Pesticidi nel piatto: cosa ci racconta il report di Legambiente?

trattore pesticidi
Il dossier Legambiente 2025 mostra che molti alimenti contengono residui di pesticidi, spesso multipli, riaprendo il dibattito su sicurezza e modelli agricoli.

Ogni volta che facciamo la spesa, portiamo a casa non solo frutta, verdura o prodotti trasformati, ma anche tracce dei pesticidi impiegati per proteggere le colture dagli insetti, dai funghi e dalle malerbe. È questo il quadro che emerge dal nuovo dossier Stop pesticidi nel piatto 2025, pubblicato da Legambiente con il contributo di AssoBio e del Consorzio Il Biologico

Il report, che sintetizza migliaia di analisi sui residui presenti negli alimenti, aggiorna la fotografia della situazione italiana: se da un lato la grande maggioranza dei campioni rispetta i parametri normativi, dall’altro, però, quasi la metà dei prodotti convenzionali analizzati contiene tracce di pesticidi, spesso in combinazioni multiple che sfuggono alle normative vigenti. Un dato che riapre il dibattito su sicurezza alimentare, modelli agricoli e tutela della salute pubblica: vediamo allora cosa emerge nel dettaglio dal dossier e quali soluzioni vengono proposte.

Il cuore del dossier: il legame tra attività umana e natura

pesticidi
Md. Ashaduzzaman Noor/shutterstock

Il punto di partenza del dossier, che attraversa l’Italia da Nord a Sud, è senz’altro interessante: si propone infatti come una fotografia dettagliata del panorama agroalimentare italiano, evidenziando la relazione, profonda e critica, tra attività umana e natura. Ciò che si sottolinea fin da subito è il contesto di crisi climatica senza precedenti che coinvolge il nostro Paese: tra il 2015 e il 2025 si sono registrati in Italia 184 eventi meteo estremi che hanno colpito il settore agricolo, come ad esempio l’agricoltura in pendenza, con un’accelerazione preoccupante nell’ultimo triennio. Come riporta il dossier, “I numeri raccontano un’agricoltura esposta e vulnerabile: 82 danni da grandine, 40 episodi di siccità prolungata, 31 eventi causati da raffiche di vento e trombe d’aria, 18 allagamenti dovuti alle piogge intense e 10 esondazioni fluviali. A questi si sommano fenomeni di aridità diffusa che continuano a colpire in modo ricorrente molte aree del Paese”.

Sappiamo bene quanto l’agricoltura sia, ieri come oggi, tanto vittima quanto corresponsabile della crisi climatica. Per questo, sottolineano gli esperti, urge un cambio di paradigma dell’intero settore, riducendo in modo drastico l’uso dei principi attivi di sintesi e la conseguente dipendenza dalla chimica. L’Italia continua infatti a utilizzare quantità elevate di fitofarmaci che danneggiano gli organismi viventi, impoveriscono la biodiversità e producono residui nella frutta e nella verdura che consumiamo ogni giorno.

Pesticidi negli alimenti: di quali numeri stiamo parlando?

frutta e verdura
seryung/shutterstock

Il 2025 segna quindi un punto importante nella serie di monitoraggi annuali. Su 4.682 campioni analizzati tra frutta, ortaggi, cereali, prodotti trasformati e alimenti di origine animale, emerge che:

  • il 47,6% dei prodotti convenzionali contiene residui di uno o più fitofarmaci;
  • oltre il 30% presenta “multiresidui”, cioè tracce di più sostanze chimiche nello stesso alimento.

Il tema dei multiresidui è uno dei nodi più discussi: le normative europee valutano i limiti sostanza per sostanza, mentre la ricerca scientifica sta ancora approfondendo gli effetti cumulativi dell’esposizione a miscele di molecole diverse. È da qui che si sviluppa il resto dell’analisi del dossier, tra differenze tra biologico e convenzionale, categorie alimentari più esposte e sostanze sotto osservazione.

