Archeologia Arborea: il frutteto umbro che salva le varietà da frutto a rischio di estinzione

le pere antiche
In Umbria, Archeologia Arborea custodisce 150 antiche varietà da frutto, salvando un patrimonio di biodiversità agricola a rischio di estinzione.

Quando pensiamo agli archeologi, il pensiero corre quasi automatico a persone vestite color cachi, chine su qualche reperto appena riportato alla luce con scalpelli e pennelli. Pensiamo ai grandi scavi, all’Egitto, a Roma… magari anche a Indiana Jones. C’è però un’altra figura che scava, cerca e cataloga da quarant’anni: solo che i suoi reperti hanno le radici e fanno ancora frutti. Si chiama Isabella Dalla Ragione, è agronoma, e insieme al padre Livio ha fondato, non a caso, Archeologia Arborea, un progetto che ha l’obiettivo di salvaguardare vecchie varietà locali di piante da frutto. Con il materiale raccolto in quarant’anni di lavoro è nata una collezione di circa 600 piante e 150 varietà tra meli, peri, susini e ciliegi, che cresce oggi in Umbria, ciascuna moltiplicata in tre o quattro esemplari per non perdere tutto se una pianta si secca e muore. È un archivio vivente di tutte quelle varietà che il mercato ha smesso di considerare “redditizie”, ma che secondo Dalla Ragione restano la nostra assicurazione migliore contro un futuro che nessuno sa davvero prevedere. Di questo, e del perché dobbiamo proteggere la biodiversità, ne abbiamo parlato con lei.

Salvare e tutelare le varietà antiche locali: come nasce Archeologia Arborea

frutteto
PH Archeologia Arborea

Ma come si diventa un’“archeologa arborea”? Alla domanda su quale sia stato il momento in cui ha capito che recuperare frutti antichi sarebbe diventato il suo mestiere, Dalla Ragione non indica una data precisa. “Ho cominciato da bambina a seguire le orme del mio babbo” racconta, “che ha fondato questa attività perché era ricercatore sulla cultura contadina, e le piante da frutto erano parte integrante di quella cultura”. Quella che all’inizio era una sorta di caccia al tesoro è diventata, tra una laurea in agraria e un dottorato dedicato in particolare alle pere, un lavoro vero e proprio: “È stata una crescita e una formazione costante su questa idea che era importante salvare queste vecchie varietà locali, perché in qualche modo erano le nostre radici culturali e colturali, come dico sempre io”. C’è un altro punto che emerge dal suo racconto, ed è il senso di urgenza che ha accompagnato tutto il lavoro: “È stata una corsa contro il tempo, perché tutte queste varietà erano a rischio di totale perdita. E la perdita, quando arriva, è definitiva”. È la chiave con cui Dalla Ragione legge il proprio lavoro: non un’operazione nostalgica, ma la salvaguardia di un patrimonio genetico che si è adattato per secoli, a volte per un millennio, a un territorio preciso.

Isabella Della Ragione
PH Archeologia Arborea

Torniamo indietro e ripercorriamo, come archeologi, la nascita di Archeologia Arborea. Il vecchio podere di San Lorenzo di Lerchi, vicino Città di Castello, in Umbria, viene acquistato da Livio Dalla Ragione, padre di Isabella, negli anni Sessanta: la casa era quasi diroccata, non c’era ancora né strada né luce né acqua. Sarà lì, anni dopo, che nasce la collezione che darà il nome al progetto: nel 1985 viene impiantata la collezione privata Archeologia Arborea, nel 1987 nasce l’Associazione, e nel 2014, infine, la Fondazione Archeologia Arborea Onlus, che oggi collabora con università, enti di ricerca e altre fondazioni in progetti nazionali e internazionali dedicati alla biodiversità, all’alimentazione tradizionale e ai sistemi agroecologici. Il progetto si richiama esplicitamente a quattro obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: sconfiggere la fame, rendere città e comunità sostenibili, garantire un consumo e una produzione responsabili e proteggere la vita sulla terra.

La biodiversità, una “porta aperta” per la sicurezza alimentare e ambientale

Mela del Castagno
PH Archeologia Arborea

Di biodiversità sentiamo sempre più parlare, ma con il rischio che diventi un termine vuoto e privo di significato. Per biodiversità si intende la varietà della vita a ogni livello, dagli ecosistemi alle specie fino ai singoli geni, mentre l’agrobiodiversità ne è la declinazione agricola, cioè la varietà di piante coltivate e animali allevati che l’uomo ha selezionato nei secoli. E su questo fronte l’Italia non è un paese qualunque: come nota Dalla Ragione, “è un paese da questo punto di vista tra i più ricchi al mondo di agrobiodiversità, penso il più ricco addirittura”, con un patrimonio in cui ogni piccola valle ha storicamente avuto le proprie varietà locali, plasmate da secoli di adattamento a un territorio molto frammentato.

