Il grano è tra i capisaldi delle risorse per la sicurezza alimentare globale, soprattutto dove pane, farine e cereali costituiscono la base della dieta quotidiana. Negli ultimi anni, però, la produzione agricola sta diventando sempre più vulnerabile agli effetti combinati della crisi climatica e dell’inquinamento atmosferico. A essere maggiormente esposte sono soprattutto alcune aree del Sud del Mondo: Asia meridionale e orientale, Africa subsahariana e Sud America, dovei il cambiamento climatico si intreccia con fenomeni di degrado ambientale, scarsità idrica e crescita demografica, aumentando i rischi per la stabilità economica e la sussistenza di milioni di persone. Ma da cosa dipende il calo produttivo? Un recente studio ha evidenziato come l’inquinamento da ozono possa ridurre significativamente la resa del grano tenero in molte aree vulnerabili del pianeta, ecco di cosa si tratta e quali sono le nuove evidenze emerse dalla ricerca.
Grano e ozono troposferico: un inquinante invisibile minaccia il re dei cereali

Quando si parla di ozono, spesso si pensa allo strato atmosferico che protegge la Terra dai raggi ultravioletti. A preoccupare gli esperti, però, è anche un altro tipo di ozono, definito troposferico, che si forma negli strati più bassi dell’atmosfera ed è considerato un inquinante dannoso. Questo composto nocivo si genera attraverso reazioni chimiche tra ossidi di azoto, composti organici volatili e radiazione solare, spesso in presenza di traffico, industrie e combustione di combustibili fossili. Recentemente, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Global Change Biology e coordinato dal professor Giacomo Gerosa, ordinario di Fisica dell’Atmosfera ed Ecologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia, ha provato che l’ozono troposferico può penetrare negli stomi delle foglie delle piante, i piccoli pori presente prevalentemente sul lato inferiore della foglia, interferendo negativamente con la fotosintesi e con i diversi processi fisiologici del frumento. L’effetto, spiegano i ricercatori, è una riduzione della crescita e della produttività agricola. Gli autori dello studio hanno inoltre sviluppato una valutazione globale del rischio da ozono per il frumento, analizzando diversi scenari climatici fino all’anno 2100.
Perdite produttive fino al 25% nelle aree più vulnerabili
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda le possibili perdite produttive nelle regioni più esposte. In particolare, le simulazioni indicano che, in assenza di efficaci politiche ambientali e climatiche, alcune aree del Sud del mondo potrebbero subire riduzioni delle rese agricole fino al 25%, e le zone considerate più vulnerabili comprendono ampie fasce dell’Asia meridionale e orientale, l’Africa subsahariana e alcune regioni del Sud America. In molti di questi territori, il grano rappresenta non soltanto una coltura economica, ma anche una componente fondamentale per la sicurezza alimentare. In queste zone, pertanto, una diminuzione significativa delle rese potrebbe quindi avere conseguenze dirette sulla disponibilità di cibo, sui prezzi agricoli e sulla stabilità sociale. Secondo gli autori della ricerca, il problema è aggravato dal fatto che molte economie agricole del Sud globale dispongono di minori risorse tecnologiche e finanziarie per adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Anche nei nostri approfondimenti, infatti, abbiamo visto come la tecnologia sia decisiva per limitare i danni dovuti a fenomeni che fino a pochi anni fa avremmo definito “estremi”, ma che ormai sono sempre più frequenti e ciclici.
Cambiamento climatico e agricoltura: caldo estremo e inquinamento hanno un impatto crescente

