Plastic tax in Italia: cosa prevede e che effetti avrà?

Matteo Garuti
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    Dopo mesi di polemiche e correttivi, che hanno portato al definitivo rinvio, la plastic tax vedrà la luce a luglio 2020. L’obiettivo principale di questa imposta sugli oggetti monouso – almeno in linea di principio – dovrebbe essere la conversione del sistema produttivo e delle abitudini quotidiane, verso materiali e stili di vita dal minore impatto ambientale. Come abbiamo visto nell’approfondimento sull’idea di sostituire la plastica e sulle ricerche in questo ambito, i problemi di inquinamento e i rischi per la salute hanno spinto scienza e industria a mettere a punto nuove soluzioni nel segno della sostenibilità. Ma la plastic tax sarà davvero utile o si tratta solo di un espediente del governo per fare cassa? Chi dovrà farsene carico e che riflessi avrà in termini economici e occupazionali? In questo approfondimento cercheremo di saperne di più.

    Plastic tax in Italia: al via da luglio 2020

    plastic tax in italia

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    Nell’ultima Legge di Bilancio, la cosiddetta plastic tax è una delle misure più discusse e contestate, tantoché fino alla metà di dicembre ha subito correttivi e rinvii. L’entrata in vigore, infatti, non arriverà prima del mese di luglio di quest’anno, anche se l’opinione pubblica e la politica sono divise da mesi tra sostenitori e detrattori, a prescindere dall’appoggio al governo che l’ha approvata. Il bersaglio della nuova imposta sono i MACSI, acronimo che corrisponde ai manufatti in plastica con singolo utilizzo, ovvero gli “articoli destinati ad avere funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di merci o di prodotti alimentari, anche in forma di fogli, pellicole o strisce, realizzati con l’impiego, anche parziale, delle materie plastiche”.

    Come ha dichiarato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, “non si tratta di una tassa generalizzata sulla plastica – materiale di cui difficilmente si può a fare a meno – ma ha l’obiettivo di disincentivare l’utilizzo di prodotti usa e getta non biodegradabili, oltre a promuovere materiali compostabili ed ecocompatibili”. Analogamente a quanto accaduto per la sugar tax, però, secondo chi si oppone al provvedimento la ragione primaria – se non esclusiva – è quella di recuperare denaro per le casse dello Stato. Come abbiamo visto, inoltre, i produttori di bibite hanno lamentato la combinazione tra queste due misure, che nel caso dei soft drink zuccherati, confezionati in bottiglie di plastica, costituirebbero una doppia tassazione. Da questo provvedimento, ad ogni modo, lo Stato prevede di ricavare 140,6 milioni entro la fine del 2020, mentre per l’anno successivo l’introito stimato dovrebbe superare di poco i 521 milioni.

    Al netto delle polemiche, la plastic tax italiana si adegua alla direttiva comunitaria del 5 giugno 2019 n. 2019/904/UE, a sua volta inserita nelle misure a sostegno dell’ambiente e contro l’inquinamento da plastica e microplastiche, del quale è vittima soprattutto l’ecosistema marino.

    Plastic tax: come funziona e chi deve pagarla?

    plastica cibo

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    In sintesi, ecco cosa prevede la plastic tax in Italia:

    • Dopo un ridimensionamento frutto dell’intesa nella maggioranza, la tassa ammonterà a 45 centesimi al chilogrammo per tutti i MACSI – la proposta iniziale prevedeva 1 euro al chilogrammo – tra i quali rientra anche il tetrapack (tipica confezione in materiale composito usata per il latte e i succhi di frutta) in un primo momento escluso.
    • L’imposta sarà a carico delle imprese che comprano, producono o importano gli oggetti in questione, anche se è logico attendersi un riflesso sui prezzi al consumo.
    • A essere esenti, invece, sono i prodotti compostabili o riciclati con una percentuale di plastica inferiore al 40%; lo stesso vale per i contenitori di medicinali e dispositivi medici.
    • Per le aziende produttrici, dal 1° gennaio 2020 al 31 dicembre 2020 è previsto un credito d’imposta del 10% sulle spese sostenute per l’adeguamento tecnologico, in particolare per convertire la produzione nel segno della biodegradabilità.
    • L’accertamento avviene in base a una dichiarazione trimestrale, da presentare all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, entro la fine del mese successivo al trimestre solare a cui la stessa si riferisce. Sono previste sanzioni per il mancato pagamento dell’imposta (a partire da 500 euro), il ritardato pagamento (da 250 euro e pari al 30% di quanto dovuto), e il ritardo nella presentazione della dichiarazione (da 500 a 5.000 euro). L’imposta non va versata e non si deve presentare dichiarazione se l’importo previsto è inferiore o pari a 10 euro.

