Dal mare ai campi: l’aumento della salinità colpisce l’agricoltura costiera anche in Italia

salinità in agricoltura
La salinizzazione dei suoli minaccia l'agricoltura costiera anche in Italia, riducendo la fertilità dei terreni e la disponibilità di acqua dolce.

La salinizzazione dei suoli e delle falde acquifere costiere è una delle conseguenze meno conosciute del cambiamento climatico, ma sta assumendo un’importanza crescente per l’agricoltura mondiale, anche in Italia. A differenza di siccità, alluvioni o grandinate, gli effetti del sale si manifestano lentamente, spesso nell’arco di anni, ma possono compromettere in modo duraturo la fertilità dei terreni, ridurre la disponibilità di acqua dolce e mettere in difficoltà interi sistemi agricoli. Il problema riguarda in modo particolare le pianure costiere, dove l’acqua marina può progressivamente penetrare nelle falde sotterranee, alterando la qualità dell’acqua utilizzata per l’irrigazione. Ma quali sono le conseguenze e in Italia dove si sta verificando questo fenomeno? Cerchiamo di saperne di più considerando dati e ricerche recenti su questo tema.

Che cos’è la salinizzazione dei suoli e in che modo danneggia l’agricoltura lungo le coste

salinità nei campi
Wirestock Creators/shutterstock

Il mare influenza l’agricoltura in diversi modi, alcuni anche positivi, contribuendo al profilo sensoriale di prodotti come vino e olio d’oliva. La salinizzazione, invece, rappresenta un rischio per la fertilità, perché quando l’accumulo nei terreni o nelle acque sotterranee diventa eccessivo compromette la crescita delle piante. Il fenomeno può avere origine naturale, ad esempio in aree aride dove l’evaporazione concentra progressivamente i sali presenti nel suolo, oppure essere favorito dalle attività umane attraverso pratiche irrigue non sostenibili, un drenaggio insufficiente o un eccessivo sfruttamento delle falde. Quando il contenuto di sali aumenta oltre determinate soglie, molte colture iniziano a perdere produttività, mentre alcune possono subire danni irreversibili. Negli ultimi anni, è il cambiamento climatico a influire negativamente in tal senso. Infatti, se l’innalzamento del livello del mare si associa a periodi di siccità più frequenti e prolungati – come quelli che viviamo ormai abitualmente in estate – aumenta la risalita del cosiddetto cuneo salino, cioè l’intrusione dell’acqua marina nelle aree costiere.

Secondo la FAO, la salinità rappresenta oggi una delle principali forme di degrado del suolo a livello globale, con oltre un miliardo di ettari nel mondo interessati da problemi di salinizzazione naturale o indotta dalle attività umane, mentre il clima e l’innalzamento del livello del mare stanno accelerando il fenomeno soprattutto in prossimità delle coste.
Una recente revisione, pubblicata sulla rivista Nature Reviews Earth & Environment, evidenzia come l’intrusione salina nelle falde costiere rappresenti una minaccia primaria per la disponibilità di acqua dolce nelle regioni costiere del pianeta. Gli autori sottolineano che l’aumento del livello del mare, unito alla crescente domanda di acqua da parte dell’agricoltura e delle città, sta aggravando il fenomeno in numerose aree del Mediterraneo, dell’Asia e delle Americhe.

Quando il mare entra nei campi

salinizzazione dei campi
NetPix/shutterstock

Il processo è molto meno evidente rispetto a una mareggiata o a un’alluvione, ma può essere altrettanto dannoso. Nelle aree costiere le falde sotterranee contengono normalmente acqua dolce, che esercita una pressione sufficiente a mantenere lontana quella marina. Quando però le precipitazioni diminuiscono, i prelievi di acqua aumentano o il livello del mare si innalza, questo equilibrio si altera. L’acqua salata risale lentamente verso l’entroterra, contaminando i pozzi utilizzati per l’irrigazione. Il risultato è un progressivo aumento della concentrazione di sali nell’acqua distribuita alle colture. Inizialmente, gli effetti possono essere poco evidenti, ma con il passare del tempo il terreno tende ad accumulare sodio e altri sali, riducendo la propria fertilità e rendendo sempre più difficile la crescita delle piante. Si tratta di un processo che attualmente coinvolge molte delle aree agricole produttive e densamente popolate del pianeta.

