Alzi la mano chi, nell’ultimo viaggio, ha fatto un salto in un supermercato locale o in una bottega alimentare per scoprire – e magari gustare – le prelibatezze del posto. Se anche tu, come noi, rientri in questa categoria di turisti curiosi, sappi che non si tratta di un’abitudine estemporanea, ma di uno dei trend più interessanti del 2026.
A certificarlo è l’Hilton’s 2026 Trends Report, lo studio annuale promosso dalla celebre catena internazionale di hotellerie Hilton e realizzato in collaborazione con Globetrender, principale agenzia al mondo nella previsione delle tendenze di viaggio, e Ipsos, società globale di ricerche di mercato. L’indagine ha coinvolto oltre 14.000 viaggiatori in 14 Paesi, offrendo una fotografia articolata delle nuove abitudini turistiche. Tra i dati più sorprendenti, spicca proprio questo: il 77% degli intervistati pratica il “grocery store tourism” (letteralmente, il turismo dei negozi alimentari), ovvero visita market e negozi alimentari del posto come parte integrante dell’esperienza di viaggio.
Non una semplice sosta logistica, dunque, ma un gesto consapevole. Un modo per entrare in contatto con la quotidianità del luogo, osservare cosa finisce nei carrelli di chi ci vive, scoprire prodotti tipici fuori dai circuiti più battuti. E, naturalmente, assaggiarli!
I numeri dell’indagine: pasti conviviali, piatti familiari

Rilanciata da numerosi magazine e blog di viaggi internazionali, la ricerca non si limita a registrare una curiosità passeggera, ma intercetta un cambiamento più profondo nel rapporto tra turismo e cibo. L’86% degli intervistati ha dichiarato di dare priorità al mangiare insieme ai propri cari o compagni di viaggio, confermando la centralità della convivialità come parte dell’esperienza (noi in Italia, conosciamo bene questo aspetto). Il 79% ha inoltre affermato che i piatti familiari rappresentano una fonte di conforto emotivo, anche a centinaia – o migliaia – di chilometri da casa. Mentre quasi la metà (48%) si cucina i propri pasti durante il viaggio.
In questo scenario, il dato sul 77% assume un significato ancora più interessante: i supermercati locali e i negozi alimentari diventano luoghi di esplorazione culturale. Non solo monumenti, musei e panorami da fotografare, ma scaffali da osservare, etichette da leggere, ingredienti da interpretare e nuovi sapori da assaggiare. Una consapevolezza crescente che la conoscenza di un territorio passi anche (e forse soprattutto) dal cibo, purché autentico e lontano dalle derive della foodification turistica. Quali luoghi scegliere, dunque, mentre esploriamo una località?
Mercati storici, il cuore della città

Premessa doverosa. Quando viaggiamo, non è facile orientarsi in pochi giorni all’interno dell’offerta di una località. Se poi, oltre all’elenco delle “cose da vedere”, aggiungiamo anche un supermercato, l’impresa può diventare ardua. Meglio allora procedere per gradi. Prima di tutto, alcune città hanno mantenuto i mercati storici: luoghi coperti o all’aperto dove la spesa quotidiana si intreccia con l’identità culturale, dove i banchi raccontano storie e i prodotti esposti diventano squisite cartoline.
A Valencia, per esempio, il Mercado Central è un trionfo modernista di vetri colorati e maioliche: tra agrumi profumati e jamón appesi in bella vista, si entra per curiosità e si esce con la sensazione di aver capito la città, sorseggiando una spremuta freschissima o un horchata de chufa, la famosa bevanda vegetale della città. Qualcuno si concede perfino una paella valenciana! A Barcellona, la Boqueria vibra lungo la Rambla come un organismo vivo: frutta dai colori accesi, tapas pronte da assaggiare, prosciutti iberici che sembrano sculture. Salendo verso nord, Londra custodisce il Borough Market, dall’’anima gourmet e cosmopolita. Ed è solo uno dei diversi e famosissimi food market della capitale inglese. A Parigi, i mercati gastronomici francesi da visitare sono tanti: nel cuore del Marais, il Marché des Enfants Rouges – il più antico mercato coperto della città – dimostra che anche uno spazio raccolto può diventare una galassia di esperienze gastronomiche.

