenze e secondo le direttive, almeno di massima, dell’imprenditore, anche senza predeterminazione dell’orario di lavoro, se vi sia la destinazione al datore di lavoro del risultato e se l’organizzazione alla quale viene destinata la prestazione non sia propria ma del datore di lavoro. “Si tratta di un’accezione ampia e di rischiosa interpretazioneconclude Stoppani -, che fa venire meno la certezza del diritto e pone rischi giurisprudenziali di cui non c’è assolutamente necessità“.

    Forse il tono così acceso della discussione è dato dall’importanza economica del comparto della ristorazione. Non c’è dubbio, infatti, che, ad ogni livello, dai “rider” fino agli imprenditori, la catena produttiva di valore traina in modo sempre più deciso l’economia italiana e i numeri che vi segnaliamo qui di seguito lo dimostrano.

    Ristorazione, motore trainante dell’economia

    ristorazione

    Di forte impatto saranno le conseguenze sul comparto della ristorazione, che al momento con 41 miliardi di euro di valore aggiunto, è il settore trainante della filiera agroalimentare italiana, più importante di Agricoltura e Industria Alimentare. Questi i dati del Rapporto Fipe, che quest’anno è stato dedicato a Gualtiero Marchesi, “intelligenza e umanità della ristorazione italiana” .

    I numeri sono molto positivi, soprattutto per quanto l’andamento dei consumi alimentari fuoricasa, ormai attestati sul 36% dei consumi alimentari complessivi, e il fronte occupazionale, con una crescita del 3,3% sull’anno precedente.

    L’impatto della crisi sui consumi alimentari in casa (-10,5% pari a una flessione di 15,9 miliardi di euro tra il 2007 e il 2016) ha fatto in modo che il peso della ristorazione sul totale dei consumi alimentari guadagnasse ancora qualche posizione, rafforzando la tesi che vede gli italiani come un popolo a cui piace stare fuori casa e che propende per spendere di più. In particolare, la sola ristorazione ha guadagnato una domanda di 2,5 miliardi di euro. Nel terzo trimestre 2017 cresce di 14 punti percentuali il clima di fiducia delle imprese di ristorazione rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente e si consolida il trend positivo degli ultimi tre trimestri.

    La necessaria duttilità del mercato del lavoro non deve passare in primo piano rispetto ai diritti dei lavoratori, ma tracciare questo confine sembra sempre più difficile. Questo scambio di opinioni e posizioni pensate possa servire ad aiutare le istituzioni a trasformarsi in mediatori tra lavoratori, imprese e mercato? Siete d’accordo con la Fipe oppure sostenete il Decreto?

    Laura Girolami

    Laura è nata a Macerata, e passa le sue giornate (e alcune notti) a scrivere. Il suo piatto preferito è la pasta perché è tradizione, ricordi e la base perfetta per tutti i sapori del mondo. Secondo lei in cucina non può mancare il tempo e la creatività per dedicarsi ai fornelli.

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