"Kitchen", Banana Yoshimoto

“Kitchen”: nessun luogo è più rassicurante di una cucina

Deborah Ascolese

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile, le preferisco funzionali e vissute. […] Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi. Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola.

Kitchen, retro copertina

 

Un linguaggio semplice, fresco e per certi versi ingenuo sono il punto di forza della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, approdata sul panorama letterario italiano nel 1991 con questo suo primo romanzo, Kitchen.
Frasi semplici, brevi, pulite. E di colpo il lettore viene calato nell’atmosfera di profonda malinconia e solitudine nella quale vive Mikage che, dopo la perdita dei genitori e dell’amata nonna, è ormai rimasta sola al mondo.

A quel punto, per la protagonista, la cucina comincia ad assumere il ruolo di luogo sicuro e stabile, una sorta di rifugio nel quale ripararsi dal dolore. L’unica certezza di una vita fatta di perdite e abbandoni.

Nei momenti in cui sono molto stanca, mi succede spesso di fantasticare. Penso che quando verrà il momento di morire, vorrei che fosse in cucina. Che io mi trovi da sola in un posto freddo, o al caldo insieme a qualcuno, mi piacerebbe poterlo affrontare senza paura. Magari fosse in cucina!

Saranno l’amico Yuichi e la madre Eriko a ridare nuova speranza alla povera Mikage. La accoglieranno in casa loro dove, dopo un’attenta ispezione alla cucina, la ragazza ritroverà il calore e l’affetto di una nuova famiglia. Ma si sa, anche la felicità ha un prezzo: la nostra protagonista si troverà, nuovamente, a fare i conti con un’ulteriore perdita.

Ancora una volta, per affrontare il dolore, la cucina diviene fondamentale. Ma non più come luogo di rifugio e consolazione, bensì come ambiente nel quale condividere momenti felici: il cibo e la tenera amicizia di Yuichi segneranno il nuovo percorso di rinascita di Mikage.

I momenti felici e i momenti tristi erano troppo intensi, era impossibile conciliare quell’intensità con la vita di tutti i giorni. Per questo con grande sforzo di tutte e due avevamo cercato di costruire uno spazio tranquillo.

Nel romanzo di Banana Yoshimoto la cucina diviene, così, uno spazio fisico dove poter evadere dalle difficoltà della vita quotidiana e dalla sofferta solitudine.

Un luogo nel quale la stella della speranza può continuare a brillare.

Deborah Ascolese

Nata a Napoli vive e lavora a Bologna. Per "Il Giornale del Cibo" segue le rubriche Cibo & Cultura e Curiosità. Il suo piatto preferito sono gli spaghetti al pomodoro fresco perché le cose semplici sono spesso le migliori. A domanda cosa non può mancare in cucina, risponde "qualcuno che cucini per me".

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