Pascoli in montagna

La crisi dei pascoli minaccia il clima, il cibo e il benessere di miliardi di persone

Matteo Garuti
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    I pascoli si stanno riducendo, per il deterioramento ambientale, il cambiamento di utilizzo dei terreni e diverse altre cause da addebitare all’attività umana. Questo fenomeno mette ulteriormente a rischio il clima e l’approvvigionamento alimentare, e di conseguenza la vita delle persone in molte aree del mondo, tanto da essere monitorato dalle Nazioni Unite, che in un recente rapporto hanno descritto e analizzato la situazione. Ma perché questo tipo di ambiente è così importante e cosa lo sta compromettendo? Approfondiamo quanto emerso dalle ricerche, per saperne di più.

    I pascoli si stanno riducendo: il rapporto ONU

    mucca al pascolo

    StockMediaSeller/shutterstock

    La progressiva riduzione dei pascoli naturali rappresenta un danno sottovalutato, ancora poco conosciuto e scarsamente menzionato quando si parla di ambiente, anche da chi è più esperto di ecologia e agronomia. In molte aree si tratta ormai di una vera e propria crisi, che coinvolge il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, minacciando l’approvvigionamento alimentare, il benessere e la sopravvivenza stessa di miliardi di persone. Secondo il rapporto Global Land Outlook su pascoli e pastori – presentato nel maggio 2024 a Ulan Bator, in Mongolia, in occasione della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD) – fino al 50% dei pascoli del mondo è degradato, un dato che può compromettere un sesto delle riserve alimentari dell’umanità.

     

    Quella che viene definita una “scomparsa silenziosa” sprona a ripristinare e gestire meglio i pascoli, sollecitando la protezione della pastorizia. “Quando abbattiamo una foresta, quando vediamo cadere un albero centenario, ciò suscita giustamente una risposta emotiva in molti di noi. La conversione di antichi pascoli, d’altro canto, avviene in ‘silenzio’ e genera poche reazioni pubbliche. Nonostante si stimi che contino mezzo miliardo di individui in tutto il mondo, le comunità di pastori sono spesso trascurate, non hanno voce in capitolo nel processo decisionale che influisce direttamente sui loro mezzi di sostentamento, sono marginalizzate e spesso viste come degli estranei nelle loro stesse terre” – ha affermato il Segretario esecutivo UNCCD Ibrahim Thiaw.

    Il problema è complesso e include differenti fattori: in primo luogo lo si deve alla conversione dei pascoli in terreni coltivabili e ai cambiamenti nell’uso del territorio – conseguenze della crescita demografica e dell’urbanizzazione – ma anche all’aumento della domanda di cibo, fibre tessili e carburante. Non meno rilevanti sono il depauperamento da addebitare al pascolo eccessivo – spesso favorito da politiche poco lungimiranti – e all’abbandono dei territori dovuto alla cessazione della manutenzione da parte dei pastori, a causa della dismissione di questa attività preziosa e dalle origini antichissime. Tra i sintomi più immediati di questa situazione c’è la diminuzione della fertilità, della salute del suolo e dei nutrienti, che si accompagna all’erosione, salinizzazione, alcalinizzazione e compattazione, che ostacolano la crescita delle piante. Si tratta di fattori che contribuiscono notevolmente alla siccità, all’incapacità di assorbire le precipitazioni copiose – aspetto che compromette la sicurezza idrogeologica – e alla perdita di biodiversità, sopra e sotto la superficie dei terreni.

    I pascoli e le loro caratteristiche

    mucche in montagna al pascolo

    Daboost/shutterstock

    Ma per cosa si distinguono le zone tradizionalmente destinate a pascolo e perché sono importanti per l’equilibrio ambientale? Queste aree possono essere estremamente diverse tra loro, includendo anche savane, zone umide, tundra e deserti, e sono costituite principalmente da praterie naturali, utilizzate dal bestiame e dagli animali selvatici per pascolare e cercare cibo. Nel complesso, secondo il rapporto ONU, costituiscono il 54% dell’intera copertura terrestre (80 milioni di kmq), forniscono un sesto della produzione alimentare mondiale e rappresentano quasi un terzo della riserva di carbonio del pianeta. Nel mondo due miliardi di persone, tra pastori, allevatori e agricoltori su piccola scala, spesso poveri ed emarginati, dipendono dai pascoli. In molti stati dell’Africa occidentale la produzione di bestiame impiega l’80% della popolazione, mentre nell’Asia centrale il 60% della superficie terrestre è utilizzata in questo modo, con l’allevamento di bestiame che sostiene quasi un terzo degli abitanti.