    Plastic tax: in diversi Paesi Ue esiste già

    La tassa approvata in Italia sposa la linea dell’Unione europea, nel mondo all’avanguardia per le politiche sull’ambiente. Dal 2018, infatti, la Commissione suggerisce di sfruttare la leva fiscale per contrastare gli effetti collaterali dovuti alla plastica e alla sua dispersione, ipotizzando, tra le sue proposte per il bilancio comunitario 2021-2027, una tassa nazionale di 80 centesimi di euro per ogni chilogrammo di plastica contenuto in imballaggi non riciclati. Secondo le stime Ue, questa misura potrebbe portare ogni anno entrate totali per 6,6 miliardi di euro, e un comunicato dell’ottobre scorso sottolineava come questa proposta stesse ottenendo una preliminare approvazione dagli Stati membri nel corso delle discussioni sul bilancio. Peraltro, lo stop europeo contro la plastica usa e getta, in vigore dal 2019, sul piano ideale ha aperto la strada a un intervento fiscale. In questo senso, la scelta del nostro governo ci allinea ad altre nazioni Ue o prossime ai confini politici continentali – Francia, Regno Unito, Belgio, Portogallo, Irlanda, Finlandia, Polonia, Lettonia, Danimarca e Norvegia, mentre in Germania vige da anni il deposito su cauzione – che si sono già dotate di provvedimenti simili, talvolta mirati su specifiche tipologie di plastica e sul loro uso.

    Plastic tax in Italia: sì o no?

    plastica bibite

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    In base agli interessi soggettivi e di categoria, le ragioni di chi osteggia la plastic tax sono molteplici. Innanzitutto, come in genere avviene, si temono le ricadute sui consumatori, specialmente quelli di bibite, che con tutta probabilità dovranno pagare di più. Dal canto loro, i produttori temono una diminuzione della domanda dovuta all’aumento dei prezzi, a fronte di scarsi vantaggi in termini ambientali. Ciò si potrebbe tradurre in un calo dell’occupazione nei settori del packaging e dell’imbottigliamento, fino alla soluzione estrema del trasferimento di aziende e stabilimenti.

    Considerando obiettivamente il peso effettivo dell’imposta, però, queste preoccupazioni appaiono poco giustificate. La necessità di azioni contro l’uso eccessivo di imballaggi e prodotti usa e getta di plastica, del resto, dovrebbe necessariamente tradursi in misure concrete, e in questo senso rinunciare agli strumenti fiscali sarebbe limitante. Purtroppo, altre soluzioni molto difficilmente sono in grado di produrre gli stessi risultati in poco tempo. Un’imposta, indubbiamente, può aiutare a eliminare gli utilizzi di plastica meno essenziali per la vita quotidiana e il commercio.

    Secondo Legambiente e Zero Waste Europa, le aspre critiche alla plastic tax sono incomprensibili, alla luce della situazione emergenziale e delle linee guida europee. Dal punto di vista degli ambientalisti, perdipiù, l’imposta andrebbe estesa anche ai materiali plastici usati nell’edilizia e nella produzione di elettrodomestici e automobili, ampliando le esenzioni per gli oggetti in materiali riciclati. Per Legambiente, inoltre, i costi della tassa non graverebbero in modo eccessivamente dannoso sulle imprese, e in particolare gli imbottigliatori di acque minerali godono già di canoni regionali vantaggiosi rispetto ai prezzi finali praticati.

    Anche se l’aumentato esborso gravasse per intero sui consumatori – per i quali, comunque, non mancano le alternative d’acquisto più ecologiche – l’impatto sarebbe nell’ordine di 4-5 centesimi a bottiglia, non a caso si è parlato di “micro-tassa”. Seguendo la visione di Legambiente, se il prelievo fosse applicato all’origine – ovvero al momento della consegna delle plastiche vergini a chi le trasforma in imballaggi – i produttori si orienterebbero più facilmente verso materiali riciclati e usi più contenuti. I costi finali, pertanto, sarebbero inferiori e peserebbero meno sui consumatori.

    Cosa ne pensate dell’introduzione della plastic tax in Italia?

     

    Fonti:

    Art. 1, commi da 634 a 658, della Legge di Bilancio 2020

    Direttiva (UE) 2019/904

    Il Sole 24 Ore

    Il Fatto Quotidiano

     

    Matteo Garuti

    Matteo è nato a Bologna e vive a San Giorgio di Piano (Bo), è giornalista e sommelier e ha collaborato con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie agro-alimentari dell'Università di Bologna. Per Il Giornale del Cibo si occupa di attualità, salute, cultura e politica alimentare. Il suo piatto preferito è il salmone, purché di qualità, "perché è un ingrediente nobile, versatile e dal gusto unico". Per lui in cucina non può mancare la creatività, "perché è impossibile farne a meno!"

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