Arrivando in Italia, il Mercato delle Erbe di Bologna mantiene un’anima popolare fatta di tortellini freschi e taglieri che si sovrappongono in un’armonia emiliana. A Firenze, il Mercato Centrale di San Lorenzo racconta la Toscana genuina tra lampredotto e pecorino. A Torino, Porta Palazzo è un vivace mosaico di culture e sapori. A Palermo, Ballarò è teatro quotidiano di colori e profumi intensi. E potremmo continuare per ore, citando luoghi iconici come il Mercato di Campo de’ Fiori a Roma, cuore pulsante del centro storico, traboccante di frutta, verdura e fiori, il Mercato di Pignasecca a Napoli, caleidoscopio di pesce, prodotti campani e tradizioni, e il Mercato Orientale a Genova (MOG), con spezie, focacce e ingredienti liguri che raccontano la Superba.
Ecco allora un primo passo per chi vuole inserire la “spesa in viaggio” nella propria lista: partire dai mercati storici. Perché prima ancora dei supermercati o delle catene della grande distribuzione, sono loro ad aver insegnato che tra una bancarella e l’altra può nascondersi un racconto di territorio e tradizione.
Perdersi tra minimarket e botteghe: il lato più autentico del viaggio

Oltre ai mercati segnalati in tutte le guide, però, il nostro consiglio è quello di “perdersi”. Abbandonare per un’ora le mappe digitali, alzare lo sguardo dal telefono e infilarsi in una strada laterale per curiosare tra le insegne meno patinate. È lì che compaiono i minimarket di quartiere, le botteghe alimentari a conduzione familiare, i piccoli supermercati frequentati più dai residenti che dai turisti. Dentro, scaffali ordinari solo in apparenza: biscotti mai visti prima, bevande dai nomi impronunciabili, conserve locali, spezie sconosciute, packaging che raccontano abitudini diverse dalle nostre.
Se i mercati storici sono il palcoscenico, i mini market rappresentano il dietro le quinte della gastronomia. Ed è spesso proprio lì che il viaggio diventa autentico. Ma c’è di più. Entrare in un supermercato locale significa osservare cosa mangia davvero una comunità, quali prodotti privilegia, come combina tradizione e innovazione. È un piccolo esercizio di educazione alimentare spontanea, declinato in divertenti operazioni: leggere le etichette, confrontare ingredienti, scoprire stagionalità diverse, capire l’importanza che un Paese attribuisce alla qualità, alla provenienza e alla trasformazione del cibo. E fare domande a chi lavora dietro il bancone, of course!
Viaggiare per assaggiare e comprendere

In questo senso, il grocery store tourism non è solo una moda dal nome bizzarro, ma può diventare un tassello nella costruzione di una cultura alimentare più consapevole. Perché conoscere significa anche assaggiare, scegliere, comprendere. Vuol dire interrogarsi sulla stagionalità, sull’origine degli ingredienti, sulle abitudini quotidiane di una comunità. E permette di capire cosa è davvero “di casa” in un Paese e cosa, invece, è stato adattato per il palato dei visitatori.
Entrare in un supermercato o in una piccola bottega durante un viaggio è un gesto semplice, forse per qualcuno banale. Eppure è rivelatore: racconta il potere d’acquisto, le tradizioni, le contaminazioni culturali, perfino le priorità nutrizionali di una società. Spiega, in fondo, come quella comunità si nutre e si rappresenta, cosa privilegia o esclude. E forse il 77% dei viaggiatori che oggi inserisce nel proprio itinerario un market locale non sta semplicemente seguendo un trend certificato da un report internazionale o promosso su un social. Sta riscoprendo, con naturalezza, che il cibo è uno dei linguaggi più immediati e universali attraverso cui un territorio si racconta.
Perché tra uno scaffale di spezie colorate, un invitante banco frigo e un pane sconosciuto ancora caldo, il viaggio smette di essere solo osservazione e diventa partecipazione, ascolto. E allora sì, a volte basta un carrello – o una piccola sporta – per portarsi a casa non solo un souvenir, ma una consapevolezza nuova. Un modo diverso di guardare il mondo. Anche a partire da ciò che mettiamo nel piatto quando siamo in vacanza.
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