C’è una stanza a Nuoro, dentro lo studio professionale di un agronomo, dove entrano ed escono barattoli di vetro pieni di semi. Non ci sono etichette come in un museo, e non c’è nemmeno un registro di proprietà: c’è solo un patto informale tra chi porta i semi e chi li riceve, con la promessa di farli tornare. Si chiama Casa dei Semi della Sardegna, ed è un progetto collettivo nato nel 2016 che trasforma la custodia delle varietà antiche in un patto di fiducia – un vero “atto di fede” – tra chi semina e chi riceve, con l’impegno di far tornare alla terra ciò che la terra ha donato.
A raccontarci questo progetto è Maurizio Fadda, agronomo e co-fondatore, che abbiamo intervistato per portarci dietro le porte di questa “casa”.
La Sardegna, uno scrigno di biodiversità a rischio

Siamo abituati ad associare la Sardegna ai paesaggi da cartolina e al mare cristallino, ma non può essere ridotta a questo soltanto: c’è molto, molto di più. Ad esempio, lo sapevi che è una delle regioni a più alto tasso di endemismo vegetale del Mediterraneo? La sua flora conta oltre duemila specie, di cui circa 350 – quasi una su sette – non esistono in nessun altro luogo al mondo. È un patrimonio che riguarda soprattutto la vegetazione selvatica e spontanea, ma che si intreccia con un’altra biodiversità, meno raccontata e altrettanto fragile: parliamo della biodiversità agricola, coltivata nei campi e negli orti, fatta di varietà di grano, ortaggi, frutta e legumi selezionate nei secoli dai contadini e oggi minacciate dall’omologazione delle sementi industriali. Ma non solo, anche dalla crisi climatica, con i suoi fenomeni sempre più estremi, tra cui ondate di calore, lunghi periodi di siccità e incendi: proprio recentemente, la Sardegna ha riscritto la sua storia climatica toccando la temperatura record di 48,4 °C a Orani, in provincia di Nuoro. “Abbiamo ancora una buona cultura agricola diffusa, nonostante il 70% della biodiversità si sia perso per sempre” ci racconta Maurizio Fadda.
Attorno a questo patrimonio esiste anche un sistema istituzionale pensato proprio per evitarne la scomparsa. Dal 2014 una legge regionale riconosce e tutela l’agrobiodiversità sarda sotto il profilo economico, scientifico, culturale e ambientale. La norma ha dato vita a un Repertorio regionale che censisce le risorse genetiche animali e vegetali a rischio di estinzione o erosione genetica e ha istituito la figura dell’Agricoltore e Allevatore Custode, cioè di chi si impegna a conservare sul campo queste varietà. C’è perfino una Banca Regionale del Germoplasma, che conserva semi e materiale genetico al di fuori dal terreno, come riserva di sicurezza. Non è un tema isolato: anche a livello nazionale cresce l’attenzione verso questo patrimonio, come abbiamo raccontato a proposito della proposta “Made in Italy dei semi antichi”.
Una “casa” per custodire e tramandare i semi
Accanto a questo sistema ufficiale, però, cresce da anni anche una rete informale, nata dal basso, fuori dagli elenchi regionali e dai finanziamenti pubblici: ne fa parte, appunto, la Casa dei Semi della Sardegna. E la scelta lessicale non è casuale: non “banca dei semi”, come si dice di solito, ma proprio “casa”. “Il termine banca non ci piace perché presuppone un possesso delle cose, invece il termine casa è più bello, è più aperto, è un posto dove i semi entrano ed escono come le persone in una casa” ci racconta Fadda. Dietro c’è un’idea precisa di proprietà collettiva: “Pensiamo che i semi siano di tutta la comunità sarda e la casa ci rappresenta meglio”. Questa idea si scontra apertamente con un’altra immagine molto diffusa, quella del seme antico come reperto da conservare sotto vetro. Fadda la rifiuta con decisione: “non si tratta di un museo: il nostro è un posto dove i semi crescono insieme alle persone”. La ragione è anche biologica, prima ancora che filosofica: “i semi non possono stare in un museo perché dopo pochi anni perdono la germinabilità; se non si muovono e non vengono coltivati, non si conservano”. Come ci spiega, la conservazione passa dalla coltivazione continua, non dall’immobilità di un archivio.
La Casa dei Semi della Sardegna: una storia lunga dieci anni

