Anche se si tende a trascurarlo, la disponibilità e il costo dei fertilizzanti incidono sul prezzo di pane, pasta, cereali e di molti altri alimenti. La storia di questo rapporto comincia nei campi e ancora prima negli impianti industriali, nelle miniere e nei mercati internazionali dell’energia. Si tratta di prodotti fondamentali per gran parte dell’agricoltura moderna e il loro prezzo è strettamente collegato alle materie prime necessarie per produrli, a partire da idrocarburi e risorse energetiche. Ma qual è la situazione e in che misura incide tale legame? Dopo aver trattato la crisi del grano legata alla guerra in Ucraina, facciamo il punto per cercare di saperne di più, partendo da ricerche e dati di mercato.
Fertilizzanti: il prezzo del cibo comincia anche dal sottosuolo

L’influenza dei fertilizzanti sul mercato alimentare è determinante, ma questi prodotti a loro volta dipendono da diversi contesti economici e geopolitici.
Per quelli azotati (che stimolano la crescita della parte vegetativa della pianta, come foglie, fusti e germogli), il legame più evidente è con il gas naturale (GNL), utilizzato sia come fonte energetica sia come materia prima per ottenere l’idrogeno destinato alla sintesi dell’ammoniaca. Per fosfati e potassio (che sviluppano le radici, migliorano la fioritura e aumentano la resistenza agli stress ambientali), invece, entrano in gioco soprattutto attività estrattive, energia, trasporti e commercio internazionale.
Pertanto, una crisi geopolitica che colpisce un giacimento di gas, una rotta marittima o un grande Paese esportatore può arrivare, dopo diversi passaggi, fino al costo di produzione di un ettaro di grano. Non significa che ogni aumento del gas produca automaticamente un identico aumento del prezzo degli alimenti, ma la connessione è reale ed è diventata particolarmente evidente dopo gli shock degli ultimi anni.
In particolare, il fertilizzante maggiormente esposto al costo dell’energia è quello azotato. Il punto di partenza è l’ammoniaca, ottenuta principalmente attraverso il processo Haber-Bosch, nel quale l’azoto atmosferico viene combinato con l’idrogeno. Quest’ultimo viene tradizionalmente ricavato dal gas naturale, attraverso processi ad alta intensità energetica. La conseguenza è che il prezzo del gas diventa una variabile decisiva per la competitività degli impianti di ammoniaca e, a cascata, di urea, nitrato ammonico e altri fertilizzanti di questo tipo.
La Commissione europea ha sottolineato che il gas naturale rappresenta circa il 70% dei costi di produzione dei fertilizzanti azotati nell’Unione, che rimane inoltre dipendente dalle importazioni di fertilizzanti minerali e materie prime come ammoniaca e urea. Questa è una delle ragioni per cui la crisi del gas del 2021-2022 si trasformò rapidamente anche in una crisi dei fertilizzanti. Con il gas europeo a livelli eccezionalmente elevati, diversi impianti di ammoniaca e fertilizzanti ridussero o sospesero temporaneamente la produzione. Il problema, quindi, non riguardava soltanto i costi energetici dell’industria, in quanto il gas stava diventando un fattore determinante anche per la capacità dell’agricoltura europea di procurarsi azoto.
La crisi del 2022: un doppio shock
L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 rese evidente la vulnerabilità del sistema, con i rincari che ne derivarono. Russia e Bieolorussia avevano infatti un ruolo importante nei mercati internazionali dei fertilizzanti: la prima è un grande produttore ed esportatore di prodotti azotati e potassici, mentre la seconda è uno dei principali produttori mondiali di potassa. Sanzioni, restrizioni commerciali, difficoltà logistiche e aumento del costo dell’energia, perciò, si sommarono in un momento nel quale i mercati agricoli erano già sotto pressione.
La crisi non fu soltanto una conseguenza della riduzione delle esportazioni di cereali dall’Ucraina. Ci fu anche un secondo shock, meno visibile al consumatore ma altrettanto importante, ovvero l’aumento dei costi necessari per produrre i raccolti successivi. Infatti, per produrre il prossimo raccolto servono input acquistati prima della raccolta.
Dal fertilizzante al campo: materie prime e prezzi

Quando il prodotto fertilizzante diventa molto costoso, l’agricoltore deve scegliere se sostenere l’aumento dei costi, ridurre le dosi oppure modificare colture e strategie agronomiche. Una ricerca pubblicata nel 2025 su Food Policy ha analizzato gli effetti degli shock dei prezzi dei fertilizzanti del 2021-2022. Nonostante il forte aumento delle quotazioni, la domanda globale si ridusse soltanto moderatamente nel ciclo 2022-2023, ma l’impatto economico fu molto diverso fra le varie aree del mondo e particolarmente pesante per molti agricoltori dei Paesi africani a basso reddito. Il dato mostra che lo stesso shock internazionale può produrre conseguenze differenti: un’impresa con maggiori margini può assorbire temporaneamente il rincaro, mentre un piccolo agricoltore con scarso accesso al credito può essere costretto a ridurre gli acquisti, mettendo a rischio la resa del raccolto.