Uno spartiacque netto: biologico vs. convenzionale

Una delle evidenze più nette riguarda la differenza tra prodotti convenzionali e biologici. Nel biologico, l’87,7% dei campioni è completamente privo di residui di pesticidi, e persino le poche irregolarità sembrano dovute a contaminazioni accidentali o “deriva” da zone limitrofe, non all’uso diretto di fitofarmaci. Per associazioni e agricoltori impegnati nella sostenibilità ambientale, questo dato non è un dettaglio marginale: indica che i sistemi di produzione a basso input chimico non sono solo un ideale, ma un modello già efficace per ridurre l’esposizione chimica dei consumatori

Frutta e verdura, dove si concentrano i residui

Alliance Images

Entrando nel dettaglio delle categorie alimentari analizzate dal dossier di Legambiente, emerge come non tutti i cibi presentano lo stesso livello di esposizione: il rischio varia sensibilmente a seconda della filiera e delle pratiche agricole.

Purtroppo, la frutta si conferma il settore più critico: il 75,57% dei campioni analizzati contiene almeno un residuo di pesticida, mentre solo il 22,22% risulta completamente privo di tracce. Il dato più preoccupante riguarda il multiresiduo: gli agrumi registrano la percentuale più alta (72,95%), seguiti da pesche e pere. Si tratta di colture notoriamente esposte a numerosi trattamenti fitosanitari lungo il ciclo produttivo, soprattutto per contrastare funghi e parassiti. Questo non significa automaticamente che si stiano superando i limiti di legge, ma indica una presenza diffusa e sistemica di combinazioni chimiche nello stesso alimento.

La verdura mostra una situazione più equilibrata, ma non priva di criticità. Il 58,80% dei campioni è risultato senza residui, una percentuale migliore rispetto alla frutta, ma alcune tipologie continuano a distinguersi per la frequente presenza di contaminazioni multiple. In particolare peperoni e pomodori — ortaggi tra i più consumati in maniera abituale — compaiono spesso nelle analisi con più di una sostanza rilevata. Anche qui il tema centrale non è tanto il singolo valore legale, quanto la ripetizione del fenomeno del multiresiduo.

I prodotti di origine animale risultano invece il comparto più “pulito”: l’87,81% dei campioni analizzati è privo di residui. Questo dato suggerisce una minore esposizione diretta rispetto alle colture vegetali, anche se il tema resta collegato all’uso di pesticidi nei mangimi e alla contaminazione ambientale della catena alimentare.

Nel complesso, il documento fotografa un sistema alimentare in cui i residui rappresentano una presenza frequente soprattutto nei prodotti vegetali freschi. L’attenzione della comunità scientifica non è rivolta tanto sul singolo consumo quanto piuttosto l’esposizione prolungata nel tempo, un ambito su cui la ricerca è ancora in evoluzione e che rende centrale il dibattito sulla riduzione dei pesticidi lungo tutta la filiera alimentare.

Il “caso glifosato”: cosa evidenzia il dossier

glisofato
alleks19760526/shutterstock

Tra le sostanze più discusse, il dossier di Legambiente dedica un capitolo specifico al glifosato, erbicida largamente utilizzato in agricoltura e la cui autorizzazione europea è stata rinnovata fino al 2033. La questione non è solo normativa: il report intreccia dati ambientali, sanitari e prospettive di transizione agricola.

Sul piano della salute, il dossier richiama i risultati del Global Glyphosate Study, coordinato dall’Istituto Ramazzini di Bologna, uno dei più ampi programmi di ricerca indipendente sul tema, progettato per analizzare in modo sistematico gli effetti tossicologici del glifosato e delle formulazioni commerciali che lo contengono. Nei modelli animali, lo studio ha osservato un aumento di alcune forme tumorali, tra cui leucemie e tumori rari, anche a dosi paragonabili a quelle oggi considerate accettabili dalle autorità regolatorie. Come evidenziano i ricercatori, si tratta di risultati che alimentano il confronto scientifico internazionale: pur non equivalendo automaticamente a un rischio dimostrato per l’uomo, indicano la necessità di continuare a indagare gli effetti dell’esposizione cronica a basse dosi.

