La tecnologia e l’innovazione arrivano anche in malga, accanto a chi lavora ogni giorno con gli animali e con il pascolo. Dopo vigneti, oliveti e campi coltivati, gli strumenti dell’agricoltura 4.0 iniziano infatti a trovare applicazione anche nella zootecnia di montagna, dove la gestione delle mandrie richiede tempo, attenzione e una conoscenza profonda del territorio.
È in questo contesto che si inserisce un interessante progetto sperimentale per un sistema integrato di gestione delle aziende zootecniche da latte, promosso dalla Regione Friuli Venezia Giulia nell’ambito della programmazione Sissar 2022-2025 e coordinato dall’Ersa, l’Agenzia regionale per lo sviluppo rurale. Negli ultimi tre anni il programma ha sperimentato l’uso di collari GPS e immagini satellitari per rendere più semplice la gestione dei pascoli. Un approccio che non sostituisce il lavoro del malgaro, ma può aiutarlo a organizzare meglio gli spostamenti degli animali e a valorizzare le produzioni lattiero-casearie d’alta quota.
Virtual fencing: come l’innovazione rende i pascoli “virtuali”

Tra gli aspetti più interessanti del progetto c’è la sperimentazione del cosiddetto virtual fencing, una tecnologia che permette di gestire il pascolo senza ricorrere a recinzioni fisiche. Il sistema si basa su collari GPS applicati agli animali e collegati a un’applicazione attraverso la quale l’allevatore può definire i confini dell’area di pascolo direttamente su una mappa digitale.
In pratica, il malgaro può stabilire quali zone debbano essere utilizzate dalla mandria e quali invece vadano temporaneamente escluse. Quando una mucca si avvicina al limite impostato, il collare emette un segnale acustico, e se l’animale prosegue oltre il confine virtuale, il dispositivo genera un leggero stimolo correttivo che lo induce a cambiare direzione. Lo stesso sistema può essere utilizzato per creare veri e propri corridoi virtuali e guidare gli spostamenti della mandria da un pascolo all’altro.
La sperimentazione è stata condotta tra il 2023 e il 2025 in quattro aziende di montagna del Friuli Venezia Giulia. Oltre a verificare l’efficacia del sistema, i ricercatori delle Università di Udine e Firenze coinvolti nel progetto hanno osservato la capacità degli animali di adattarsi ai nuovi strumenti, confrontando la gestione tradizionale dell’alpeggio con quella basata sulle recinzioni virtuali. Secondo quanto riportato dai promotori, i risultati ottenuti sono stati incoraggianti e indicano che questa tecnologia può essere utilizzata anche nei contesti montani della regione.
L’obiettivo non è sostituire il lavoro dell’allevatore, ma fornire uno strumento in grado di semplificare la gestione quotidiana del pascolo, soprattutto in contesti complessi come quelli montani. Negli ultimi anni, soluzioni basate sulla raccolta e sull’analisi dei dati si sono diffuse in diversi comparti agricoli. Ne sono un esempio piattaforme come Agrigenius Vite, sviluppata per il monitoraggio dei vigneti, o Elaisian, nata per supportare gli olivicoltori nella prevenzione delle malattie delle piante. Anche negli allevamenti, quindi, i dati possono diventare un supporto per programmare le attività e affrontare le criticità. Una tendenza che mostra come strumenti nati per raccogliere e interpretare dati trovino oggi applicazione in filiere molto diverse tra loro, dal vino all’olio fino alla zootecnia di montagna.
Dalla malga al satellite: la gestione digitale del pascolo