Il prezzo dei fertilizzanti dipende dal gas soltanto in parte, ed è l’azoto il comparto più direttamente legato a questa materia prima, mentre fosforo e potassio hanno filiere differenti. I fertilizzanti fosfatici hanno soprattutto a che fare con l’estrazione e la lavorazione della roccia fosfatica, mentre il potassio deriva dall’estrazione di minerali potassici.
Anche questi comparti, però, sono esposti agli shock energetici e geopolitici. Estrarre, trasformare e trasportare grandi quantità di materiale richiede energia, mentre la concentrazione geografica della produzione rende il mercato vulnerabile alle interruzioni. Uno studio pubblicato nel 2024 su Nature Food ha evidenziato proprio il rischio legato a questo aspetto e alla volatilità dei prezzi, che possono mettere sotto pressione gli agricoltori e, in prospettiva, la produttività dei suoli. La geopolitica dei fertilizzanti, quindi, coinvolge gas, fosfati, potassa, zolfo, petrolio, elettricità, navi e infrastrutture portuali, un insieme davvero variegato e complesso di elementi.
Il petrolio e la filiera agroalimentare
Pur avendo un rapporto meno diretto con la produzione di fertilizzanti azotati, il petrolio resta fondamentale per l’intera filiera agroalimentare. I macchinari agricoli utilizzano principalmente gasolio, pensiamo ad esempio a trattori, camion, navi e altri mezzi necessari a trasportare fertilizzanti, materie prime e prodotti agricoli. Anche estrazione mineraria e processi industriali, peraltro, richiedono energia.
Un aumento del prezzo del greggio, perciò, si propaga lungo la catena alimentare, anche quando non determina direttamente un aumento del costo dell’ammoniaca. La differenza è soprattutto nel punto della filiera: se il gas incide direttamente sulla produzione dell’azoto, il petrolio pesa soprattutto su meccanizzazione, logistica e trasporto.
Fertilizzanti: un mercato mondiale, anche per l’Italia

La globalizzazione ha reso possibile acquistare fertilizzanti prodotti a migliaia di chilometri di distanza, ma ha anche aumentato l’interdipendenza. La Commissione europea indica che l’UE importa circa il 30% dei fertilizzanti azotati, il 70% di quelli fosfatici e circa il 40% di quelli potassici. Per l’Italia, questo significa una vulnerabilità che varia a seconda del prodotto. Secondo il CREA, nel 2024 la Russia rappresentava circa il 13% del totale dei concimi importati dall’Italia; per l’urea la quota russa era intorno al 10%, mentre circa due terzi delle importazioni di questa sostanza provenivano da Egitto e Algeria. Per i concimi composti NPK (azoto, fosforo e potassio) la posizione russa era invece più rilevante.
Nel 2024 la produzione nazionale copriva comunque circa il 70-75% dei volumi di fertilizzanti distribuiti in Italia, secondo i dati elaborati dalla Fondazione Metes, mentre l’Egitto risultava il principale fornitore, seguito dalla Federazione Russa. La dipendenza, dunque, non coincide semplicemente con l’importazione diretta da un Paese in guerra, perché una materia prima può essere prodotta in un’area, trasformata altrove e trasportata attraverso una rotta strategica prima di arrivare in Italia. Di conseguenza, la filiera può essere molto più lunga di quanto suggerisca l’origine del prodotto agricolo.
Anche la Cina ha assunto un ruolo importante, qualificandosi oggi tra i principali produttori mondiali di fertilizzanti, peraltro introducendo negli ultimi anni restrizioni alle esportazioni di alcuni prodotti, per proteggere la disponibilità interna. Secondo la Banca Mondiale, nel 2024 le esportazioni cinesi di fertilizzanti azotati si sono ridotte di oltre il 90% rispetto all’anno precedente a seguito di questi provvedimenti. Inevitabilmente, la riduzione dell’offerta disponibile sul mercato internazionale ha contribuito a mantenere sotto pressione i prezzi. La sicurezza alimentare, nella sua complessità, dipende anche da chi può comprare un prodotto, a quale prezzo e attraverso quali rotte.
Il 2026 e la vulnerabilità delle rotte energetiche
La questione è tornata più che mai attuale nel 2026, con le tensioni in Medio Oriente e le interruzioni della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, una delle principali arterie mondiali per petrolio, gas naturale liquefatto e prodotti chimici. Attraverso Hormuz, transitano circa un terzo del petrolio commercializzato a livello mondiale, il 20% del GNL e una quota significativa del commercio internazionale di fertilizzanti. Pertanto, le tensioni nella regione hanno aumentato i rischi per le catene globali di approvvigionamento agricolo.
