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La dieta del gruppo sanguigno ha un fondamento scientifico? Intervista al Prof. Spisni

Matteo Garuti
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    La dieta del gruppo sanguigno proposta dai professori Piero Mozzi e James D’Adamo è tra le più discusse degli ultimi anni, sia per le teorie dalle quali parte che per la ribalta mediatica di cui ha beneficiato. L’associazione tra alimentazione e appartenenza a uno specifico gruppo sanguigno, del resto, non ha basi scientifiche, come non le hanno le ricostruzioni storico-antropologiche alla radice di questa impostazione. Ma quali sono i punti deboli e gli errori dei quali è bene essere consapevoli? Dopo aver parlato di diete da evitare, per approfondire il tema abbiamo coinvolto nuovamente il professor Enzo Spisni, fisiologo della nutrizione dell’Università di Bologna.

    Dieta del gruppo sanguigno: origini e concetti

    L’idea di differenziare la dieta in base al proprio gruppo sanguigno – A, B, AB o 0 – viene proposta per la prima volta nel 1996, quando il naturopata statunitense Peter D’Adamo pubblica il libro Eat Right 4 Your Type. Sull’onda di un notevole successo internazionale, il testo arriva anche in Italia, dove questo regime alimentare acquisisce notorietà soprattutto nella versione proposta dal medico Piero Mozzi, autore di altri testi sul tema.

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    Fascinadora/shutterstock.com

    Le premesse della dieta fondono biologia ed evoluzione, basandosi sulla convinzione che la comparsa dei gruppi sanguigni nella storia evolutiva umana sia avvenuta in momenti differenti e secondo chi la promuove questo sarebbe dovuto ai diversi tipi di alimentazione che si sono susseguiti nelle epoche storiche. In sintesi, ecco cosa sostiene questa visione:

    1. 0, il cacciatore. Si tratterebbe del gruppo più antico, che dovrebbe basare la propria alimentazione sulla carne, mentre sarebbero sconsigliati i latticini, i legumi e i cereali, e di conseguenza anche pane e pasta. Questi soggetti dovrebbero svolgere un’attività fisica regolare e intensa.
    2. A, l’agricoltore. Si sarebbe manifestato con l’avvento dell’agricoltura e prevedrebbe un’alimentazione basata sui vegetali e i cereali, mentre il consumo di carne dovrebbe essere molto limitato. Questi individui sarebbero portati per attività fisiche poco impegnative.
    3. B, il nomade. Questo gruppo, che sarebbe legato all’allevamento e alla pastorizia, dovrebbe evitare gli alimenti ricchi di zuccheri semplici e di conservanti, orientandosi verso le attività fisiche leggere.
    4. AB, l’enigmatico. In questo caso la dieta dovrebbe essere una via di mezzo tra quelle dei due precedenti, e quindi chi fa parte di questo gruppo potrebbe mangiare tutti i cibi con moderazione, senza però esagerare con i latticini.

    Questa dieta è impostata soprattutto sull’eliminazione di determinati alimenti, e la compatibilità con il gruppo sanguigno dipenderebbe dal contenuto di specifiche proteine, le lectine. Se non compatibili, queste aggredirebbero i globuli rossi, causando conseguenze negative.

    La dieta del gruppo sanguigno e la scienza: nessuna prova attendibile

    Come sottolineato fin dall’inizio, dal punto di vista scientifico non ci sono prove che i diversi gruppi sanguigni siano una conseguenza del tipo di alimentazione, né che questi antigeni possano influenzare le peculiarità nutrizionali dei cibi. Oltretutto, la classificazione del sangue “AB0” non è l’unica. Infatti, esiste anche il fattore Rh, che può essere espresso (Rh+) o non espresso (Rh-) sul globulo rosso, di cui la dieta formulata da Mozzi invece non tiene conto. Come abbiamo visto occupandoci di nutrigenetica e nutrigenomica, le ricerche in questi ambiti hanno evidenziato l’impatto di quello che mangiamo sul DNA, ma ridurre questi aspetti ai quattro gruppi sanguigni è sbagliato e fuorviante. Molte caratteristiche individuali possono influenzare le relazioni con i cibi, ma non sono direttamente collegate ai gruppi sanguigni.

