Ridurre gli sprechi, coltivare con meno acqua, sviluppare nuove fonti proteiche, migliorare la tracciabilità degli alimenti e personalizzare la nutrizione. Sono solo alcune delle sfide su cui stanno lavorando 118 startup e PMI innovative italiane raccontate nel report Next-Gen Food | Il futuro del cibo, il cibo del futuro, realizzato da Cariplo Factory. Una fotografia di un ecosistema imprenditoriale ancora giovane, ma già capace di offrire risposte concrete alle grandi trasformazioni che interessano l’intera filiera agroalimentare, dall’agricoltura alla distribuzione.
Perché innovare la filiera alimentare è diventato indispensabile

Negli ultimi anni il settore agroalimentare si è trovato ad affrontare cambiamenti profondi che stanno ridefinendo il modo in cui il cibo viene prodotto, trasformato e consumato. Il cambiamento climatico incide sempre più sulla produttività agricola e sulla disponibilità delle risorse idriche, mentre il consumo di suolo, la perdita di biodiversità e la volatilità dei mercati internazionali rendono le filiere più vulnerabili. A questo si aggiungono le nuove aspettative dei consumatori, sempre più attenti alla qualità degli alimenti, alla loro provenienza e all’impatto ambientale delle produzioni.
In questo scenario, innovare significa ripensare l’intera filiera per renderla più resiliente e sostenibile. Dall’agricoltura di precisione ai sistemi di tracciabilità digitale, fino alle soluzioni per ridurre gli sprechi alimentari e valorizzare i sottoprodotti, il settore agroalimentare sta vivendo una trasformazione che coinvolge imprese, ricerca, territori e istituzioni. Un percorso che negli ultimi anni abbiamo raccontato anche sulle pagine del Giornale del Cibo, approfondendo, ad esempio, le opportunità offerte dall’agricoltura 4.0 e dalle tecnologie digitali applicate alle produzioni agricole.
È proprio in questo contesto che si inserisce Next-Gen Food | Il futuro del cibo, il cibo del futuro, il quinto report realizzato da Cariplo Factory, hub italiano dedicato all’innovazione e alla circular economy. Il lavoro restituisce la fotografia di un ecosistema in rapida evoluzione: 118 startup, PMI innovative e spin-off che stanno sviluppando soluzioni per affrontare alcune delle sfide più urgenti del sistema alimentare, dal campo alla tavola. Un patrimonio di competenze e tecnologie che dimostra come l’innovazione nel food non sia più una prospettiva futura, ma una realtà già presente, anche se ancora alla ricerca delle condizioni necessarie per crescere e consolidarsi.
Chi sono le 118 imprese che stanno ridisegnando il food italiano

Le 118 realtà censite da Next-Gen Food rappresentano un ecosistema eterogeneo che attraversa l’intera filiera alimentare, dalla produzione agricola alla trasformazione, fino alla distribuzione e ai servizi. Si tratta soprattutto di startup (62%), affiancate da PMI innovative (29%), spin-off universitari e altre realtà imprenditoriali nate, nella maggior parte dei casi, negli ultimi cinque anni. Un dato che racconta la vivacità di un settore giovane, ma già capace di sviluppare soluzioni concrete per rispondere alle sfide del sistema agroalimentare.
L’ambito più rappresentato è quello dell’Agritech e dell’Innovative Farming, che raccoglie il 22% delle aziende mappate, seguito dal Foodtech e dalla trasformazione alimentare (19%). Accanto a questi comparti trovano spazio imprese attive nei servizi, nella logistica, nella nutrizione personalizzata e nell’economia circolare. Quasi una realtà su tre opera contemporaneamente in più di un settore, a conferma di come l’innovazione alimentare nasca sempre più dall’incontro tra competenze diverse: agronomia, biotecnologie, digitale, intelligenza artificiale e scienze della nutrizione.