Per quanto preoccupante, l’inquinamento da ozono non è l’unico fattore che minaccia il grano, perché la crisi climatica sta modificando profondamente le condizioni di coltivazione in diversi aspetti e in molte regioni del pianeta. L’aumento delle temperature medie, la maggiore frequenza delle ondate di calore, le siccità prolungate e la variabilità delle precipitazioni stanno rendendo più difficile mantenere produzioni agricole stabili. Il cambiamento climatico ha già ridotto in modo significativo la produttività agricola globale rispetto ai livelli potenziali, come ha mostrato uno studio pubblicato su General Economics, che ha analizzato l’impatto degli effetti dovuti alle attività antropiche. Le regioni più calde del pianeta risultano particolarmente esposte. In molte aree tropicali e subtropicali, infatti, anche piccoli aumenti delle temperature possono compromettere la crescita del frumento, soprattutto nelle fasi più delicate del ciclo produttivo.
Uno degli elementi più preoccupanti emersi dalla negli ultimi anni è la crescente interazione tra caldo estremo e inquinamento atmosferico. Alte temperature e forte radiazione solare favoriscono proprio la formazione del già citato ozono troposferico, creando una sorta di effetto combinato che amplifica lo stress sulle colture agricole. Ad approfondire questo binomio nocivo è stata una ricerca del 2026 apparsa su Communications Earth & Environment, che ha mostrato come gli eventi estremi di calore associati all’inquinamento siano in aumento in molte aree del mondo. Per il grano, questa combinazione può risultare particolarmente dannosa: il caldo accelera il ciclo vegetativo riducendo il tempo disponibile per la maturazione delle spighe, mentre l’ozono compromette la capacità fotosintetica delle piante.
Crisi climatica ed emissioni minacciano la sicurezza alimentare e aumentano le disuguaglianze globali

Come abbiamo visto, il tema della produzione di grano nel Sud del mondo non riguarda soltanto l’agricoltura, ma anche le grandi questioni geopolitiche e sociali legate alla sicurezza alimentare e alle migrazioni. Tutto questo potrebbe spingere verso una crisi alimentare globale, in un contesto dove già centinaia di milioni di persone vivono ancora oggi in condizioni di insicurezza alimentare cronica. In molte zone vulnerabili il peggioramento delle condizioni climatiche, come se non bastasse, rischia di accentuare ulteriormente le disuguaglianze. Lo studio pubblicato su Global Change Biology e citato in precedenza evidenzia proprio questo aspetto: gli effetti dell’inquinamento e del cambiamento climatico tendono a colpire più duramente proprio le regioni che dispongono di minori capacità di adattamento. In sostanza, le popolazioni che hanno contribuito meno alle emissioni globali rischiano di subire le conseguenze più severe. La metodologia innovativa dello studio, che appunto ha considerato direttamente la quantità di ozono assorbita dalle piante attraverso gli stomi fogliari, e non soltanto sulle concentrazioni atmosferiche dell’inquinante, ha offerto una valutazione più precisa degli effetti fisiologici sul frumento. Nella pratica, si tratta anche di un approccio che permette di comprendere meglio le interazioni tra atmosfera, clima e vegetazione, fornendo indicazioni più affidabili per la pianificazione agricola e le strategie di adattamento.
Grano e crisi climatica: l’adattamento dell’agricoltura è indispensabile

Di fronte a questi scenari, la ricerca agricola sta cercando di sviluppare nuove strategie di adattamento. Tra le principali ci sono:
- la selezione di varietà più resistenti al calore all’ozono, come abbiamo visto occupandoci di miglioramento genetico;
- la modifica delle date di semina;
- il miglioramento dell’efficienza idrica e abbattimento degli sprechi;
- lo sviluppo di sistemi agricoli più resilienti.
In questo senso, la scelta di varietà climaticamente più adatte potrebbe contribuire a limitare parte delle perdite produttive future, ma in ogni caso l’adattamento agricolo dovrà essere affiancato anche da una riduzione delle emissioni inquinanti e di gas serra.
In termini economici, dove il grano non rappresenta soltanto una risorsa alimentare, ma anche una voce fondamentale dell’economia agricola, riduzioni significative delle rese possono quindi avere effetti a catena su redditi agricoli, commercio internazionale e stabilità dei prezzi. Le perdite produttive, inoltre, potrebbero aumentare la dipendenza dalle importazioni alimentari, esponendo molti Stati alla volatilità dei mercati internazionali e alle tensioni geopolitiche legate alle commodities agricole. In un contesto globale già segnato da crisi energetiche, guerre e instabilità climatica, la vulnerabilità delle produzioni cerealicole diventa quindi una questione sempre più strategica.
Il caso del grano, come abbiamo visto, mostra chiaramente come cambiamento climatico e inquinamento atmosferico non siano problemi separati, ma fenomeni strettamente intrecciati. La questione, dunque, non riguarda soltanto l’ambiente, ma si sposta anche sul futuro stesso della produzione alimentare mondiale. Ridurre l’inquinamento atmosferico, contenere il riscaldamento globale e rendere l’agricoltura più adattabile saranno elementi decisivi per garantire stabilità alimentare ed economica a miliardi di persone nei prossimi decenni.
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