Le temperature estreme e le ondate di calore che si susseguono, con periodi di afa prolungati, non mettono in difficoltà soltanto le persone e le colture agricole. Anche gli allevamenti bovini, infatti, ne stanno subendo gli effetti, con conseguenze dirette sul benessere animale, sulla produzione di latte e sulla sostenibilità economica delle aziende. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha raccolto un numero crescente di evidenze che dimostrano come lo stress termico rappresenti una delle principali sfide per la zootecnia europea. Ma nel dettaglio quali sono le conseguenze e cosa si sta facendo per porvi rimedio? Approfondiamo l’argomento, alla luce delle ricerche e dei dati più recenti.
Un’estate difficile per le bovine da latte, che rischiano lo stress termico

L’estate 2026 si è caratterizzata per un numero record di ondate di calore, sempre più frequenti e intense. Associati ai cambiamenti climatici, questi fenomeni riducono anche la capacità delle bovine da latte di mantenere elevati livelli produttivi, danneggiando un settore importante per l’economia agricola europea, e incidendo, ovviamente, anche sulla qualità della vita degli animali.
Una recente meta-analisi pubblicata nel 2024 sul Journal of Dairy Science ha confermato che il caldo determina una riduzione significativa dell’ingestione di cibo, della produzione di latte e della concentrazione di proteine nel latte, con effetti che si ampliano all’aumentare della temperatura e dell’umidità. Il fenomeno interessa ormai gran parte dell’Europa continentale, dalla Pianura Padana fino agli allevamenti del Nord Europa: le estati sempre più torride stanno mettendo alla prova animali selezionati geneticamente per produrre grandi quantità di latte, ma meno adattati alle elevate temperature. A questo proposito, una recente review pubblicata su Frontiers in Veterinary Science ha sottolineato che lo stress da caldo rappresenta oggi una delle principali cause di perdita di produttività e di peggioramento del benessere nelle bovine ad alta produzione.
A differenza dell’essere umano, infatti, le bovine dissipano il calore corporeo con maggiore difficoltà. Il loro metabolismo, particolarmente intenso durante la lattazione, produce grandi quantità di calore interno che, nelle giornate afose, diventa sempre più difficile eliminare. Per valutare il rischio di stress termico, gli allevatori e i ricercatori utilizzano il Temperature-Humidity Index (THI), un indice che combina temperatura dell’aria e umidità relativa. Quando questo valore supera determinate soglie, generalmente comprese tra 68 e 72 per le bovine ad alta produzione, l’animale inizia ad attivare una serie di meccanismi fisiologici per disperdere il calore, aumentando la frequenza respiratoria, modificando il comportamento e riducendo progressivamente l’assunzione di alimento. Il problema non riguarda soltanto le giornate eccezionalmente calde, perché anche temperature moderate, se associate a un’elevata umidità e protratte per diversi giorni, possono impedire agli animali di recuperare durante la notte, determinando un progressivo accumulo di calore corporeo.
Il latte diminuisce e cambia il profilo nutrizionale
La riduzione della produzione di latte è una conseguenza diretta delle strategie che l’organismo mette in atto per affrontare il caldo. Quando aumenta la temperatura, la bovina mangia meno per limitare il calore prodotto durante la digestione, e di conseguenza, diminuisce l’energia disponibile per la sintesi del latte. Parallelamente, cresce il consumo di energia necessario per mantenere costante la temperatura corporea attraverso l’aumento della respirazione e del flusso sanguigno verso la cute.
A quantificare questi effetti, analizzando decine di studi internazionali, è stata una meta-analisi dell’Università di Aarhus, in Danimarca, pubblicata sul Journal of Dairy Science. Gli autori hanno osservato che, con l’aumentare del THI, diminuiscono sia l’ingestione di sostanza secca sia la produzione di latte corretto per l’energia (ECM). Nei bovini in piena lattazione, ogni incremento del THI è associato a un progressivo peggioramento delle prestazioni produttive. Oltre alla quantità di latte, possono modificarsi anche alcune caratteristiche qualitative, e in particolare si sono osservate riduzioni del contenuto proteico e, in alcune condizioni, variazioni nella composizione del grasso, con possibili ripercussioni sulla trasformazione casearia.
Troppo caldo nelle stalle: non è solo una questione di produzione

