Deserti alimentari: quando l’accesso al cibo sano diventa impossibile

donna che sistema il banco della frutta e verdura
I deserti alimentari descrivono aree dove accedere a cibo sano è difficile. Un fenomeno studiato nei Paesi sviluppati che riguarda anche Europa e Italia.

Di deserti alimentari si parla da alcuni anni per definire quelle aree dove acquistare frutta fresca, verdura di stagione e altri alimenti sani è complicato, se non impossibile. I food desert, descritti inizialmente riferendosi a contesti marginali in ambito anglosassone, rappresentano un fenomeno di crescente interesse per economisti, urbanisti e operatori della salute pubblica. Ma come mai nei Paesi sviluppati, quando a dominare sono i cibi ultra processati, esistono realtà di questo tipo? E perché anche l’Europa e l’Italia potrebbero rischiare questa trasformazione? Cerchiamo di saperne di più, considerando ricerche e approfondimenti recenti.

Deserti alimentari: dalle cause ai meccanismi di esclusione

junk food
Pixel-Shot/shutterstock

Il termine “deserti alimentari” è interessante quanto inquietante. Coniato negli anni Novanta in Scozia per descrivere comunità con scarso accesso a cibi sani, indica aree – urbane o rurali – dove mancano supermercati o punti vendita di qualità, o dove comunque  l’accesso alle forniture alimentari è ostacolato da vincoli economici e infrastrutturali. Attualmente questa situazione pesa in modo evidente negli Stati Uniti, in particolare nel Sud e nel Midwest, in aree depresse dal punto di vista socio-culturale ancor più che da quello economico, come ha mostrato una recente inchiesta Rai di NewsRoom incentrata sul concetto di globesity. Questo fenomeno non è immediatamente comprensibile per chi, come la gran parte degli italiani, ha la fortuna di vivere in regioni dove la tradizione gastronomica è radicata e il rapporto tra produttore e consumatore è ancora relativamente ravvicinato, anche grazie alla crescente consapevolezza sull’alimentazione sana e sul cibo a chilometro zero. Negli Stati Uniti di oggi, invece, si registra un regresso su questi aspetti come sulle alternative vegetali, motivato principalmente da una posizione ideologica.

Secondo la definizione adottata dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), una zona per essere classificata come food desert deve combinare condizioni di basso reddito con la distanza fisica da un negozio di alimentari adeguatamente fornito: oltre un miglio (1,6 km) nei contesti urbani e oltre dieci miglia (16 km) in quelli rurali. In tali aree, gli abitanti più svantaggiati e con scarso accesso a mezzi di trasporto devono affidarsi a minimarket, distributori o fast food. L’offerta di prodotti freschi, infatti, è spesso assai limitata e i prezzi possono essere proporzionalmente molto più alti rispetto alla realtà italiana.

Come accennato, le radici dei deserti alimentari sono complesse e intrecciano dinamiche economiche, pianificazione urbana e disuguaglianze sociali. Le grandi catene di supermercati tendono a concentrarsi in aree ad alta densità di popolazione e con potere d’acquisto robusto, lasciando i quartieri svantaggiati senza adeguati punti vendita. Il problema si nota ancor di più quando gli spazi urbani e suburbani sono molto grandi, come nel caso americano. Le barriere strutturali includono anche costi di trasporto elevati e una storia di disinvestimento strutturale in certe comunità periferiche, un contesto scoraggiante per l’accesso di nuovi rivenditori di generi alimentari freschi.
Uno studio pubblicato sul National Bureau of Economic Research nel 2018 ha fatto notare come la letteratura economica abbia messo in discussione alcune assunzioni diffuse. Limitare il fenomeno all’accesso fisico al supermercato, infatti, spiegherebbe solo una piccola parte delle disuguaglianze nutrizionali osservate, mentre la domanda di cibi sani può essere influenzata da fattori culturali, educativi e di preferenza individuale, aspetti da considerare attentamente.

Deserti alimentari, salute e obesità

street food in zona disabitata
Brett Hondow/shutterstock

Come si può facilmente immaginare, il mancato accesso a cibi sani si ripercuote sul benessere e sulla salute delle comunità colpite. I deserti alimentari sono stabilmente collegati a tassi più elevati di obesità, diabete di tipo 2, ipertensione e malattie cardiovascolari, condizioni che gravano non solo sulle famiglie, ma anche sui sistemi sanitari. Una ricerca pubblicata nel 2025 su JACC e condotta dalla Tulane University su più di 1.500 pazienti con fibrillazione atriale ha dimostrato che chi viveva in un deserto alimentare presentava rischi significativamente più alti di ictus, ricoveri e mortalità rispetto a chi abita in zone con migliore accesso al cibo sano. Questi risultati sottolineano come l’accesso ai beni alimentari non sia un semplice problema logistico o commerciale, ma una questione di salute pubblica con implicazioni sul lungo termine.