A colpire è anche il livello di maturità delle tecnologie sviluppate. Oltre sette imprese su dieci hanno raggiunto un Technology Readiness Level (TRL) pari o superiore a 7, cioè una fase in cui le soluzioni sono già state validate in un contesto operativo, mentre il 39% ha raggiunto il livello massimo (TRL 9), con tecnologie pienamente operative e già introdotte sul mercato. Un elemento che smentisce l’idea secondo cui l’innovazione nel food sia ancora confinata alla sperimentazione: molte delle soluzioni descritte nel report sono già pronte per essere adottate su larga scala.
La fotografia restituita da Cariplo Factory evidenzia però anche alcuni squilibri. La distribuzione geografica ricalca quella dell’ecosistema italiano dell’innovazione: la Lombardia concentra quasi un terzo delle imprese censite (32%), seguita da Veneto (11%) ed Emilia-Romagna (10%). Nel Centro Italia emerge la Toscana, mentre nel Mezzogiorno è la Puglia a distinguersi come principale polo dell’innovazione agroalimentare. Una concentrazione che riflette la presenza di incubatori, università, investitori e reti imprenditoriali più strutturate, ma che mette anche in evidenza il divario ancora esistente tra le diverse aree del Paese.
Nonostante queste differenze territoriali, il report restituisce l’immagine di un comparto che ha già ottenuto importanti riconoscimenti: tre aziende su quattro hanno ricevuto premi o riconoscimenti nazionali e internazionali e oltre sei su dieci hanno raccolto investimenti. Segnali che confermano l’interesse crescente verso le tecnologie applicate al cibo, pur in un contesto in cui l’accesso ai capitali e al mercato continua a rappresentare una delle principali sfide per chi fa innovazione.
Dall’agricoltura di precisione alle nuove proteine: dove nasce l’innovazione

L’innovazione nel settore agroalimentare non si concentra in un unico ambito, ma attraversa l’intera filiera, dalla produzione delle materie prime fino al rapporto con il consumatore finale. Le soluzioni sviluppate dalle imprese censite nel report raccontano un cambiamento che interessa il modo di coltivare, trasformare, distribuire e persino concepire il cibo, con un obiettivo comune: coltivare meglio, consumando meno risorse
Il comparto più rappresentato è quello dell’Agritech, segno che la trasformazione del sistema alimentare parte ancora dal campo. Sensori IoT, come quelli sviluppati da xFarm, immagini satellitari (soluzione utilizzata in via sperimentale anche per i pascoli), intelligenza artificiale e strumenti di analisi dei dati (un esempio è quanto realizzato da Elaisian per l’olivicoltura) consentono oggi di monitorare lo stato delle colture in tempo reale, individuare precocemente situazioni di stress idrico o fitosanitario e ottimizzare l’impiego di acqua, fertilizzanti e agrofarmaci. Accanto alle piattaforme digitali trovano spazio anche tecnologie dedicate alla tutela della biodiversità, al monitoraggio degli insetti dannosi e persino sensori biocompatibili installati direttamente nei tronchi degli alberi per anticipare l’insorgenza di criticità.
Un secondo filone riguarda la lotta allo spreco alimentare, tema che coinvolge ogni fase della filiera. Tra le soluzioni sviluppate dalle startup figurano etichette intelligenti in grado di monitorare la reale conservazione dei prodotti lungo la catena del freddo, rivestimenti naturali che prolungano la shelf life di frutta e verdura, piattaforme per pianificare in modo più preciso i consumi nelle mense e sistemi di packaging riutilizzabile che consentono anche di misurare le emissioni di CO₂ evitate. L’innovazione, in questo caso, contribuisce anche a ridurre l’impatto ambientale della produzione alimentare, valorizzando le risorse già disponibili e promuovendo modelli sempre più vicini ai principi dell’economia circolare.
Uno degli aspetti più interessanti messi in luce dal report riguarda il carattere sempre più interdisciplinare dell’innovazione alimentare. Agronomi, ingegneri, nutrizionisti, biotecnologi e data scientist lavorano oggi sugli stessi progetti, dando vita a soluzioni che difficilmente potrebbero nascere all’interno di un’unica disciplina. È forse questo uno dei cambiamenti più significativi della nuova generazione di imprese del food: la capacità di mettere in dialogo competenze diverse per affrontare problemi complessi.