Gli effetti dello stress termico dovuto alla crisi climatica, però, vanno ben oltre il semplice calo della resa. Le mucche trascorrono più tempo in piedi per favorire la dispersione del calore, riducono l’attività motoria e modificano i propri ritmi alimentari, concentrando l’assunzione di cibo nelle ore più fresche della giornata. L’aumento della frequenza respiratoria e della temperatura corporea rappresenta uno dei primi segnali osservabili dagli allevatori. Sul lungo periodo, il caldo può compromettere anche la fertilità, aumentare la suscettibilità ad alcune patologie metaboliche e ridurre la longevità produttiva degli animali. Lo stress termico, infatti, influisce contemporaneamente su benessere, salute, riproduzione e produttività, non a caso rappresenta uno dei principali fattori di rischio per gli allevamenti da latte nelle aree temperate.
Quello che fino a pochi decenni fa rappresentava un fenomeno limitato alle regioni tropicali interessa oggi anche gran parte dell’Europa. La crisi climatica, l’aumento delle temperature medie e la maggiore frequenza delle ondate di calore stanno rendendo lo stress termico una componente strutturale della gestione degli allevamenti. Senza adeguate strategie di adattamento, tutto questo potrebbe determinare perdite produttive sempre più rilevanti e aumentare i costi di gestione delle aziende zootecniche. I problemi da affrontare, quindi, non riguardano soltanto la tutela del benessere animale, ma anche la capacità del settore lattiero-caseario europeo di mantenere elevati livelli produttivi in un contesto climatico in rapida evoluzione.
L’Europa scopre una vulnerabilità inattesa e l’Italia è sempre più esposta

Come abbiamo visto, oggi lo stress termico interessa sempre più frequentemente il continente europeo. Le bovine ad alta produzione, selezionate geneticamente per massimizzare la resa lattifera, producono infatti una notevole quantità di calore metabolico e risultano particolarmente sensibili quando le temperature elevate si accompagnano a un’umidità persistente. Con il cambiamento climatico, il numero di giorni caratterizzati da condizioni favorevoli allo stress termico è destinato ad aumentare in gran parte dell’Europa, con effetti che interesseranno non solo i Paesi mediterranei, ma anche regioni finora considerate relativamente fresche.
L’Italia è particolarmente interessata dal fenomeno, con alcune zone più esposte di altre. Nella Pianura Padana, ad esempio, dove si concentra una parte rilevante della produzione lattiero-casearia nazionale e delle filiere dei grandi formaggi DOP, durante l’estate le temperature elevate sono associate a un’umidità spesso molto alta. Questa combinazione rende più difficile la dispersione del calore corporeo da parte degli animali. Il bacino del Mediterraneo, del resto, rappresenta uno dei principali hotspot del cambiamento climatico, con un aumento della frequenza delle ondate di calore e delle notti tropicali che potrebbe accentuare ulteriormente il problema nei prossimi decenni. Per gli allevamenti italiani, ciò significa affrontare non solo un calo della produzione di latte durante i mesi più caldi, ma anche costi crescenti legati al raffrescamento delle strutture, al consumo energetico e alla gestione sanitaria degli animali.
Il caldo colpisce le grandi filiere Dop italiane

