Perché i manager dovrebbero leggere di più

Giuliano Gallini
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Giuliano Gallini

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    Leggo su un vecchio articolo di pagina 99 a firma di Benedetta Fallucchi, che i manager non leggono libri.  Per la precisione, il 43% dei dirigenti aziendali italiani non legge nemmeno un libro all’anno. Chi legge si limita a saggi di economia (pochi, comunque). La narrativa per i manager è noiosa o inutile. Uno spreco di tempo. D’altra parte, serve forse a far soldi un buon romanzo? Magari aiuta a capire di più sé stessi, o il momento storico che si sta vivendo, o i rapporti di potere tra i gruppi sociali; o le dinamiche del mondo del crimine o di quello degli affetti. Tutte sciocchezze, per i manager, che devono pensare al profitto.

    I manager non leggono libri e perdono in empatia e capacità di comprensione altrui

    Quando poco dopo la laurea ho frequentato un corso alla Bocconi, uno dei professori, di cui non ricordo il nome, peccato, entrando in aula chiedeva sempre a noi studenti quale romanzo avessimo letto il giorno prima; e per un quarto d’ora ne parlava. Serviva alla nostra formazione economica e di manager? Secondo lui sì. Secondo me anche. Io almeno, come dirigente d’azienda, delle grandi sciocchezze non le ho mai fatte. Nonostante i tanti romanzi letti e che continuo a leggere.

    Anche le neuroscienze (e se ce lo dicono loro…) sostengono che ossigenare il cervello con la lettura di trame di fantasia fa bene. “L’immedesimazione tipica del processo di lettura si trasferisce nell’esperienza relazionale potenziando le capacità di comprensione ed empatia verso il prossimo…”

    Capire le motivazioni altrui, si chiede Benedetta Fallucchi, non potrebbe migliorare i processi decisionali dei manager e modificare le relazioni in una direzione costruttiva?

    Ne abbiamo bisogno in Italia e in Europa? A giudicare dai risultati di molte nostre aziende, e dalla crescita stentata della nostra economia e della occupazione qualificata direi proprio di sì.

    Giuliano Gallini

    Direttore marketing strategico di CIRFOOD, vive a Padova e lavora tra Reggio Emilia e molte altre città italiane dove CIR ha le sue cucine. Ama leggere e crede profondamente nel valore della cultura. In cucina non può mancare un buon bicchiere di vino per tirarsi su quando sì sbaglia (cosa che, afferma, a lui succede spesso).

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