Risposte politiche e possibili soluzioni

dieta sana
Shazad20000/shutterstock

Governare e contrastare i deserti alimentari richiede interventi di tipo economico ed educativo, che possano unire diverse strategie operative. Nelle realtà più interessate, sono state sperimentate iniziative per incentivare l’apertura di punti vendita nelle aree svantaggiate, attraverso crediti fiscali e finanziamenti dedicati, come previsto dall’Healthy Food Financing Initiative negli Stati Uniti. Altri programmi puntano alla creazione di mercati contadini, giardini comunitari o servizi di consegna mobile di prodotti freschi che possano aggirare le barriere di distanza e trasporto. Tuttavia, eliminare semplicemente le barriere di accesso fisico non risolve completamente il problema se non si affrontano anche fattori socio-economici profondi come la povertà, l’educazione alimentare e le disparità di reddito. Per quanto piuttosto drastica e discutibile, anche l’introduzione di tasse sul cibo spazzatura rappresenta uno strumento in questo senso.

Robert Kennedy jr. contro i deserti alimentari: interventi poco concreti

robert kennedy
Joshua Sukoff/shutterstock

Un capitolo controverso nell’ambito delle politiche alimentari degli ultimi anni negli Stati Uniti è rappresentato dall’impegno di Robert F. Kennedy Jr., nominato nel 2025 Segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) dal Presidente Donald Trump. Noto soprattutto per lo scetticismo nei confronti dei vaccini e per il definanziamento della ricerca sulla tecnologia MRNA, in tema alimentare Kennedy ha tenuto posizioni nette – almeno sulla carta – a favore di una nutrizione sana.
Guidato dallo slogan Make America Healthy Again (MAHA, “Rendiamo l’America di nuovo sana”), Kennedy ha fatto della qualità dell’alimentazione uno dei cardini di un programma contro le malattie croniche e l’insicurezza alimentare, tematiche che si intrecciano in modo evidente con il problema dei deserti alimentari. La sua azione politica mira a influenzare le scelte di consumo e le strutture dei programmi alimentari federali, come il Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP), cercando di scoraggiare l’acquisto di alimenti altamente processati o privi di valore nutrizionale. Questo, però, senza, concentrarsi direttamente sulla creazione di punti vendita nei quartieri privi di accesso a cibo sano.

L’approccio riflette l’idea di Kennedy: non si possono sovvenzionare alimenti che rendono le persone malate. Gli aiuti pubblici, viceversa, dovrebbero orientarsi verso opzioni più nutrienti per contrastare obesità e diabete. Recentemente, numerosi Stati hanno ottenuto dall’USDA l’approvazione di deroghe per escludere determinati alimenti non salutari dai beni acquistabili con il piano SNAP, un cambiamento che è stato presentato come parte dell’agenda MAHA sostenuta da Kennedy Jr. e dalla leadership agricola federale.
Tuttavia, tali misure non affrontano in modo diretto le cause profonde dei deserti alimentari, come la mancanza di supermercati e infrastrutture. Pertanto, si rischia di ridurre l’accesso ai junk food senza garantire alternative salutari e convenienti per le comunità più vulnerabili, limitando di molto l’efficacia di queste politiche pubbliche.

In Europa occorre prevenire il fenomeno e intervenire dove già si manifesta

cesti di frutta
Mazur Travel/shutterstock

Sebbene il concetto di deserti alimentari sia stato elaborato e studiato in modo approfondito soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, la ricerca emergente mostra che fenomeni simili esistono anche in Europa, sebbene con caratteristiche e diffusione differenti rispetto al contesto nordamericano. Nel nostro continente non esiste ancora una definizione univoca di food desert condivisa a livello di Unione, e gli studi disponibili sono spesso regionali o nazionali, riflettendo la complessità di misurare l’accesso ai cibi sani in contesti urbani e rurali densamente popolati o frammentati. Parte della letteratura scientifica europea ha identificato zone in cui l’accesso ai negozi con frutta fresca, verdura e alimenti nutrienti è limitato, sia per ragioni geografiche sia per motivi socio-economici, mettendo in luce come tali aree possano influenzare negativamente la qualità dell’alimentazione delle popolazioni più vulnerabili.

Uno studio condotto in Belgio ha mappato aree che possono assumere caratteristiche di “deserto alimentare”, misurando l’accesso ai supermercati entro distanze raggiungibili a piedi e l’uso dei trasporti pubblici, evidenziando un aumento di queste zone soprattutto nelle aree con popolazione anziana e bassi redditi. Parallelamente, ricerche in diverse città europee hanno mostrato che regioni urbane densamente popolate presentano territori in cui la distanza da spazi di vendita di alimenti freschi supera gli standard desiderabili, un fenomeno che si accompagna alla crescente attenzione verso l’accessibilità dei prodotti locali e sostenibili.