Il progetto nasce nel 2016, dentro il percorso di Genuino Clandestino Sardegna, la rete di produttori che pratica l’autocertificazione contadina fuori dalle filiere convenzionali. Da allora il gruppo ha attraversato fasi diverse: “siamo stati un periodo ‘rete’ perché non avevamo uno spazio fisico dove concentrare i semi” racconta Fadda, “ma da un po’ di anni ce l’abbiamo nuovamente, quindi siamo tornati di nuovo Casa dei Semi, perché si presuppone che la casa dei semi abbia una casa fisica dove ci siano i semi, no?”. Da tre anni quella casa è una stanza dello studio professionale di Fadda a Nuoro, dove i barattoli vengono raccolti, catalogati e resi disponibili a chi li viene a cercare.
Il radicamento sardo non è un dettaglio geografico, ma parte della ragione d’essere del progetto. “La Sardegna, essendo un’isola ed essendo ancora arretrata dal punto di vista dello sviluppo industriale, ha il vantaggio che i piccoli orti e i semi dei nonni esistono ancora” spiega Fadda, rivendicando con una punta di ironia quello che altrove si chiamerebbe ritardo – pur senza nascondere la frustrazione per altre carenze del territorio: “siamo arrabbiati perché in provincia di Nuoro siamo l’unica provincia d’Italia senza treni”. È da questa cultura agricola che resiste, unita alla necessità di dare un metodo scientifico a un sapere fino ad allora informale, che è nato il progetto: un tentativo di fare, come dice Fadda, “un salto di qualità”.
Una scheda per ogni seme: il sapere dei contadini diventa metodo
Quello che distingue Casa dei Semi da una semplice raccolta di sementi è l’accurato lavoro di documentazione che accompagna ogni varietà, al quale si sta lavorando. “Volevamo mettere insieme competenze tecniche e passione per raccogliere non solo i semi, ma anche i dati e la conoscenza intorno a essi attraverso schede e la creazione di un database” racconta Fadda. Il gruppo osserva quali varietà resistono meglio alle malattie, al cambiamento climatico, quali si prestano meglio a un uso specifico in cucina: “Facciamo una sorta di ricerca partecipata dal basso”. Ne esce un sistema sementiero informale, in cui i semi vengono riprodotti con un minimo di controllo e poi ritornano alla Casa. Allo stesso tempo, il progetto si intreccia con una rete nazionale, l’Alleanza dei custodi di Semi, e con diversi progetti di ricerca.
Questa cura si riflette anche nel modo in cui i semi vengono distribuiti. Come funziona? I semi vengono dati gratuitamente, con un solo obbligo morale: riprodurli e farli rientrare nella casa. Chi li vuole deve contattare il gruppo, ma non deve aspettarsi una spedizione: “Non li spediamo per principio. Vogliamo che rimangano nel territorio e che la gente venga personalmente a Nuoro: farsi il viaggio dimostra che ci tengono davvero”. Il viaggio diventa un filtro e insieme un momento pedagogico, in cui si spiega la responsabilità che ci si sta assumendo: “Non stanno prendendo semi qualunque, ma semi rari e utili per l’agricoltura del futuro. Chi riceve i semi si impegna a riprodurne una parte e a riportarli qui, altrimenti la casa rimarrebbe sguarnita”.
Fadda ammette che non sempre i semi tornano indietro, ma la richiesta non cambia: resta, prima ancora che una regola, un atto di fiducia.
Il pomodoro del nonno e i meloni che non hanno bisogno d’acqua

Molti dei semi custoditi arrivano da vecchi agricoltori che li coltivano da decenni, ereditati dall’orto del padre o della nonna – un po’ come avevamo visto anche in un altro progetto dedicato ai semi, l’Italian Garden Project. Spesso non hanno nemmeno un nome ufficiale: “Molti non hanno un nome e li chiamiamo col nome della persona che ce li dà: il pomodoro del nonno tale, la fava di zio tale”. Ma la Casa dei Semi non si limita alle varietà autoctone sarde: “se troviamo una varietà cecoslovacca o sudamericana che da noi va bene, la salviamo e la distribuiamo. I semi non hanno una rigida nazionalità, hanno sempre viaggiato per far evolvere la biodiversità”.
Tra queste varietà, alcune hanno un valore ancora più concreto alla luce della crisi climatica. Fadda cita un melone siccagno, coltivato senza irrigazione e mantenuto solo con la zappatura costante, che riduce l’evaporazione dell’acqua dal terreno, o pomodori resistenti al secco e varietà che si conservano appese in cantina per tutto l’inverno. Sono piccoli adattamenti selezionati e tramandati da generazioni di agricoltori, che oggi tornano preziosi proprio mentre la siccità si fa sempre più frequente e le varietà standardizzate mostrano una maggiore vulnerabilità.
Un modello che guarda indietro per andare avanti
La Casa dei Semi si muove volutamente fuori dal sistema istituzionale descritto in apertura: non è un’associazione registrata e non riceve finanziamenti pubblici. “La nostra è una scelta politica forte: siamo un’associazione non registrata, informale, e non prendiamo finanziamenti pubblici per non essere vincolati a direttive altrui. La nostra unica direttiva è la natura, gli agricoltori e il cibo buono” spiega Fadda.
Per lui, ogni seme custodito porta con sé anche il metodo con cui è stato coltivato: quello dell’agroecologia, per creare un ambiente ricco di vita. “È un modello che rigenera la terra” dice, un’agricoltura “libera dai pesticidi, che produce cibo sano tutelando l’ambiente”. E i sistemi sementieri informali come questo sono, secondo lui, “il mezzo più potente” perché questo tipo di agricoltura tra agricoltori professionali e semplici autoproduttori si diffonda – un contributo dal basso a un problema, quello della perdita di biodiversità agricola, che riguarda tutti. Ed esperienze come questa mostrano che la biodiversità non si tutela soltanto attraverso le leggi e le istituzioni, ma anche seme per seme, mano per mano, grazie a chi continua a coltivarla e a farla circolare. Non è un gesto nostalgico rivolto a un passato che non c’è più: è, come ci ha detto Fadda parlando dei suoi semi, l’esatto contrario di un museo, uno sguardo rivolto avanti, verso il futuro.
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