Perché in Italia esistono così tante DOP e IGP?

parmigiano reggiano
DOP, IGP e STG raccontano territori, biodiversità e cultura. Ecco perché l'Italia vanta il maggior numero di Indicazioni Geografiche al mondo.

Qualche settimana fa ho accompagnato un gruppo di studentesse e studenti universitari alla scoperta di Bologna attraverso uno dei suoi percorsi più affascinanti: quello della gastronomia. Camminando tra botteghe, mercati e luoghi simbolo della città, parlavamo di prodotti, tradizioni e territori. A un certo punto è arrivata una domanda semplice, ma per nulla scontata: “Che cosa sono esattamente gli IG?”.

La richiesta mi ha colpito perché raccontava molto più di una semplice curiosità. Per molti italiani, infatti, parole come DOP e IGP fanno parte del quotidiano: le troviamo sulle confezioni al supermercato, nei menu dei ristoranti, nei racconti delle nostre regioni. Ma fuori dall’Europa, e in particolare negli Stati Uniti, il concetto di Indicazione Geografica non ha lo stesso peso culturale e giuridico. Il legame tra un alimento e il luogo in cui nasce non è percepito allo stesso modo.

Da quell’interrogativo è nata l’idea di questo articolo: fare chiarezza su cosa siano davvero le IG e, soprattutto, ribadire perché rappresentino uno dei patrimoni più importanti dell’agroalimentare italiano. Insomma, dietro quelle poche lettere c’è molto più di un semplice marchio…

Cosa sono davvero le Indicazioni Geografiche

bresaola
New Africa/shutterstock

Per rispondere alla domanda del gruppo, dovevo partire da una precisazione. In Italia, infatti, utilizziamo ogni giorno sigle come DOP e IGP eppure, raramente, ci fermiamo a riflettere su ciò che rappresentano. Le Indicazioni Geografiche sono un sistema di tutela creato dall’Unione Europea per riconoscere e proteggere quei prodotti il cui valore nasce dal legame con un territorio specifico. Non si tratta soltanto del luogo di provenienza, ma di un insieme di fattori che comprende le caratteristiche ambientali, le competenze delle persone, le tradizioni produttive e la storia delle comunità che, nel tempo, hanno dato vita a un alimento unico e irripetibile altrove. In altre parole, il valore del prodotto non deriva soltanto da ciò che è, ma anche da dove nasce e da chi lo produce.

Le due principali certificazioni sono la Denominazione di Origine Protetta (DOP), che richiede che tutte le fasi della produzione avvengano nell’area di riferimento, e l’Indicazione Geografica Protetta (IGP), per la quale è sufficiente che almeno una delle fasi fondamentali sia strettamente legata al territorio. A queste si aggiunge la Specialità Tradizionale Garantita (STG), uno strumento che non protegge un legame geografico, ma valorizza una ricetta, un metodo di produzione o una composizione tradizionale riconosciuta e tramandata nel tempo. Tre sigle diverse, ma accomunate dallo stesso obiettivo: tutelare prodotti che raccontano una storia e preservare saperi produttivi costruiti nel tempo.

Un patrimonio che non ha eguali

prosciutto di parma
Vivida Photo PC/shutterstock

È probabilmente questo il motivo per cui l’Italia è oggi il Paese europeo con il più ricco patrimonio di Indicazioni Geografiche. Per il solo comparto agroalimentare può contare su oltre 300 prodotti certificati tra DOP, IGP e STG. Se si aggiungono anche i vini e le bevande spiritose, il numero delle denominazioni supera quota 520, mentre considerando tutte le categorie di prodotti registrati ci si avvicina alle 900 Indicazioni Geografiche.

Un patrimonio che non riguarda soltanto formaggi, salumi, oli o vini, ma anche distillati, liquori e altri prodotti che custodiscono il rapporto profondo tra un territorio e i suoi saperi. L’identità di un luogo passa infatti anche attraverso produzioni meno conosciute, frutto di competenze che nel tempo hanno trovato una precisa collocazione geografica.

Sono numeri importanti, ma rivelano solo una parte della storia. Dietro ogni denominazione ci sono paesaggi agricoli, filiere produttive, conoscenze tramandate, comunità che hanno custodito nel tempo tecniche e saperi. In altre parole, un’Indicazione Geografica non certifica semplicemente un prodotto: riconosce un patrimonio collettivo.

I riflessi economici sul Paese delle IG

mozzarella bufala
carpe98/shutterstock.com

Le Indicazioni Geografiche non rappresentano soltanto un patrimonio culturale: sono anche uno dei motori dell’agroalimentare italiano. I prodotti certificati hanno un ruolo sempre più rilevante sui mercati internazionali e contribuiscono in modo significativo alla crescita delle esportazioni del settore. Il loro valore nasce proprio dalla capacità di unire qualità, riconoscibilità e legame con il territorio, trasformando una storia locale in un elemento competitivo a livello globale.