Non basta avere buone idee: cosa frena la crescita delle startup del food
Le tecnologie ci sono, le competenze anche. Eppure, trasformare un’innovazione in un’impresa capace di incidere davvero sul sistema agroalimentare resta una sfida complessa. Dal report emerge con chiarezza un paradosso: molte delle startup censite hanno già sviluppato soluzioni mature, ottenuto riconoscimenti e raccolto i primi investimenti, ma incontrano ancora ostacoli che ne rallentano la crescita e la diffusione sul mercato.
La difficoltà più citata riguarda l’accesso ai finanziamenti. Sette imprese su dieci indicano la scarsità di capitali come il principale limite alla possibilità di crescere e di scalare le proprie tecnologie. Un dato che riflette una criticità più ampia dell’ecosistema italiano dell’innovazione, dove il percorso che porta dalla ricerca al mercato è spesso più lungo e complesso rispetto a quello di altri Paesi europei. Per molte startup, infatti, il problema non è dimostrare che una tecnologia funziona, ma trovare le risorse necessarie per trasformarla in un modello di business sostenibile.
Accanto ai finanziamenti emergono altri due nodi strutturali: l‘accesso ai canali della distribuzione e la complessità normativa. Entrare nelle grandi reti commerciali richiede tempi, investimenti e capacità organizzative che realtà ancora giovani faticano spesso a sostenere, mentre un quadro regolatorio in continua evoluzione può rallentare l’introduzione di nuovi prodotti e tecnologie. A questo si aggiunge un elemento meno evidente, ma altrettanto importante: la fiducia dei consumatori. Oltre un quarto delle imprese coinvolte nel report individua infatti nella diffidenza verso l’innovazione alimentare uno degli ostacoli alla diffusione delle proprie soluzioni.
Il report mette in luce anche alcune disparità che caratterizzano l’ecosistema dell’innovazione. Sebbene i team fondati esclusivamente da donne ottengano con maggiore frequenza premi e riconoscimenti, continuano a incontrare maggiori difficoltà nell’accesso ai round di investimento più consistenti. Analogamente, la concentrazione delle startup e dei capitali nelle regioni del Nord conferma come il divario territoriale continui a influenzare anche la capacità di fare innovazione nel settore agroalimentare.
Per questo le richieste rivolte alle istituzioni non riguardano tanto nuove forme di protezione, quanto la creazione di condizioni favorevoli alla crescita. Le imprese chiedono regole più chiare e stabili, strumenti di finanziamento adeguati alle diverse fasi di sviluppo, infrastrutture tecnologiche accessibili e iniziative capaci di diffondere una maggiore cultura dell’innovazione alimentare. In altre parole, un ecosistema che permetta alle idee di uscire dai laboratori e trasformarsi in soluzioni concrete, adottate su larga scala.
Il futuro del food passa dall’intelligenza artificiale, ma non solo

Guardando ai prossimi anni, gli imprenditori coinvolti nel report individuano nell’intelligenza artificiale la tecnologia destinata ad avere il maggiore impatto sul settore alimentare, seguita da agricoltura digitale, Internet of Things, robotica, biotecnologie e agricoltura rigenerativa. Non si tratta di innovazioni isolate, ma di strumenti destinati a lavorare insieme per rendere la filiera più efficiente, resiliente e capace di rispondere alle sfide ambientali, economiche e sociali che caratterizzeranno i prossimi anni.
La fotografia restituita da Next-Gen Food racconta quindi un ecosistema dinamico, in cui le idee non mancano e molte soluzioni sono già pronte per essere adottate. La vera sfida, oggi, è creare le condizioni perché queste innovazioni possano superare la fase pionieristica, consolidarsi sul mercato e contribuire in modo concreto alla trasformazione del sistema agroalimentare italiano. Perché il futuro del cibo non dipenderà soltanto dalla capacità di sviluppare nuove tecnologie, ma anche da quella di metterle in rete, sostenerle e renderle accessibili lungo tutta la filiera, dal campo alla tavola.
Immagine in evidenza di: Manu Padilla/shutterstock