     

    Sembra un paradosso, quindi, il fatto che gli sforzi per aumentare la sicurezza alimentare e la produttività spesso si concentrino sulla conversione dei pascoli a favore dell’agricoltura in regioni prevalentemente aride, finendo per portare al degrado i terreni a fronte di scarse rese agricole. Il rapporto ONU denuncia infatti una “governance debole e inefficace”, oltre alla “mancanza di investimenti nelle comunità di pascolo e nei modelli di produzione sostenibili”.

     

    Proteggere la pastorizia, inoltre, significa preservare un patrimonio culturale legato allo stile di vita nomade, dalle origini ancestrali – oltre 5.000 anni di storia – e basato sull’allevamento di pecore, capre, bovini, cavalli, cammelli, yak, lama o altri erbivori domestici, insieme a specie semi-domestiche come bisonti e renne.

    Una rinnovata attenzione per la pastorizia

    tagliere di formaggi con montagne sullo sfondo

    barmalini/shutterstock

    Il report Global Land Outlook, al quale hanno contribuito più di 60 esperti da oltre 40 Paesi, evidenzia che le valutazioni passate sulla crisi dei pascoli nel mondo, che stimavano una perdita del 25% di questi ambienti, non consideravano a pieno questo fenomeno, che potrebbe arrivare al 50%. I pascoli, infatti, sono spesso poco conosciuti e la mancanza di dati affidabili compromette la gestione sostenibile del loro immenso valore nell’approvvigionamento alimentare e nella regolazione del clima.

    Nel documento si illustra un approccio innovativo per suggerire ai decisori politici la stabilizzazione, il ripristino e la corretta gestione di queste risorse, basato sull’esperienza di casi da tutto il mondo.

    I pascoli rappresentano un importante motore economico in molti Paesi, dove hanno anche segnato le tradizioni, i costumi e le identità locali. Il rapporto ONU include analisi dettagliate delle singole regioni e realtà nazionali: la produzione di bestiame rappresenta il 19% del PIL dell’Etiopia e il 4% di quello dell’India. In Brasile, dove si produce il 16% della carne bovina mondiale, un terzo del PIL dell’agroindustria è generato dal bestiame bovino, una situazione dove la produzione di carne minaccia la foresta pluviale, a causa di una gestione poco rispettosa dell’ambiente. In Europa, invece, molti pascoli hanno ceduto il passo all’urbanizzazione, alla riforestazione e alla produzione di energia rinnovabile. Negli Stati Uniti, grandi distese di prateria sono state convertite in colture, mentre alcune praterie canadesi sono state rese fragili da progetti minerari e infrastrutturali su larga scala. Nel Nord America, però, ci sono anche esempi virtuosi, come i crescenti sforzi per reintrodurre il bisonte, un animale di grande importanza culturale per le popolazioni indigene, per promuovere la salute dei pascoli e la sicurezza alimentare.

    La situazione dei pascoli nel mondo

    pascoli in collina

    Sona Kabatova/shutterstock

    Ecco alcune tra le aree del mondo più gravemente colpite dal degrado dei pascoli, in ordine decrescente:

