Biodinamica: cos’è, come funziona e perché sempre più aziende agricole la scelgono

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Sempre più aziende scelgono la biodinamica per rispondere a crisi climatica e perdita di biodiversità: Rivetto e Antica Quercia ne sono esempi virtuosi.

Negli ultimi anni la biodinamica è diventata una delle parole più dibattute nel mondo del food, dell’agricoltura e del vino. Spesso evocata, a volte fraintesa, la biodinamica non è una moda e nemmeno una semplice evoluzione del biologico. La biodinamica è un approccio agricolo complesso che mette al centro la relazione tra suolo, piante, animali e uomo.

In un contesto segnato da crisi climatica, impoverimento dei terreni e perdita di biodiversità, sempre più aziende agricole stanno ripensando i propri modelli produttivi. Tra queste, alcune realtà vitivinicole italiane stanno portando la biodinamica a livelli di eccellenza, soprattutto in territori storicamente legati alla viticoltura intensiva, come le Langhe o le colline del Prosecco.

Cos’è la biodinamica e in cosa differisce dal biologico

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PHL’Antica Quercia

La biodinamica nasce dalle teorie del filosofo austriaco Rudolf Steiner, sviluppate negli anni Venti del Novecento e si basa su un principio chiave: l’azienda agricola viene considerata come un organismo vivente, in cui ogni elemento è interconnesso.

A differenza dell’agricoltura biologica, che si concentra principalmente sull’eliminazione di prodotti chimici di sintesi, la biodinamica lavora su più livelli:

  • fertilità del suolo attraverso compost e preparati naturali;
  • incremento della biodiversità;
  • rispetto dei cicli naturali e cosmici;
  • integrazione tra colture, animali e paesaggio;

L’obiettivo non è solo produrre, ma rigenerare il terreno.

Biodinamica e vino: un cambio di paradigma

Nel mondo del vino, la biodinamica rappresenta un vero cambio di paradigma. Significa ridurre al minimo gli interventi in vigneto e in cantina, favorendo l’espressione autentica del terroir. I vigneti biodinamici tendono a essere più resilienti, con suoli vivi, ricchi di microrganismi, e una maggiore capacità di adattamento agli stress climatici.

Sempre più produttori sostengono che questo approccio si rifletta anche nel bicchiere, dando vita a vini più profondi e identitari.

La rivoluzione biodinamica nelle Langhe: il caso dell’azienda agricola Rivetto

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PH Rivetto

Per comprendere davvero cos’è la biodinamica e perché sempre più imprenditori agricoli la scelgono, bisogna partire da un concetto chiave. «La biodinamica aiuta a capire la natura perché offre uno strumento per comprendere le dinamiche e gli equilibri che la governano», ci ha spiegato Enrico Rivetto, quarta generazione di viticoltori piemontesi alla guida dell’Azienda Agricola Rivetto.

La storia dell’azienda affonda le radici nel 1902, quando la famiglia Rivetto produceva vino a Montaldo Scarampi, nell’Astigiano, in Piemonte. Negli anni Trenta, il trasferimento ad Alba e l’acquisizione della collina di Lirano segnano una svolta decisiva, e pongono le basi per lo sviluppo dell’azienda nel cuore di uno dei territori più prestigiosi al mondo per la produzione di vino. È proprio qui che, circa diciassette anni fa, Enrico Rivetto ha intrapreso un percorso di trasformazione profondo, avviando prima la conversione al biologico e successivamente alla biodinamica certificata.

Una scelta controcorrente, soprattutto in un contesto come quello del Barolo, storicamente caratterizzato da una viticoltura altamente specializzata e orientata alla monocultura. L’obiettivo, tuttavia, non era semplicemente eliminare prodotti chimici o aderire a un disciplinare più restrittivo, ma ricostruire un vero e proprio organismo agricolo. Un sistema complesso e autosufficiente, in cui suolo, piante, animali e biodiversità tornassero a dialogare tra loro, ristabilendo quell’equilibrio naturale che rappresenta il presupposto della fertilità e della qualità nel lungo periodo.