A questo quadro si aggiunge la pubblicazione, sulla rivista Environmental Health, dei risultati del braccio dedicato alla cancerogenicità del Global Glyphosate Study. Gli autori spiegano che il programma di ricerca è stato avviato per approfondire in modo sistematico un ampio spettro di esiti tossicologici legati al glifosato e alle sue formulazioni commerciali, in un contesto di crescente attenzione scientifica dopo la classificazione dello IARC del 2015 come “probabile cancerogeno”

Il dossier riporta anche dati di monitoraggio ambientale. In Veneto, la campagna “Operazione Fiumi” ha rilevato concentrazioni di glifosato e del suo principale metabolita, l’AMPA (acido aminometilfosfonico), superiori ai limiti normativi in diversi corsi d’acqua, soprattutto nelle aree agricole della bassa pianura. Il dato rafforza una preoccupazione già emersa in altri studi europei: la diffusione dell’erbicida non si limita ai campi coltivati, ma coinvolge suolo e sistemi idrici

Accanto alla critica, il dossier insiste però su un punto chiave: le alternative esistono già. Tecniche come lo sfalcio meccanico delle infestanti o l’impiego di sostanze di origine naturale, come l’acido pelargonico, sono soluzioni praticabili che diverse aziende agricole stanno sperimentando con successo. La questione, quindi, non è solo se sostituire il glifosato, ma come accelerare la transizione verso modelli agronomici meno dipendenti dagli erbicidi chimici.

Verso un modello agroecologico per tutelare ambiente e consumatori

modello agroecologico
Leonid Sorokin/shutterstock

Il dossier di Legambiente non si limita a fotografare il problema e basta. Indica infatti una traiettoria precisa: il passaggio all’agroecologia, che qui viene presentata come una necessità strutturale e non più rinviabile. Secondo gli esperti, la riduzione dei pesticidi non può più essere affrontata solo con interventi tecnici isolati da singoli territori: ciò che serve è una riorganizzazione complessiva del sistema agricolo e delle politiche alimentari. In questo quadro, le proposte avanzate puntano a costruire una strategia coerente su più livelli, quello normativo, produttivo e culturale, suggerendo alcuni interventi tra cui in primis:

  • il bando totale del glifosato, a livello nazionale e comunitario, come segnale politico forte verso l’abbandono progressivo degli erbicidi più controversi.
  • L’aggiornamento del Piano d’Azione Nazionale sui pesticidi (PAN), scaduto dal 2019, per introdurre obiettivi di riduzione vincolanti e verificabili, superando la fase di stallo che ha rallentato le politiche di contenimento dell’uso dei fitofarmaci.
  • La lotta al mercato illegale dei pesticidi, attraverso l’introduzione di norme penali specifiche contro il commercio di prodotti non autorizzati: un settore sommerso in crescita, che spesso coinvolge sostanze altamente tossiche e fuori da ogni controllo sanitario.
  • Il rafforzamento del biologico e dei biodistretti, con incentivi economici stabili per gli agricoltori che investono nella fertilità del suolo, nella tutela della biodiversità e in modelli produttivi a basso impatto chimico.
  • Il coinvolgimento attivo dei consumatori, promuovendo modelli alimentari come la dieta mediterranea, la riduzione del consumo di carne e la preferenza per filiere corte e trasparenti.

In definitiva, il dossier mostra quanto il tema dei pesticidi non riguardi “solo” l’agricoltura, ma l’intero sistema alimentare. Le scelte politiche, i modelli produttivi e i comportamenti di consumo sono strettamente collegati, e non solo: come ripetiamo spesso, il modo in cui mangiamo influenza direttamente il tipo di agricoltura che sosteniamo. La sfida, più che cercare soluzioni immediate, è quella di accompagnare una transizione graduale verso pratiche agricole sempre più sostenibili e attente, sia per il pianeta che per la nostra salute e sicurezza alimentare.

 

Immagine in evidenza di: Fotokostic/shutterstock

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