In Germania, come evidenzia una ricerca pubblicata nel 2021 su Journal of Rural Studies, l’accessibilità dei supermercati nelle zone rurali è deficitaria, con aree periferiche dove la mobilità diventa un fattore decisivo per raggiungere alimenti freschi e salutari. Anche in Spagna, come mostra uno studio del 2025, gli anziani che vivono in zone lontane dai supermercati come l’Aragona devono affrontare barriere maggiori per mantenere una dieta equilibrata, nonostante alcuni riescano comunque a seguire la dieta mediterranea grazie a reti sociali e pratiche di consumo familiare.

Nel Regno Unito, l’analisi delle reti locali del cibo nelle città come Liverpool e Bristol ha messo in luce come gruppi comunitari stiano sperimentando soluzioni innovative, come fruttivendoli mobili o orti urbani condivisi, dove l’offerta di prodotti freschi è più scarsa e l’abbondanza di fast food e minimarket indirizza i consumi verso cibi ad alto contenuto calorico e basso valore nutrizionale. In grandi città come Londra la povertà economica e la disuguaglianza sociale spesso pesano ancor più della distanza fisica per determinare l’incapacità di accedere a diete sane, suggerendo che nei contesti urbani europei il fenomeno abbia una dimensione tanto spaziale quanto economica e culturale.
A Glasgow, in Scozia, la periferia di Castlemilk è stata descritta come un vero e proprio food desert urbano: qui i residenti devono affrontare fino a dieci chilometri di viaggio per raggiungere un supermercato con cibo fresco. Sul territorio restano disponibili solo catene di discount, minimarket e punti vendita di prodotti trasformati, con conseguenze dirette sulla dieta quotidiana delle famiglie più vulnerabili.

La situazione europea, quindi, invita a interpretare i deserti alimentari non come fenomeni lontani, ma come “variabili emergenti nelle politiche agroalimentari e di sviluppo locale. Il problema, pur non essendo ancora evidente nelle statistiche ufficiali di tutti i Paesi europei, è parte di un quadro più ampio di disuguaglianze nella disponibilità di alimenti salutari, che richiama la necessità di politiche di pianificazione urbana che favoriscano l’accesso per tutti. Anche qui sono necessari strumenti di mappatura, indicatori adattati ai diversi contesti e interventi incentrati sulla riduzione delle disuguaglianze di accesso al cibo.

In Italia iniziative locali per migliorare l’accesso al cibo e la qualità della vita per tutti

ragazza che vende frutta
Hrecheniuk Oleksii/shutterstock

Pur mancando ancora evidenze su deserti alimentari veri e propri, in Italia diverse analisi sulla food insecurity e sull’accessibilità economica del cibo segnalano, in alcune zone metropolitane, la presenza di fasce di popolazione per le quali i prodotti sani risultano poco accessibili, per costo e disponibilità. Nel nostro Paese, anche se questa definizione è ancora poco diffusa, non mancano indicazioni di differenze significative nell’accesso ai punti vendita alimentari sul territorio. Nell’area metropolitana di Roma, ad esempio, nei Comuni più periferici e lungo i confini territoriali ci sono aree con bassi livelli di disponibilità fisica ed economica di cibo sano. Parallelamente, iniziative di food policy locali, a Milano, Torino e non solo, mostrano come amministrazioni e organizzazioni civiche stiano già cercando di rispondere a queste sfide con programmi di orti urbani, educazione alimentare e riduzione degli sprechi, con l’obiettivo di trasformare queste zone marginali in ambienti più equi e vivibili.

Come abbiamo visto, anche se la definizione “deserto alimentare” è nata nel contesto anglosassone, riflette una realtà riconosciuta oggi in molte parti del mondo. Si tratta infatti dell’insicurezza alimentare urbana e rurale, dell’iniquità di accesso e delle disparità socio-economiche che condizionano la vita e la salute di milioni di persone. Affrontare questi fenomeni richiede non solo una corretta pianificazione territoriale, ma anche riflessioni sulle priorità sociali e sugli investimenti pubblici.

 

Immagine in evidenza di: Unai Huizi Photography/shutterstock

Ultimi articoli

Ultime ricette

Iscriviti alla newsletter

Risparmia tempo, assapora il meglio

    Questo sito è protetto da reCAPTCHA, il suo utilizzo è soggetto alla Privacy Policy e ai Termini di utilizzo di Google.

    Ho preso visione dell'informativa privacy e presto il consenso alla ricezione della newsletter. (obbligatorio)

    Desidero ricevere informazioni relative a offerte, prodotti e servizi dei partner commerciali de Il Giornale del Cibo.

    Vuoi ricevere i nostri Ebook?

    Compila il form e iscriviti alla newsletter per scaricare gli Ebook esclusivi de Il Giornale del Cibo
    Cerca

    Company

    Contenuti

    Servizi

    Scopri anche

    Seguici

    Company

    Contenuti

    Servizi

    Scopri anche

    Seguici

    Conoscere

    Scoprire

    Gustare