Un organismo agricolo complesso

La biodinamica per Rivetto non si limita alla vigna. L’azienda è stata ripensata come un ecosistema agricolo complesso. Questo significa reintegrare elementi che per decenni erano stati esclusi dall’agricoltura moderna. Uno degli aspetti più significativi, infatti, è la presenza di sette ettari di bosco, una rarità nelle Langhe contemporanee. 

L’elevatissimo valore economico dei terreni vitati – che può raggiungere fino a due milioni di euro per ettaro – ha infatti spinto molti produttori a sfruttare ogni metro disponibile per la coltivazione della vite. «È comprensibile dal punto di vista del guadagno – ha sottolineato Rivetto – ma questo porta a conseguenze importanti come l’erosione, la perdita di fertilità e la maggiore vulnerabilità alle malattie. Quando si elimina la complessità, si perde anche la resilienza».

La ricostruzione di un ecosistema agricolo diventa quindi una scelta strategica oltre che etica, capace di restituire stabilità biologica e sostenibilità nel lungo periodo. «Nei nostri 35 ettari complessivi abbiamo piantato, negli ultimi dodici anni, più di mille alberi, tra alberi ad alto fusto, siepi miste, corridoi naturali», ha precisato Rivetto. Il principio alla guida di tutto è quello della diversificazione, un concetto rivoluzionario in un territorio dominato dalla monocultura. «Abbiamo il bosco, le api, gli asini, il grano, il mais, l’orto, la serra, campi di erbe aromatiche come calendula, rosmarino e salvia. Tutti questi elementi contribuiscono a creare un sistema complesso e vivo».

Oltre il biologico: la biodinamica come visione sistemica

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PH Rivetto

Per Rivetto, la biodinamica rappresenta un cambio di paradigma rispetto all’agricoltura biologica. «Il biologico oggi è soprattutto un protocollo: un elenco di prodotti che puoi e non puoi usare. La biodinamica, invece, va oltre. Non riguarda solo le sostanze, ma il modo in cui concepisci l’intera azienda agricola». L’azienda viene considerata un organismo vivente, la cui qualità dipende da una molteplicità di fattori: la biodiversità presente, la gestione del suolo, la presenza di boschi e animali, l’origine dell’acqua, l’etica del lavoro.

Tra le pratiche fondamentali per la biodinamica, vi è la produzione autonoma del compost, ottenuto attraverso la stratificazione di letame, residui vegetali, bucce d’uva e materiali organici. Dopo circa due anni di trasformazione, questo materiale diventa humus: una sostanza ricchissima di microrganismi, essenziale per rigenerare la fertilità del suolo. «È una vera bomba di vita – ha confermato Rivetto – Serve a restituire al terreno quella vitalità che l’agricoltura intensiva ha progressivamente impoverito».

Accanto al compost, la biodinamica introduce preparati specifici come il cornoletame, utilizzato per stimolare l’attività microbiologica del suolo. «La biodinamica ti insegna a prenderti cura di ciò che non si vede. In un solo grammo di terreno fertile ci sono circa 100 milioni di microrganismi. Se consideri un ettaro di suolo, il peso complessivo di questi organismi equivale a quello di venti vacche. Questo ti fa capire quanto la vita del suolo sia centrale».

Il vino espressione di un ecosistema

Nel contesto biodinamico, il vino diventa il risultato finale di un ecosistema equilibrato. Accanto alle denominazioni storiche – Barolo, Barbaresco, Dolcetto d’Alba, Barbera d’Alba – l’azienda sperimenta vinificazioni alternative, come il Nebbiolo d’Alba Vigna Lirano vinificato in anfore di terracotta, per ridurre al minimo le interferenze e lasciare spazio all’espressione del vitigno e del territorio. «In questo senso, il vino diventa uno strumento per raccontare la nostra visione, le nostre emozioni e la bellezza di questa realtà», ha precisato Rivetto. Il risultato tangibile di un sistema agricolo in equilibrio.

Una rivoluzione prima di tutto mentale

Il cambiamento più difficile, però, non è stato tecnico. «Le difficoltà più grandi di questo percorso sono state interiori – ha confessato l’imprenditore piemontese – Ho dovuto rompere e distruggere molte gabbie mentali, creare un caos dentro di me per demolire schemi e dogmi che un territorio classico e conservatore come la Langa tende a imporre».