    • In Asia centrale – Cina, Mongolia, Kazakistan e altri Stati – la privatizzazione e l’industrializzazione agricola ha lasciato i pastori abbandonati e dipendenti da risorse naturali insufficienti, causando un degrado diffuso. Tuttavia, il graduale ripristino della pastorizia tradizionale e comunitaria sta portando a progressi nella gestione sostenibile dei pascoli.
    • Nel Nord Africa e in Medio Oriente, una delle regioni più aride al mondo, l’impatto del cambiamento climatico sta cancellando i pascoli, spingendo i pastori verso la povertà. Anche qui, nuove politiche e il rilancio di strutture tradizionali come gli Agdal (serbatoi di foraggio utilizzati per nutrire gli animali nei periodi di scarsità e consentire la rigenerazione delle risorse naturali) stanno migliorando la situazione.
    • In Sahel e Africa Occidentale la minaccia viene anche dai conflitti e da dispute sui confini, che hanno interrotto la mobilità del bestiame, provocando il degrado dei pascoli. Non senza difficoltà, si stanno avviando politiche unificate e accordi transfrontalieri, riconoscendo i diritti dei pastori a partire dalla loro mobilità.
    • In Sud America i principali nemici dei pascoli sono la crisi climatica, la deforestazione legata all’agricoltura industrializzata e le attività estrattive, nonché la conversione dell’uso del suolo. La multifunzionalità e la diversità dei sistemi pastorali sono la chiave per ripristinare i pascoli del continente, che vanta ambienti tra i più ricchi e interessanti al mondo, tra cui la Pampa e le pendici delle Ande.
    • L’Africa orientale vive migrazioni e spostamenti forzati, dovuti ad altri usi del territorio, come la caccia e il turismo, che allontanano i pastori dalle loro terre tradizionali, provocando degrado e abbandono. Le iniziative incentrate sul miglioramento dei diritti fondiari, spesso guidate da donne, mirano a proteggere i pastori, gli ecosistemi e la biodiversità.
    • In Nord America, dove il degrado delle antiche praterie e dei pascoli aridi minaccia gli ambienti simbolo di questa area, l’inclusione delle popolazioni indigene nella gestione dei pascoli ha portato risultati nel recupero di questi paesaggi storici.
    • In Europa per anni politiche sbagliate hanno favorito troppo l’agricoltura industriale rispetto alla pastorizia, con un conseguente abbandono di spazi importanti per il pascolo. Il sostegno politico ed economico può invertire la tendenza e contribuire ad affrontare le crisi ambientali, come la crescente frequenza e intensità degli incendi boschivi e l’avanzamento della siccità.
    • In Sud Africa e Australia l’attività mineraria, la conversione dei pascoli ad altri usi e una riforestazione non ben pianificata stanno riducendo i pascoli. L’impegno congiunto da parte di produttori e ricercatori, insieme alla riscoperta della saggezza tradizionale delle comunità indigene, aprono nuove strade per il ripristino e la protezione di questi ambienti.

    Strategie e impegni per difendere i pascoli

    Pascoli all'aperto

    Irina999petrova/shutterstock

    Per arrestare il deterioramento i ricercatori coinvolti dalle Nazioni Unite sostengono un cambiamento di paradigma nella gestione a tutti i livelli, da quelli di base a quelli globali. Pedro Maria Herrera Calvo, autore principale del rapporto, ha affermato che “La partecipazione di tutte le parti interessate è fondamentale per una governance responsabile dei pascoli, che promuova l’azione collettiva, migliori l’accesso alla terra e integri conoscenze tradizionali e competenze pratiche”. Questo tipo di cooperazione, insieme alla valorizzazione dell’esperienza dei pastori, può essere fondamentale per raggiungere la neutralità del degrado del suolo (obiettivo di sviluppo sostenibile 15.3 delle Nazioni Unite), e quindi supportare i servizi ecosistemici e la sicurezza alimentare. Le soluzioni, inoltre, devono essere adattate alle caratteristiche e alle dinamiche locali dei pascoli, che variano notevolmente in base a temperature, umidità e altitudine.

    Ecco le principali raccomandazioni di intervento:

    • Pianificare strategie integrate di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, con piani di gestione sostenibile dei pascoli per aumentare lo stoccaggio del carbonio, rafforzando al contempo la resilienza delle comunità pastorali e dei pascoli.
    • Evitare o ridurre la conversione dei pascoli, che diminuisce la loro diversità e  multifunzionalità, in particolare su terreni di proprietà pubblica.
    • Progettare e adottare misure di conservazione, all’interno e all’esterno delle aree protette, che supportino la biodiversità, la salute, la produttività e la resilienza dei sistemi di allevamento estensivo.
    • Adottare e sostenere strategie e pratiche basate sulla pastorizia, che contribuiscano a mitigare i danni più comuni per i pascoli, come il cambiamento climatico, il sovrapascolo, l’erosione del suolo, le specie invasive, la siccità e gli incendi.
    • Promuovere politiche di sostegno, partecipazione, gestione e governance flessibili, per potenziare i servizi che i pascoli e i pastori forniscono all’intera società.

    Come abbiamo visto, questi ambienti hanno un valore economico, ambientale, sociale e culturale che si tende a sottovalutare. Nel 2026 la Mongolia, dove la pastorizia è ancora un’attività fondamentale, ospiterà la Conferenza delle Parti dell’UNCCD, in occasione dell’anno internazionale dei pascoli e dei pastori dichiarato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, un altro appuntamento per focalizzare l’attenzione su questi temi.

     


    Immagine in evidenza di: Dmitry Pichugin/shutterstock

     

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista, sommelier e assaggiatore di olio d'oliva, ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Apprezza i cibi e le bevande dai gusti autentici, decisi e di carattere. A tavola ama la tradizione ma gli piace anche sperimentare: per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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