Le perturbazioni del traffico attraverso Hormuz nel 2026 hanno contribuito ad aumentare i prezzi dell’energia e dei fertilizzanti e a complicare l’approvvigionamento di alcune materie prime, con il Medio Oriente che rappresenta circa il 35% delle esportazioni mondiali di fertilizzanti azotati. Non si tratta infatti di commodities globali legate esclusivamente a mercati locali: uno shock regionale può modificare rapidamente i prezzi su mercati molto lontani tra loro.
Fertilizzanti di nuova generazione: ammoniaca a basse emissioni e produzione decentralizzata
Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili nella produzione di fertilizzanti è auspicabile sia per diminuire le emissioni, sia per rendere la filiera meno vulnerabile alle oscillazioni del gas. Una delle possibilità più interessanti è la produzione di ammoniaca sfruttando l’idrogeno, da ottenere a sua volta attraverso l’elettrolisi alimentata da energia a basse emissioni. Inoltre, esistono tecnologie elettrochimiche e biologiche ancora in sviluppo, anche se la transizione non è semplice.
A questo proposito, però, una ricerca pubblicata nel 2025 su Nature Food ha sottolineato che alcune alternative a basse emissioni possono essere oggi molto più costose rispetto alla produzione convenzionale, richiedendo infrastrutture e risorse differenti. Si puntualizza, inoltre, che circa 1,8 miliardi di persone dipendono da fertilizzanti importati o da gas naturale importato per produrli.
Un altro studio del 2024 ha invece analizzato la possibilità di una produzione decentralizzata di ammoniaca, realizzata vicino ai luoghi di consumo attraverso impianti modulari alimentati da elettricità. Considerando anche trasporti e rischi di interruzione delle forniture, queste tecnologie potrebbero diventare competitive per una parte molto ampia della domanda mondiale entro il 2030.
Più efficienza, meno vulnerabilità
Al momento, è fondamentale puntare a un utilizzo più efficiente dei fertilizzanti, una strategia elementare quanto efficace. L’agricoltura necessita di una quantità corretta del nutriente appropriato, nel momento e nel luogo opportuni. In questo senso, analisi del terreno, agricoltura di precisione, distribuzione variabile, monitoraggio satellitare e sensori possono ridurre gli sprechi.
Questo approccio è particolarmente importante per l’azoto, perché una parte di quello distribuito sui campi non viene assorbita dalle colture e può disperdersi nell’ambiente. Ridurre le perdite, quindi, significa diminuire contemporaneamente i costi per l’agricoltore e l’impatto ambientale. Per l’Italia, in particolare, diventa strategico combinare fertilizzanti minerali, quando necessari, con altre fonti di nutrienti, come letami, digestati e residui organici adeguatamente gestiti, aumentando al tempo stesso l’efficienza della distribuzione.
Il prezzo del fertilizzante non coincide con quello del cibo

A dispetto di quello che si potrebbe pensare, un aumento del costo dei fertilizzanti non determina automaticamente un aumento equivalente del prezzo degli alimenti. Il prezzo finale incorpora lavorazione, energia, confezionamento, trasporto, distribuzione, manodopera, fiscalità e margini lungo la filiera. A chiarire queste dinamiche, una ricerca pubblicata nel 2025 su Nature Food ha stimato che nei Paesi ad alto reddito la componente strettamente agricola rappresenta spesso meno della metà del prezzo finale degli alimenti, mentre nei Paesi a basso reddito il collegamento fra prezzo alla produzione e prezzo al consumo è generalmente più stretto. Questo spiega perché uno shock dei fertilizzanti possa essere molto pesante per l’agricoltore, senza tradursi immediatamente in un rincaro equivalente sullo scaffale. Se però gli aumenti persistono per più stagioni, gli effetti possono accumularsi e arrivare progressivamente ai mercati alimentari.
Una geopolitica del cibo instabile che occorre rafforzare
Gas naturale, petrolio, fertilizzanti, cereali e rotte commerciali fanno parte dello stesso sistema: una guerra può interrompere un’esportazione di cereali, ma contemporaneamente aumentare il costo dell’energia; un problema lungo una rotta marittima può far crescere insieme carburanti e materie prime agricole. La sicurezza alimentare dipende così anche dalla sicurezza energetica e commerciale, e per l’Italia la risposta non può essere soltanto aumentare la produzione interna di fertilizzanti. Nel complesso, servono diversificazione degli approvvigionamenti, una capacità produttiva nazionale competitiva, maggiore efficienza nell’uso dei nutrienti, sviluppo di alternative a basse emissioni e una gestione più attenta delle scorte e delle rotte commerciali.
Il prezzo del cibo, in sostanza, comincia molto lontano dal supermercato: da quello del gas, del petrolio o dalla stabilità di una rotta commerciale. In un mondo nel quale crisi energetiche, conflitti e cambiamenti climatici tendono a sovrapporsi, rendere più resiliente la filiera dei fertilizzanti significa rafforzare anche il sistema alimentare.
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