Questo percorso ha richiesto una revisione profonda delle convinzioni acquisite. «Nel processo di distruzione di queste gabbie mentali ho capito che molte nozioni e dogmi imparati fin da piccoli non erano corretti. Ho iniziato a ragionare con la mia testa, a confrontarmi con altre esperienze, con altre aziende in diverse parti d’Italia, per costruire la mia verità».

La biodinamica tra le colline del Prosecco: il caso dell’azienda agricola L’Antica Quercia

L'Antica Quercia
PH L’Antica Quercia

Sulle colline di Comigo, frazione di Conegliano, in provincia di Treviso, nel cuore del Conegliano Valdobbiadene, l’azienda agricola L’Antica Quercia rappresenta uno degli esempi più significativi di applicazione della biodinamica in un altro territorio storicamente segnato da una viticoltura intensiva. Qui, la conversione è il risultato di una trasformazione personale e culturale. «La nostra visione è fare un lavoro che ci faccia stare bene e che faccia stare bene l’ambiente che ci circonda», racconta Claudio Francavilla, che dal 2015 ha deciso di dedicarsi completamente all’azienda di famiglia. 

Il legame con il territorio è racchiuso già nel nome dell’azienda, ispirato a una quercia secolare che domina la proprietà e ne incarna il significato più profondo. «La quercia è una pianta longeva e resiliente: più soffre e più va avanti – ha spiegato Francavilla – Ed è il nostro emblema: rimanere ancorati a questo territorio, con le radici qui, mentre tutto attorno a noi cambia». Fondata alla fine degli anni Sessanta e acquisita dalla famiglia nel 2001, l’azienda ha avviato la conversione al biologico nel 2007 e quella alla biodinamica nel 2018, oggi applicata al 100% della superficie. Una transizione graduale, maturata nel tempo, che ha richiesto prima di tutto una diversa consapevolezza del suolo e dei suoi equilibri.

Dal vigneto all’organismo agricolo: il suolo al centro

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PH Letizia Cigliutti – L’Antica Quercia

Il cambiamento più profondo ha riguardato proprio il modo di osservare la vigna e l’intero ecosistema agricolo. «Abbiamo iniziato a guardare all’azienda come a un vero organismo agricolo, di cui la vite è solo una parte», ha raccontato Francavilla . «I protagonisti sono il suolo, le piante, gli alberi, le persone, e presto anche gli animali». In questa prospettiva, il suolo diventa il centro del lavoro agricolo: «Prima lo consideravamo un mezzo tecnico ai piedi della vite. Oggi è il principale destinatario delle nostre cure. Nutriamo il suolo con il compost e di conseguenza la vite sta meglio». La biodinamica introduce così anche un diverso rapporto con il tempo e con l’osservazione: «Senza osservazione non vai da nessuna parte. Oggi passiamo molto più tempo in vigneto, perché è lì che capisci davvero cosa sta succedendo».

Questa nuova relazione con la terra si riflette inevitabilmente anche nel vino, che diventa l’espressione diretta dell’equilibrio biologico raggiunto. «Il vino è cambiato, è un’altra cosa», afferma il produttore. «Abbiamo capito che sono i suoli a dare più carattere al vino», ha rivelato Francavilla. Questo ha portato a una progressiva semplificazione delle pratiche di cantina: «Abbiamo iniziato un percorso di sottrazione: meno filtrazioni, niente enzimi, solo lieviti indigeni. Non c’è più nulla di esogeno». Quando la materia prima è sana e vitale, il ruolo dell’enologo cambia radicalmente: «Se lavori bene in campagna, arrivi in cantina con un’uva carica di energia; a quel punto devi solo accompagnarla, non trasformarla».

