Poca manodopera nel food: la preoccupazione di Confartigianato

cameriere
Export in aumento e migliaia di posizioni scoperte: nel food italiano manca manodopera qualificata, mettendo a rischio crescita e tradizione.

L’Italia è un “paese di santi, poeti e navigatori” e, aggiungiamo noi, anche di appassionate e appassionati di cucina. Peccato che, a quanto pare, non sia oggi altrettanto ricca di persone disposte a lavorare nel comparto food. A lanciare l’allarme è stata Confartigianato durante l’evento “Intelligenza artigiana a tavola” alla Camera dei Deputati, lo scorso 11 marzo, svelando una situazione tanto paradossale quanto preoccupante, che rischia di minare il successo della ristorazione italiana e perfino la fama della nostra cucina.

Un settore che cresce, ma senza lavoratori

servizio al ristorante
Drazen Zigic/shutterstock

Il food Made in Italy continua a crescere: nel 2025 l’export alimentare ha registrato un aumento del +5%, sfiorando i 73 miliardi di euro (fonte: AgriMercati ISMEA), confermando il suo ruolo centrale nell’economia nazionale. Un patrimonio unico e articolato, composto da 330 prodotti agroalimentari DOP, IGP e STG, 530 vini di qualità riconosciuti a livello europeo e ben 5.717 prodotti agroalimentari tradizionali. È questo mix di eccellenza e sapori che dà linfa alla cultura gastronomica del Paese e concede strumenti adeguati per diffondere l’educazione alimentare italiana.

Questa eccellenza, meritatamente ribattezzata come dop economy, trova forza nella biodiversità produttiva e nella dimensione territoriale delle imprese artigiane. «Questi dati – sottolinea Cristiano Gaggion, Presidente di Confartigianato Alimentazione – confermano come il sistema agroalimentare italiano rappresenti un modello “glocal”, capace di crescere sui mercati internazionali senza perdere il legame con i territori e con le tradizioni produttive».

Eppure, le imprese faticano a trovare lavoratori: su oltre 176 mila figure richieste, ben 68 mila risultano difficili da reperire. Il problema non riguarda solo la quantità, ma anche le competenze: mancano professionalità qualificate in grado di sostenere produzioni identitarie e filiere ad alto valore aggiunto.

Italia, dove sono gli esperti? 

sommelier
il21/shutterstock

Il dato più sorprendente è che a soffrire maggiormente sono proprio alcune delle regioni simbolo e vanto della tradizione gastronomica italiana, dove peraltro il turismo – leva che dovrebbe agevolare questo comparto – riveste un ruolo di primo piano. In testa ci sono Emilia-Romagna, dove mancano quasi 9 mila addetti (8.910 su 21.660), e Campania, con 8.560 lavoratori introvabili su un fabbisogno complessivo che sfiora i 25 mila. Segue la Lombardia, con 7.640 posizioni difficili da coprire, mentre anche il Veneto (7.520 addetti mancanti) e la Puglia (6.980) registrano criticità rilevanti. Il divario prosegue tra Piemonte e Valle d’Aosta, dove mancano 5.880 operatori su 13.500 complessivi, fino ad arrivare alla Sicilia, con oltre 4.200 artigiani irreperibili.

Una geografia della carenza che attraversa l’intero Paese senza eccezioni e che evidenzia un problema diffuso e non più locale: mancano lavoratori qualificati in grado di rispondere alle esigenze di un comparto che, proprio nel 2025, ha continuato a trainare l’export. In teoria, spazio e opportunità non mancherebbero: ciò che sembra difettare è l’incontro tra competenze, formazione e aspettative.

Il paradosso del Made in Italy e le possibili risposte

forme di formaggio
Mazur Travel/shutterstock

Il paradosso dunque è servito sul piatto: mentre il cibo italiano conquista i mercati internazionali e rappresenta uno dei pilastri culturali ed economici del Paese, tanto da essere invidiato e copiato all’estero (con scarso successo), i mestieri che lo rendono possibile faticano a trovare nuove generazioni disposte a raccoglierne l’eredità. Un disallineamento che fotografa molto più di una semplice crisi occupazionale: parla di percezione del lavoro manuale, di aspettative mal riposte dei giovani, ma anche di modelli formativi che forse non dialogano bene con le esigenze reali delle imprese.

Eppure, proprio qui potrebbe nascondersi una parte della soluzione. Rafforzare il legame tra scuola e lavoro, investire nella formazione tecnica e professionale, valorizzare i mestieri del food non solo come occupazione ma come competenze specifiche e qualificate: sono queste alcune delle leve indicate anche dalle associazioni di categoria. Accanto a questo, condividere le storie di successo – tantissime! – di chi ce l’ha fatta, di quanti hanno coronato un sogno o “trovato un posto nel mondo”, attraverso la ristorazione e la cucina. Non ultimo, sostenere e promuovere le donne che desiderano cimentarsi in questo ambito, potrebbe contribuire a rendere il settore più equo e competitivo. 

Più in generale, diventa sempre più centrale ripensare il racconto del lavoro in ambito agroalimentare, puntando sui plus e ridimensionando i luoghi comuni: in altre parole, meno sacrificio e più valore, meno stereotipi e più consapevolezza delle opportunità insite in un mondo articolatissimo e stimolante. Perché se è vero che il futuro del food italiano passa dall’innovazione, è altrettanto evidente che senza mani, teste e competenze capaci di trasformare le materie prime in cultura gastronomica, quel futuro rischia di restare nebuloso.

 

Fonti 

Immagine in evidenza di: Drazen Zigic/shutterstock

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