    Se conoscere il proprio gruppo è importante dal punto di vista medico, non è mai stato dimostrato un legame tra questi e gli effetti degli alimenti sull’organismo, e tantomeno nessuna ricerca finora ha mai provato i benefici della dieta del gruppo sanguigno, che è considerata inattendibile dai medici e dai nutrizionisti.

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    Gorodenkoff/shutterstock.com

    In una revisione pubblicata nel 2013 su American Journal of Clinical Nutrition, si afferma che “non esistono prove fattuali a sostegno dei presunti benefici della dieta dei gruppi sanguigni sulla salute”, e a conclusioni analoghe è giunto uno studio pubblicato nel 2014 su Plos One. Ad esempio, seguire un’alimentazione ricca di frutta e verdura – quella consigliata alle persone di gruppo A – migliora i fattori di rischio cardio-metabolici, beneficio però osservabile per qualsiasi gruppo sanguigno. Un’altra ricerca pubblicata su Journal of Nutrition nel 2018 e incentrata su individui in sovrappeso ha mostrato che i miglioramenti in parametri importanti per il sistema cardiovascolare non avevano alcun legame con il gruppo sanguigno, pertanto si è concluso che “la teoria alla base di questa dieta non è valida”.

    “Una teoria senza basi”: il commento di Spisni sulla dieta del gruppo sanguigno 

    Senza lasciare spazio a dubbi, il professor Spisni ribadisce che si tratta di “una struttura ascientifica dalle conclusioni sbagliate, ma che gode un certo risalto mediatico. La base dei presupposti di Mozzi è che gran parte delle patologie abbiano come substrato delle intolleranze alimentari, un’idea errata e mai dimostrata. Anche le considerazioni proposte sul manifestarsi dei tumori in base al gruppo sanguigno non sono provate. Invece, è vero che spesso le patologie hanno alla base delle alterazioni del microbiota e delle diete sbilanciate, ma correggerle adottando piani tarati sul gruppo sanguigno non ha nessun senso. In conclusione, il gruppo sanguigno non è una variabile dietetica determinante, ce ne sono tante altre da considerare, ma non questa. Non ci sono mai state pubblicazioni che abbiamo supportato, anche indirettamente, le teorie di Mozzi e D’Adamo”.

    Il professor Spisni precisa che “l’esistenza di gruppi diversi ha a che fare con il sistema immunitario e col manifestarsi di alcune patologie, per le quali si registrano piccole differenze di frequenza, ma non ci sono malattie che colpiscono un singolo gruppo e non un altro. Recentemente, inoltre, sono state smentite le ipotesi di correlazione tra gruppi sanguigni e Covid-19, come ha dimostrato uno studio del dicembre scorso e pubblicato su Haematologica, mentre nel 2015 è stata pubblicata una revisione complessiva delle conoscenza sulle correlazioni tra gruppi sanguigni e patologie, con anche studi sui centenari. Secondo le conoscenze attuali, la spiegazione biologica che permette a certi individui di raggiungere età molto avanzate è multifattoriale, frutto di vari fattori ereditari, genetici e ambientali, mentre la possibilità che la differenziazione AB0 possa essere implicata nella longevità è una questione dibattuta ma non confermata.

    Recentissima è invece una pubblicazione apparsa su BMC Medicine a novembre 2020, dove si riporta la sommatoria delle conoscenze finora disponibili e dimostra che ciò che vale per i maschi non vale altrettanto per le femmine. In generale, si tratta di un argomento complicato per il quale sono stati raccolti molti dati, ma manca un filo conduttore preciso, che ad ogni modo non c’è se si parla di nutrizione”.