L’evoluzione alla biodinamica grazie al pioniere Nicolas Jolie

Nicolas Jolie
PH L’Antica Quercia

A ispirare questo cambiamento in Francavilla, la lettura di un libro di Nicolas Jolie, il padre della biodinamica in vigneto in Europa. «In quelle pagine ho scoperto come la biodinamica possa trasformare profondamente il vigneto e il vino, anche se questi cambiamenti non sono immediatamente visibili all’occhio umano. È un percorso lento, che si comprende con il tempo e che si percepisce camminando tra i filari, osservando le piante e soprattutto degustando il vino. Quelle parole sono state per me una rivelazione: mi hanno illuminato più di vent’anni fa e hanno cambiato il mio modo di guardare e vivere la vigna».

Joly ha più volte descritto la biodinamica come un ritorno all’autenticità del luogo. «Il suo ruolo è aiutare un territorio a esprimere la propria identità, cosicché in cantina non sia quasi più necessario intervenire – ha spiegato il vignaiolo francese, tra i pionieri di questo approccio negli anni ’80 – La biodinamica accompagna il vigneto in modo naturale, restituendo al vino il legame con la sua origine, mentre l’agricoltura moderna ha spesso portato a standardizzare i gusti con interventi correttivi. Il vino, invece, nasce soprattutto in vigna: è come nella musica dove la vigna è lo strumento, l’enologo l’interprete e il terroir l’acustica. La biodinamica permette di amplificare le caratteristiche autentiche del luogo».

Il percorso biodinamico de L’Antica Quercia continua a evolversi. L’introduzione di animali, prevista prossimamente, completerà il ciclo dell’organismo agricolo, rafforzando ulteriormente l’autosufficienza aziendale e la fertilità naturale del terreno. Una scelta che riflette una visione precisa del futuro dell’agricoltura come ecosistema complesso, in cui la qualità nasce dall’equilibrio tra uomo, natura e territorio.

Perché sempre più imprenditori agricoli scelgono la biodinamica

La crescente diffusione della biodinamica tra gli imprenditori agricoli italiani ed europei è legata a una serie di fattori molto concreti:

  1. Miglioramento della qualità del suolo e delle produzioni
    Terreni più vivi producono piante più sane e resistenti, con effetti positivi sulla qualità finale. Nel vino, questo si traduce spesso in maggiore equilibrio, finezza e complessità aromatica.
  2. Maggiore resilienza ai cambiamenti climatici
    Un suolo ricco di sostanza organica trattiene meglio l’acqua e resiste più efficacemente a siccità ed eventi climatici estremi.
  3. Domanda crescente dei consumatori
    Mercati sensibili, come quelli del Nord Europa, mostrano un interesse crescente per prodotti biodinamici, percepiti come più sostenibili, autentici e coerenti con una visione agricola responsabile.
  4. Benefici economici indiretti
    La diversificazione consente alle aziende di sviluppare nuove fonti di reddito: miele, farine, cosmetici naturali, prodotti trasformati e attività di ospitalità diventano parte integrante del modello produttivo.
  5. Un cambio culturale tra gli agricoltori
    La diffusione della biodinamica è guidata anche da un fattore pragmatico: quando gli agricoltori osservano risultati concreti – suoli più fertili, vigne più equilibrate, prodotti apprezzati dal mercato – sono più propensi ad adottare questo approccio.

La biodinamica come chiave per il futuro (salutare) dell’agricoltura

collina rivetto
PH Rivetto

La biodinamica richiede un cambiamento profondo nella mentalità imprenditoriale. Non si tratta di massimizzare la produzione nel breve termine, ma di costruire un sistema agricolo sostenibile nel lungo periodo.

I risultati, tuttavia, vanno oltre la produttività. La presenza di api, farfalle, alberi e boschi non è solo un indicatore ecologico, ma rappresenta anche un nuovo modello di azienda agricola: più resiliente, diversificata e in equilibrio con l’ambiente. 

Parlare di biodinamica oggi significa parlare del futuro del cibo. Significa interrogarsi su come produciamo ciò che mangiamo e beviamo, su quale rapporto vogliamo avere con la natura e su quale responsabilità hanno le aziende agricole nel preservare paesaggi, comunità e saperi.

Esperienze come quella della famiglia Rivetto e della famiglia Francavilla mostrano che un altro modello è possibile: più lento, più complesso, e forse, più vero.

 

Immagine in evidenza di: PH Letizia Cigliutti – L’Antica Quercia

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