Il progetto non si è limitato a sperimentare i collari GPS. Una parte del lavoro ha riguardato infatti il monitoraggio delle risorse foraggere presenti negli alpeggi, con l’obiettivo di fornire agli allevatori informazioni più precise sulla disponibilità di pascolo nel corso della stagione.
Per farlo, i ricercatori hanno affiancato alle osservazioni sul campo l’analisi di immagini satellitari, utilizzate per elaborare un modello in grado di stimare la biomassa pascoliva, ovvero la quantità di vegetazione effettivamente disponibile per l’alimentazione degli animali. Tra il 2023 e il 2025 sono stati effettuati 126 rilievi sulla vegetazione in due alpeggi, dati che hanno contribuito a verificare l’affidabilità del metodo.
Disporre di informazioni aggiornate sulle condizioni del pascolo può aiutare a programmare meglio l’utilizzo delle diverse aree e a distribuire in modo più equilibrato la presenza degli animali. Un aspetto particolarmente importante in montagna, dove le caratteristiche del territorio e l’andamento climatico influenzano direttamente la disponibilità di foraggio.
L’impiego di immagini satellitari, anche attraverso sistemi basati sull’intelligenz/shuuterstocka artificiale, in agricoltura non rappresenta una novità assoluta, ma la loro applicazione nella gestione degli alpeggi apre nuove possibilità per la zootecnia di montagna. Secondo i risultati della progetto, la metodologia sviluppata si è dimostrata efficace sia per stimare la produttività delle aree pastorali sia per monitorare l’evoluzione della vegetazione nel tempo. Un approccio che affianca l’esperienza degli allevatori con strumenti capaci di fornire una lettura più approfondita delle dinamiche che interessano il pascolo.
Innovazione e sostenibilità: come possono cambiare gli allevamenti d’alpeggio
La sperimentazione sui pascoli virtuali rappresenta solo una parte del progetto Sissar. L’iniziativa, coordinata da Ersa e sviluppata in collaborazione con le Università di Udine e Firenze, ha coinvolto complessivamente nove aziende lattiero-casearie a filiera corta con l’obiettivo di individuare strumenti e pratiche capaci di supportare la gestione delle realtà produttive di montagna.
Tra gli aspetti più significativi emersi dal progetto c’è, appunto, la sperimentazione dei collari GPS applicati ai bovini da latte in alpeggio: è stata la prima applicazione di sistemi di recinzione virtuale nell’arco alpino su bovini da latte, un’esperienza che ha permesso di valutare non solo l’efficacia della tecnologia, ma anche la sua adattabilità ai contesti montani.
Il lavoro non si è concentrato esclusivamente sulla gestione del pascolo. Una delle attività ha riguardato l’analisi dei sistemi gestionali delle aziende a filiera corta coinvolte nella sperimentazione, con l’obiettivo di sviluppare strumenti adatti anche a realtà di piccole dimensioni che operano in contesti montani o marginali. Un’altra linea di ricerca si è invece concentrata sulle produzioni lattiero-casearie tradizionali, osservando le diverse fasi della trasformazione del latte e della stagionatura dei formaggi.
Dalla gestione del pascolo alla qualità dei formaggi

Le produzioni lattiero-casearie tradizionali rappresentano uno degli elementi più caratteristici degli allevamenti d’alpeggio coinvolti nel progetto. Per questo motivo una delle linee di ricerca si è concentrata sull’analisi della filiera, dalla trasformazione del latte fino alla stagionatura dei formaggi, con l’obiettivo di comprendere meglio le caratteristiche di produzioni strettamente legate al territorio montano. Il tema non è secondario. La qualità dei formaggi d’alpeggio dipende da numerosi fattori, tra cui le caratteristiche dei pascoli utilizzati dagli animali. Per questo motivo, disporre di informazioni più precise sulla gestione delle aree pastorali e sulla disponibilità delle risorse foraggere può contribuire a una conoscenza più approfondita dell’intera filiera.
Come evidenziano diversi studi dedicati alla zootecnia alpina, i pascoli di montagna non rappresentano soltanto una fonte di alimentazione per le mandrie, ma costituiscono ecosistemi ricchi di biodiversità che contribuiscono a definire l’identità delle produzioni locali. Le differenti essenze vegetali presenti nei prati e negli alpeggi influenzano infatti le caratteristiche del latte e, di conseguenza, quelle dei formaggi ottenuti dalla sua trasformazione.
Si tratta di un tema che negli ultimi anni ha assunto un’importanza crescente anche sul fronte della sostenibilità. Sul Giornale del Cibo abbiamo già raccontato, ad esempio, il progetto SmartDairy, nato per individuare soluzioni in grado di ridurre l’impatto ambientale della filiera lattiero-casearia. In modo diverso, anche il progetto Sissar mostra come ricerca e innovazione possano offrire nuovi strumenti per conoscere meglio le produzioni di montagna e supportare il lavoro delle aziende che operano in questi contesti.
Secondo i risultati presentati dai promotori dell’iniziativa, l’approccio integrato sperimentato nel corso del progetto può contribuire a migliorare la gestione delle aziende da latte e a fornire indicazioni utili per affrontare alcune delle criticità che caratterizzano questi contesti produttivi. Le conclusioni evidenziano inoltre come l’analisi delle specifiche esigenze aziendali possa offrire elementi utili sia per la programmazione degli interventi sia per le future politiche di sviluppo del settore.
Più in generale, il progetto restituisce l’immagine di una zootecnia di montagna che guarda all’innovazione senza perdere il legame con il territorio. In questo caso la tecnologia non viene proposta come una soluzione valida in ogni situazione, ma come uno strumento da integrare nelle pratiche già adottate dagli allevatori. Un approccio che punta a fornire informazioni aggiuntive e a supportare le decisioni quotidiane di chi opera in contesti spesso complessi dal punto di vista geografico e organizzativo.
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