L’eccesso di sale agisce sulle piante attraverso diversi meccanismi:

  • da un lato, rende più difficile l’assorbimento dell’acqua da parte delle radici, provocando una sorta di sete fisiologica anche quando il terreno appare sufficientemente umido;
  • dall’altro, elevate concentrazioni di sodio e cloro possono risultare tossiche per molti vegetali, alterando il metabolismo cellulare e riducendo la capacità fotosintetica.

A questo proposito, una review pubblicata nel 2025 su iScience, ha sottolineato come la salinizzazione rappresenti un’emergenza per l’agricoltura contemporanea. Gli autori, in particolare, hanno evidenziato come il fenomeno compromette la struttura del suolo, riducendo la biodiversità microbica e limitando la produttività agricola. Una condizione che rende indispensabili nuove strategie di adattamento basate sulla gestione sostenibile dell’acqua, sul miglioramento del drenaggio e sull’impiego di varietà vegetali più tolleranti al sale.

Salinità dei suoli: un problema destinato a crescere

salinizzazione
2000studio/shutterstock

Rispetto a questo tema, le prospettive delineate dalla comunità scientifica indicano che il fenomeno potrebbe intensificarsi nei prossimi anni. L’aumento delle temperature, infatti, accelera l’evaporazione, mentre la diminuzione delle precipitazioni in molte regioni mediterranee riduce la ricarica naturale delle falde. Contemporaneamente, la crescente domanda di acqua per uso agricolo porta spesso a un maggiore sfruttamento delle risorse lungo le coste, favorendo ulteriormente la risalita del cuneo salino. Per questo motivo, la salinizzazione non è più considerata soltanto un problema locale, ma una delle conseguenze più rilevanti dell’interazione tra cambiamento climatico, gestione delle risorse idriche e sicurezza alimentare. Comprendere questi meccanismi è oggi fondamentale per individuare strategie capaci di proteggere le produzioni agricole e garantire la disponibilità di suoli fertili anche nelle aree costiere più vulnerabili.

Salinizzazione: l’Italia tra i Paesi europei più esposti e il Delta del Po è un caso

salinizzazione del delta del po
Simone Padovani/shutterstock

Sebbene il fenomeno interessi numerose regioni del mondo, l’Italia risulta particolarmente vulnerabile. La lunga estensione delle coste, la presenza di vaste pianure agricole prossime al mare e la crescente pressione sulle risorse idriche rendono molte aree del Paese esposte al rischio di intrusione salina.
Tra gli esempi più significativi c’è sicuramente il Delta del Po, dove la combinazione tra siccità, riduzione della portata del fiume e risalita del cuneo salino ha provocato negli ultimi anni gravi difficoltà per l’agricoltura. Durante la crisi idrica del 2022, l’acqua marina risalì per decine di chilometri lungo il corso del fiume, compromettendo l’irrigazione di migliaia di ettari coltivati e causando danni a produzioni orticole, cerealicole e frutticole. Oggi le circostanze sono simili: secondo l’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po (ADBPO), il fenomeno interessa vaste aree coltivate, con una particolare vulnerabilità delle pianure costiere ai periodi di scarsità idrica. La gestione sostenibile delle risorse idriche e il rafforzamento delle infrastrutture di regolazione rappresentano strumenti fondamentali per aumentare la resilienza dell’agricoltura.

Una situazione analoga, seppure con caratteristiche diverse, interessa alcune aree costiere del Veneto, dell’Emilia-Romagna, della Toscana, della Puglia e della Sicilia, dove l’eccessivo sfruttamento delle falde favorisce la penetrazione dell’acqua salata. Con un rapporto del luglio 2026, il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) ha quantificato il legame tra rischio climatico e finanze pubbliche italiane, mostrando come i cambiamenti potrebbero ulteriormente indebolire la già fragile crescita economica del Paese e peggiorare la sostenibilità del debito.