È in questo quadro che si inserisce il caso delle pere, che Dalla Ragione porta spesso come esempio perché è quello che conosce meglio. “L’Italia è ancora oggi il terzo produttore mondiale di pere” spiega, dopo Cina e Stati Uniti, “e questo in passato significava un’incredibile biodiversità”. Fino all’inizio del secolo scorso il patrimonio varietale italiano di pere si contava a migliaia, mentre oggi, per la maggior parte, se ne coltivano solo cinque. “È un impoverimento incredibile” dice Dalla Ragione, e la responsabilità non è solo agronomica: “il mercato vuole poche cose facili da conservare in frigorifero, facili da manipolare e belle: grandi, lucide, belle. È una sollecitazione commerciale”.

Per lei, resistere è prima di tutto un fatto culturale: “Siamo portati a consumare le cose che conosciamo, le cose che troviamo al supermercato”. Ed è per questo la battaglia più difficile: “L’impatto culturale è più difficile da invertire, il corso delle cose cambia più lentamente”. Non si dichiara ottimista su questo punto, lo ammette apertamente, ma continua comunque il suo lavoro perché resta convinta di un fatto: “L’unica porta che lasciamo aperta per la nostra sicurezza alimentare e ambientale è il mantenimento di questa biodiversità”. Meno diversità c’è nei campi e fuori dai campi, infatti, più siamo esposti ai cambiamenti climatici e alle nuove malattie. Le vecchie varietà, avendo avuto secoli per adattarsi al proprio ambiente, custodiscono risposte che quelle moderne non hanno più. “O rispondiamo con la biodiversità, o non riusciremo più a rispondere” conclude.

Non un museo, ma un frutteto che continua a produrre

mela muso di bue
PH Archeologia Arborea

La biodiversità evolve, cambia e si adatta al mondo circostante. Ed è proprio questo uno dei temi centrali del lavoro di Dalla Ragione, che riguarda l’idea stessa di conservazione. Quando si parla di varietà antiche o quasi dimenticate, l’immaginario corre spesso alle banche dei semi, a un’idea quasi museale di archiviazione. Per lei è un equivoco solo parziale: la frutta, a differenza dei cereali, non si riproduce da seme ma da innesto, per cui esistono quelli che sono definiti “campi catalogo”, non caveau refrigerati. 

Ma il punto fondamentale è un altro. Ricorda che la prima banca del seme fu fondata da Nikolaj Vavilov a San Pietroburgo negli anni ‘20 del secolo scorso, seguita nei decenni successivi da altre dedicate a patate, riso e cereali, come quella di Aleppo. Concentrare un patrimonio genetico in un unico luogo, però, resta secondo lei un’idea fragile: “Il fatto di bloccare dei semi in un ambiente artificiale da una parte salvaguarda varietà che altrimenti sarebbero perdute, ma non può essere il futuro della conservazione della biodiversità, perché l’unico modo per conservarla è continuare a coltivarla, lasciare che si evolva”. E porta un esempio concreto per spiegare il rischio di concentrare la biodiversità in un solo posto: la banca del seme che si trovava a Icarda, ad Aleppo. “Con la guerra in Siria, i colleghi che vi lavoravano sono riusciti a mettere in salvo buona parte del materiale genetico prima che la città venisse quasi rasa al suolo, ma molto è comunque andato perduto”. Il rischio, dunque, è altissimo: “Va bene fare delle banche, ma soprattutto i semi bisogna coltivarli” insiste. Anche perché, aggiunge, la biodiversità per definizione deve continuare a trasformarsi: alcune varietà di pera nate durante la piccola era glaciale medievale, quando gli inverni erano molto più freddi, oggi fanno sempre meno frutti e sono destinate, prima o poi, a scomparire. Per Dalla Ragione è parte dello stesso movimento che ha sempre attraversato l’agricoltura, fatto di arrivi, partenze e adattamenti continui.

Cosa perdiamo davvero con la perdita di biodiversità?

Tra gli esempi che porta per spiegare cosa si perde davvero quando una varietà sparisce, Dalla Ragione si sofferma sulla visciola. “È una varietà di ciliegio acido che era diffusissima dal Friuli alla Puglia, in particolare modo nel centro Italia, poco esigente e resistente alla monilia (il fungo che colpisce ciliegi e susini). Inoltre, il frutto è straordinariamente ricco di antiossidanti e ha come unico zucchero il sorbitolo, l’unico che i diabetici possono consumare senza problemi”. Dal punto di vista nutraceutico, quindi, lo definisce un piccolo “scrigno”. Il suo limite è però pratico: la raccolta è solo manuale e faticosa, e questo basta a spiegare perché una pianta così preziosa stia progressivamente sparendo. Vale lo stesso per certe mele antiche, così ricche di antiossidanti da non ossidarsi quando vengono grattugiate: un tempo si usavano proprio per questo, per essere date ai bambini piccoli durante lo svezzamento, molto prima che qualcuno inventasse la parola “nutraceutico”. Insomma, a rischio non è solo la pianta: è un intero repertorio di proprietà che nessuna varietà da supermercato ha mai avuto ragione di sviluppare.