    Gli errori storico-antropologici della dieta del gruppo sanguigno

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    Roop_Dey/shutterstock.com

    Oltre a questa panoramica sulle ricerche finora pubblicate, Spisni puntualizza che “tutta l’ipotesi di Mozzi è sbagliata, perché afferma che l’uomo raccoglitore e cacciatore era del gruppo 0, dal quale sarebbero discesi successivamente gli altri gruppi. Non è così, perché gli studi antropologici riportano che in realtà è il gruppo A il più ancestrale, inoltre l’antropologia interspecie ha mostrato che i primati hanno il nostro stesso sistema AB0, che di conseguenza non è una prerogativa umana, come prova uno studio del 2012 pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA. L’evoluzione di questo schema viene datata a circa 20 milioni di anni fa, quindi se in un periodo così lungo i gruppi sanguigni coevolvono significa che non ci sono benefici ad averne uno in particolare, altrimenti chi aveva il vantaggio avrebbe preso il sopravvento, ma questo non è successo. Non ha nemmeno senso individuare diete appropriate per un gruppo o per l’altro”.

    Pertanto, Spisni precisa che “la ricostruzione storico-antropologica e gli accostamenti tra gruppi e dieta sono completamente sbagliati, come lo è parlare in senso evolutivo dell’alimentazione umana in relazione ai gruppi sanguigni, che evolvono molto prima, nei primati, peraltro quasi completamente vegetariani. Anche la distribuzione geografica dei gruppi non segue una logica accostabile alle migrazioni umane: da qualunque aspetto la si voglia considerare, questa teoria non sta in piedi e seguirla significa accettare un approccio fideistico al di fuori della scienza”. Come abbiamo visto insieme al professore, invece, la teoria e la dieta dei biotipi sono molto più accettabili, pur non essendo integralmente riconosciute sul piano scientifico.

    Con la dieta del gruppo sanguigno si possono avere benefici?

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    Come nel caso della Life 120, anche tra i seguaci della dieta del gruppo sanguigno è possibile che vi sia chi ha riscontrato miglioramenti significativi nel proprio stato di salute. Secondo il professor Spisni, questo può essere dovuto al semplice fatto che precedentemente questi soggetti mangiavano in modo ancor più squilibrato. Infatti, “cambiare drasticamente la dieta delle persone non di rado produce risultati, perché lo sbaglio più comune che si fa a tavola è quello di ripetere gli errori di tipo culturale, familiare e abitudinario, mangiando sempre le stesse poche cose. Nel momento in cui si stravolge un piano alimentare si ottengono risultati, e si potrebbe dire che questo avviene indipendentemente dal tipo di cambiamento. Quindi, se di base si mangia male – come molti fanno – e si intraprende la dieta del gruppo sanguigno, cambiando le abitudini e prestando attenzione a cosa si consuma, può darsi che una parte dei pazienti stia effettivamente meglio”.

    Tuttavia, ciò non toglie nulla alle lacune di questa teoria, che porta a diete più o meno bilanciate e variabilmente cariche di cereali o di particolari tipi di carne. “Il glutine, ad esempio, dà fastidio a molti, ma la prevalenza della celiachia non cambia in base ai gruppi sanguigni, e nemmeno tra chi è sensibile a questa proteina si sono mai notate differenze legate a questo aspetto”.

    In sostanza, a prescindere dal proprio gruppo sanguigno, modificare l’alimentazione riducendo zuccheri, grassi, sale, prodotti raffinati e carne, e aumentando il consumo di vegetali e la varietà di cibi – magari seguendo la vera dieta mediterraneaè positivo per tutti. Come sempre, prima di intraprendere diete fai-da-te è bene rivolgersi a un nutrizionista, per avere indicazioni corrette e basate sulla propria condizione di forma e salute.

     

    Avevate già sentito parlare della dieta del gruppo sanguigno?

     

    Altre fonti:

    American Journal of Clinical Nutrition; PLoS One; Journal of Nutrition; Proceedings of the National Academy of Sciences of the USA: pubmed.ncbi.nlm.nih.gov
    Haematologica, haematologica.org
    Clinica Chimica Acta, sciencedirect.com
    BMC Medicine, bmcmedicine.biomedcentral.com

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista, sommelier e assaggiatore di olio d'oliva, ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Apprezza i cibi e le bevande dai gusti autentici, decisi e di carattere. A tavola ama la tradizione ma gli piace anche sperimentare: per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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