Le conseguenze dello stress termico si estendono all’intera filiera lattiero-casearia, a maggior ragione se si parla di produzioni di formaggi strettamente legate alla disponibilità di latte di elevata qualità. Quando le alte temperature riducono la produzione delle bovine e modificano la composizione del latte, possono aumentare le difficoltà nella trasformazione casearia e diminuire la resa in formaggio. La qualità della materia prima rappresenta uno degli elementi fondamentali per ottenere prodotti conformi ai disciplinari di produzione e con caratteristiche costanti, come nel caso per esempio, del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano.
In questo contesto, come abbiamo visto approfondendo l’esempio innovativo di Cirio Agricola, investire in sistemi di raffrescamento delle stalle, monitoraggio del benessere animale e gestione di precisione non significa soltanto proteggere la produzione di latte. Tali miglioramenti si riflettono direttamente sulla salvaguardia del valore economico e culturale di alcune delle eccellenze agroalimentari più rappresentative del Made in Italy, il cui successo sui mercati internazionali dipende anche dalla continuità e dalla qualità della materia prima.
Le stalle del futuro saranno sempre più intelligenti

La risposta della ricerca propone una combinazione di innovazioni: negli allevamenti moderni, infatti, vengono sempre più frequentemente installati ventilatori ad alta efficienza, sistemi di raffrescamento evaporativo, doccette intermittenti, sensori ambientali e dispositivi indossabili capaci di monitorare temperatura corporea, attività motoria e frequenza respiratoria delle bovine. L’obiettivo è individuare precocemente i primi segnali di stress termico e intervenire prima che la produzione di latte inizi a diminuire.
Anche l’alimentazione viene adattata durante i periodi più caldi, aumentando la densità energetica delle razioni e distribuendo gli alimenti nelle ore più fresche della giornata, quando gli animali tendono ad alimentarsi con maggiore regolarità. Nel complesso, la combinazione tra monitoraggio digitale, gestione ambientale e nutrizione rappresenta oggi la strategia più efficace per limitare gli effetti dello stress da caldo.
Dalla ricerca alla pratica: le esperienze nelle stalle italiane

Molte aziende zootecniche italiane hanno già iniziato ad adattarsi alle estati sempre più calde, investendo in tecnologie per migliorare il benessere animale, come quelle appena citate. Tutto parte dal monitoraggio continuo di temperatura e umidità e dall’utilizzo di collari intelligenti, in grado di rilevare parametri come attività, ruminazione e frequenza respiratoria. Queste soluzioni, sostenute anche da programmi di innovazione promossi nell’ambito della Politica agricola comune (PAC) e del Partenariato europeo per l’innovazione in agricoltura (EIP-AGRI), consentono agli allevatori di intervenire tempestivamente quando aumenta il rischio di stress termico, contribuendo a limitare le perdite produttive e a migliorare il benessere degli animali.
Un’altra linea di ricerca riguarda la genetica, per selezionare caratteristiche associate a una maggiore tolleranza al caldo, con l’obiettivo di sviluppare animali capaci di mantenere elevate produzioni anche in condizioni climatiche più difficili. Non si tratta di sostituire le razze oggi allevate, ma di integrare nei programmi di selezione nuovi caratteri legati alla resilienza climatica, mantenendo al tempo stesso elevati standard produttivi e sanitari.
La genetica, tuttavia, non potrà da sola risolvere il problema. Gli esperti concordano nel ritenere che l’adattamento dovrà coinvolgere contemporaneamente:
- gestione aziendale;
- progettazione delle stalle;
- nutrizione;
- benessere animale;
- innovazione tecnologica.
Le ricerche, insieme ai dati raccolti negli ultimi anni, mostrano con chiarezza che lo stress termico non può più essere considerato un evento eccezionale, ma sta già diventando una condizione con cui gli allevatori devono convivere. Investire in strutture più efficienti, sistemi di monitoraggio intelligente, strategie nutrizionali innovative e programmi di selezione genetica rappresenta quindi non soltanto una misura di adattamento al cambiamento climatico, ma anche una scelta indispensabile per garantire il benessere animale e preservare una delle produzioni agroalimentari più importanti d’Europa. Come abbiamo visto, la capacità di coniugare innovazione, sostenibilità e tutela degli animali sarà uno degli elementi decisivi per il futuro del settore lattiero-caseario europeo.
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