Tre varietà, tre storie di frutti quasi perduti

Pera fiorentina
PH Archeologia Arborea

Sulla scia di questo, quali altri esempi ha salvato che meritano di essere riscoperti? Chiederle di scegliere tre alberi tra i 150 della collezione, ammette ridendo, è come chiedere a una madre quale sia il figlio preferito, ma ci fa qualche esempio.

La Mela del Castagno è quella con cui è cominciato tutto, a Casalini, sopra Morra. Il melo era nato per caso, a metà Ottocento, dentro il tronco cavo di un vecchio castagno, dove un contadino aveva tentato un innesto che però non attecchì mai: “Vuol dire che non lo vuole” disse rassegnato al nipote, e lo lasciò crescere a modo suo dentro quel legno. Quando Dalla Ragione e suo padre arrivarono nel podere, generazioni più tardi, quella pianta indisciplinata era rimasta l’unica ancora vigorosa e produttiva tra tutte quelle del podere: la pera garofina, la pera di Perugia e la pera brutta e buona si erano nel frattempo seccate. Ma cosa le contraddistingue? Sono mele di grandi dimensioni, dalla polpa bianca e croccante e la buccia verde, e definite “tardive”: come spiega l’agronoma, “si conserva benissimo fino a maggio, e non in frigorifero”.

C’è poi la Pera Fiorentina, che per anni Dalla Ragione aveva dato per persa. Non compariva più in nessun frutteto, eppure nei documenti d’archivio della zona ricorreva da secoli. Poi, parlando un giorno con un’anziana signora amica di famiglia in un paese tra Umbria e Marche, il nome è tornato fuori quasi per caso. “Ma come, Sergia? Ma la Pera Fiorentina ce l’hai?” ha chiesto Dalla Ragione, convinta ormai che fosse estinta. “Certo, non me l’hai mai chiesto, io non te l’ho mai detto” le ha risposto lei. Così, dopo aver ritrovato questo prezioso tesoro, l’archeologa arborea ha riprodotto la pianta nel frutteto della Fondazione: si tratta di una pera invernale, da cottura, oggi tra le più apprezzate della collezione.

La terza è la Mela Muso di Bue, che più che una singola varietà è un gruppo diffuso lungo tutto l’Appennino, dalla Romagna alle Marche passando per l’Umbria. Ha una forma allungata e ristretta a metà, tanto che ricorda più una pera capovolta che una mela, ed è per questo che compare spesso nei quadri rinascimentali scambiata proprio per una pera: “se fosse stata una pera avrebbe avuto il picciolo dalla parte più stretta” nota Dalla Ragione, “ma gli storici dell’arte non sono andati così per il sottile”. Il nome, dice, è un omaggio all’animale più importante delle campagne di un tempo: il bue, forza motrice del lavoro contadino.

Scoprire, proteggere e… lasciare andare: il cuore di Archeologia Arborea

Ma ci sarebbero altri esempi che meriterebbero di essere raccontati e valorizzati, come la pera ghiacciola, già ricordata nel Cinquecento dal naturalista Pietro Andrea Mattioli, che veniva descritta come capace di dissetare “più di un bicchier d’acqua”, come si diceva una volta. Per scoprire queste piante e conoscerle da vicino, è possibile visitare il frutteto di Archeologia Arborea, che non è chiuso al pubblico e nasce proprio per la conservazione. La Fondazione organizza visite guidate su prenotazione, condotte dalla stessa Isabella Dalla Ragione, oltre a mostre pomologiche dedicate alla frutta antica e al progetto “Frutta d’arte”, che mette in relazione proprio le vecchie varietà con la pittura rinascimentale che le ha ritratte. Negli ultimi anni la Fondazione ha esteso il proprio lavoro anche fuori dal frutteto storico, con i cosiddetti “Frutteti della biodiversità”, di cui quello di Garavelle, realizzato con il Comune di Città di Castello, è il primo esempio.

Ovviamente, come anticipato, non tutte le varietà della collezione avranno un futuro, e Dalla Ragione lo sa bene: alcune sono già destinate a scomparire, perché il clima che le aveva viste nascere non esiste più. La logica che guida il suo lavoro, e prima ancora quello di suo padre, è sempre stata tenere aperta una porta piuttosto che fermare il tempo in un punto preciso della storia agricola italiana: lasciare che centinaia di varietà continuino a esistere, a produrre, ad adattarsi a un ambiente che cambia, così che quando arriverà la prossima malattia o il prossimo inverno o estate fuori norma, ci sia ancora qualcosa tra cui scegliere. Un po’ come quel melo cresciuto storto dentro un castagno, a cui un contadino, più di centocinquant’anni fa, aveva semplicemente lasciato fare a modo suo.

 

Immagine in evidenza di: Archeologia Arborea

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