Il porro di Boccaccio: cibo e seduzione nel Decameron

Giuliano Gallini

Giuliano Gallini

Il porro ha la testa bianca e la coda verde. Verdura simbolica per Boccaccio, che nel Decameron ce la cucina in decine di modi, dalla prima all’ultima giornata del suo divertito novellare. Ha la testa bianca come i vecchi e la coda verde come i giovani: rappresenta perciò l’amore in età senile, la forza del desiderio che non conosce età.

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Una gioiosa celebrazione dei sensi

Di cibo ed erotismo si parla nello studio di Laura Sanguineti White Seduzione e Privazione, il cibo nel Decameron edito da Pacini Fazzi. Il cibo e il vino accompagnano ogni momento della cornice dell’opera – i riti dei dieci giovani che si sono allontanati dalla città per sfuggire alla peste nera – e delle novelle che a turno raccontano. Cibi e vino infatti servono a Boccaccio per illustrare “la potenza e la centralità dei sensi nella vita umana e di celebrarne gioiosamente la loro potenza narrativa”.

In fuga dalla peste: il potere curativo del cibo

Boccaccio non trascura nemmeno l’elemento nutritivo e curativo del cibo. Nutritivo perché senza cibo di qualità e in quantità sufficiente non c’è l’energia necessaria per l’amore, curativo perché “dilicatissimi cibi e ottimi vini” potrebbero rappresentare un antidoto alla peste, anche se le opinioni si dividono subito e si discute se sia più salutare usare cibi e vini “temperatissimamente e ogni lussuria fuggendo”, oppure sia meglio “il bere assai e il godere e l’andare cantando a torno e sollazzando”.

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Fonte immagine: commons.wikimedia.org

Cibo e seduzione: gli incontri d’amore di Don Felice e Isabetta

Gli incontri d’amore quasi mai possono fare a meno del cibo, come energetico o come elemento di convivialità ed eccitazione dei sensi. Don Felice convince Puccio che digiuno e astinenza gli garantiranno il Paradiso e, così fiaccatolo, può approfittare della giovane moglie Isabetta, facendo ovviamente il contrario di ciò che aveva consigliato “le più delle sere se ne veniva a cenare, seco sempre recando e ben da mangiare e ben da bere; poi con lei si giaceva infino all’ora del mattutino…”.

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Sono tante le scene di cibo e amore, di cibo e convivialità, di cibo e cultura che Boccaccio racconta nel suo Decameron, e nonostante siano passati sette secoli possiamo riconoscere le passioni, i vizi e le virtù dei suoi personaggi come nostri.

Chichibio, le gru e la furbizia dei cuochi

Anche la furbizia dei cuochi non mi sembra sia cambiata. In un tempo come il nostro, in cui i cuochi sono i nuovi eroi delle nostre società – e in Italia abbiamo addirittura il cuoco del ristorante numero uno al mondo – dovremo spesso rileggere la novella in cui è protagonista Chichibio, gran cuoco veneziano. Per difenderci, se necessario.

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Chichibio mette sul fuoco una gru “e con sollecitudine a cuocer la cominciò”. Ma entra in cucina Brunetta, “di cui Chichibio era forte innamorato”, che gli chiede una delle due cosce della gru. Chichibio le risponde che non può dargliela, perché altrimenti il signore Currado, alla cui tavola era destinata, se ne sarebbe lamentato. Brunetta, per farla breve, dice a Chichibio che se lui non le dà la coscia della gru: “tu non avrai mai da me la cosa che ti piace”. Chichibio cede, e purtroppo la sera il suo signore si accorge della mancanza di una coscia. Chichibio si giustifica dicendo che le gru sono volatili con una gamba sola, ma Currado non gli crede e gli impone una levataccia per il giorno dopo per verificare lungo il fiume se le gru abbiano davvero una gamba sola. La mattina i due si avvicinano alla riva dove ci sono dodici gru dormienti. Sono ritte su una gamba, l’altra ripiegata, e sembra che ne abbiano una sola! E Chichibio trionfante afferma di nuovo “le gru non hanno se non una coscia o un piè”.

cibo e seduzione

Ma Currado batte le mani e grida, e le gru spaventate mettono a terra la gamba nascosta e volano via. E adesso? Chiede il signore al cuoco. E Chichibio: “Messer sì, ma voi non gridaste ‘ho ho’ a quella d’iersera: ché se così gridato aveste ella avrebbe così l’altra coscia e l’altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste”.

 

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Giuliano Gallini

Direttore marketing strategico di CIRFOOD, vive a Padova e lavora tra Reggio Emilia e molte altre città italiane dove CIR ha le sue cucine. Ama leggere e crede profondamente nel valore della cultura. In cucina non può mancare un buon bicchiere di vino per tirarsi su quando sì sbaglia (cosa che, afferma, a lui succede spesso).

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