Dalle rese agricole alla qualità delle produzioni

L’aumento della salinità non comporta soltanto una diminuzione delle rese produttive, poiché in molti casi modifica anche le caratteristiche qualitative dei raccolti. Le colture più sensibili, come lattuga, fagiolo, carota, cipolla e numerose specie frutticole, possono registrare riduzioni significative della crescita, già in presenza di concentrazioni saline relativamente contenute. Anche riso, mais e agrumi risentono dell’accumulo di sali nel terreno, soprattutto durante le fasi più delicate dello sviluppo vegetativo. Questo perché la presenza di elevate concentrazioni saline altera non soltanto la disponibilità di acqua per le radici, ma anche l’equilibrio nutrizionale delle piante, riducendo l’assorbimento di elementi essenziali come potassio, calcio e magnesio. Ecco perché questo fenomeno può tradursi in una minore produttività, ma anche in un peggioramento della qualità commerciale dei prodotti agricoli.

Altre specie, come pomodoro, barbabietola da zucchero, olivo e alcune varietà di vite, mostrano invece una maggiore capacità di adattamento, pur subendo effetti negativi quando la salinità supera determinate soglie.

La ricerca punta sull’adattamento

agricoltura salina
NYKStudio/shutterstock

Di fronte a un fenomeno destinato ad accentuarsi, si stanno sviluppando strategie sempre più avanzate per aumentare la resilienza dell’agricoltura costiera. Una delle principali linee di ricerca riguarda la selezione di varietà naturalmente più tolleranti al sale. Attraverso il miglioramento genetico convenzionale e le moderne tecniche di genomica, le ricerche stanno individuando cultivar capaci di mantenere buoni livelli produttivi anche in presenza di moderate concentrazioni saline.
Parallelamente, cresce l’interesse verso l’agricoltura salina, cioè l’insieme delle tecniche che consentono di coltivare in ambienti caratterizzati da acque o suoli salmastri. In alcune aree vengono sperimentate specie naturalmente adattate, dette alofite, mentre altri studi puntano a migliorare la gestione dell’irrigazione, il drenaggio dei terreni e il recupero dei suoli degradati. Per garantire la sicurezza alimentare nelle aree più esposte, queste strategie sono fondamentali, come lo è una gestione sostenibile delle risorse idriche e della conservazione della fertilità del suolo.

Gestione dell’acqua e Nature-based Solutions

Accanto all’innovazione genetica, assumono un ruolo crescente le cosiddette Nature-based Solutions, cioè soluzioni ispirate ai processi naturali. Tra le principali strategie che possono contribuire a limitare l’avanzata del cuneo salino rientrano:

  • il ripristino delle zone umide costiere;
  • la ricarica controllata delle falde con acqua dolce;
  • la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua;
  • la protezione delle dune litoranee.

Anche l’agricoltura di precisione mette oggi a disposizione strumenti sempre più efficaci: sensori installati nei terreni, immagini satellitari e sistemi digitali consentono di monitorare in tempo reale la salinità del suolo e ottimizzare l’uso dell’acqua, riducendo sia gli sprechi sia il rischio di accumulo di sali. Affrontare questo problema richiede un approccio integrato che coinvolga pianificazione territoriale, gestione sostenibile degli acquiferi, adattamento climatico e innovazione tecnologica. Intervenire soltanto sul singolo appezzamento infatti non è sufficiente se l’intero bacino idrografico continua a perdere risorse idriche o a subire l’intrusione marina.

Limitare la salinizzazione per il futuro dell’agricoltura

provetta
William Edge/shutterstock

L’immagine del mare che lentamente penetra nei campi racconta con efficacia una delle trasformazioni più profonde indotte dal cambiamento climatico. A differenza di altri eventi estremi, la salinizzazione procede quasi silenziosamente, ma modifica in modo duraturo la fertilità dei suoli, la disponibilità di acqua dolce e la capacità produttiva dei territori costieri. Per l’Italia, dove molte delle aree agricole più pregiate sorgono a breve distanza dal mare, questa rappresenta una reale minaccia. Difendere a lungo termine il suolo dall’eccesso di sali, perciò, significa proteggere produzioni di elevato valore economico, salvaguardare la biodiversità agricola e garantire la sicurezza alimentare e l’economia agricola delle prossime generazioni.

 

Immagine in evidenza di: Lukas_Vejrik/shutterstock

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