Questa ricchezza produce effetti anche al di fuori della filiera alimentare e non a caso si parla da anni di turismo enogastronomico. I prodotti legati ai territori sono infatti una delle ragioni che spingono molti visitatori a scegliere una destinazione: dalle strade del vino al wine trekking, dall’enoturismo nei monasteri e nelle abbazie all’oleoturismo fino al più recente turismo caseario, passando per i tantissimi percorsi e circuiti dedicati alle eccellenza di una zona. Sempre più viaggiatori, infatti, maturano il desiderio di conoscere i luoghi attraverso i loro sapori. Una denominazione non racconta soltanto ciò che arriva sulla tavola, ma anche un paesaggio, una comunità e in fin dei conti un’esperienza da vivere e da ricordare.

Una ricchezza nata dall’incontro tra natura e storia

Dan Rentea/shutterstock.com

Ma perché proprio l’Italia possiede un patrimonio così vasto di prodotti legati ai territori? La risposta sta nell’incontro tra una geografia straordinariamente varia e una storia che, nei secoli, ha visto intrecciarsi popoli, culture e comunità diverse.

La conformazione della penisola italiana ha creato, in uno spazio relativamente ridotto, una grande varietà di ambienti: dalle montagne alpine alle coste mediterranee, passando per colline, pianure, laghi, aree interne e isole. Ogni territorio ha sviluppato nel tempo colture, allevamenti e tecniche produttive adattate alle proprie condizioni climatiche e ambientali. Non è solo una questione di clima, ma di un equilibrio complesso tra natura, lavoro umano e conoscenze tramandate. È una ricchezza che possiamo osservare anche in vacanza. In molte località costiere, accanto ai piatti di pesce, convive una cucina di terra altrettanto ricca, che racconta le colline e la campagna a pochi chilometri di distanza. È la dimostrazione di come, in Italia, il paesaggio muti in pochi chilometri e con esso cambino gli ingredienti, le produzioni e le tradizioni gastronomiche.

A questa diversità si aggiunge la storia. L’Italia è stata per secoli un mosaico di territori, Stati e comunità differenti, ciascuno con proprie consuetudini, economie e abitudini alimentari. 

DronG/shutterstock

A modellare questa ricchezza hanno contribuito le numerose influenze culturali che hanno plasmato la penisola. Attraverso la presenza araba nel Mediterraneo arrivarono e si diffusero nel Sud ingredienti destinati a diventare parte integrante della nostra cucina, come gli agrumi, il riso, la melanzana e la canna da zucchero; mentre nelle regioni alpine e di confine sono ancora vive le tradizioni francesi, germaniche e asburgiche. Ancora oggi queste impronte si leggono in alcuni piatti tipici considerati da tutti profondamente italiani: dal cous cous alla trapanese, simbolo del dialogo con il Mediterraneo, allo strudel dell’Alto Adige, eredità della cultura mitteleuropea. 

Più che una cucina unica, quella italiana è il risultato di un continuo dialogo tra popoli, territori e culture. La sua forza non risiede nell’essere rimasta immutata nei secoli, ma nella capacità di accogliere influenze diverse, reinterpretarle e trasformarle in identità locali. Le Indicazioni Geografiche non proteggono soltanto un prodotto. Custodiscono la storia di un territorio, delle persone e delle culture che, nei secoli, lo hanno abitato.

Più di un marchio, un pezzo di storia del Paese 

barbajones/shutterstock

Ridurre una DOP o una IGP a un semplice logo stampato su un’etichetta sarebbe un errore. Quel marchio racconta un rapporto profondo tra uomo e ambiente, tra biodiversità e cultura, tra innovazione e tradizione. Spiega il modo in cui una comunità ha imparato a valorizzare ciò che il territorio metteva a disposizione, trasformandolo in un alimento riconoscibile e irripetibile.

In un’epoca in cui il cibo tende a uniformarsi e le produzioni si muovono sempre più su scala globale, le Indicazioni Geografiche rappresentano anche un poderoso argine all’omologazione. Difendere una denominazione significa tutelare un paesaggio, sostenere un’economia locale, preservare mestieri e competenze che rischierebbero di scomparire. Significa, in fondo, proteggere una parte della nostra identità culturale.

Naturalmente tutto questo comporta anche nuove responsabilità. Le Indicazioni Geografiche devono continuare a essere credibili, trasparenti e comprensibili per i consumatori. Devono confrontarsi con il fenomeno dell’Italian Sounding, con la contraffazione e con un mercato internazionale in cui il valore delle denominazioni è sempre più riconosciuto, ma non sempre rispettato.

Ed è forse questa la riflessione che mi sono portato a casa dopo quella passeggiata tra i portici e le piazze di Bologna. La domanda delle studentesse e degli studenti americani non riguardava soltanto il significato di una sigla. Mi ricordava che il patrimonio gastronomico italiano, per quanto ci appaia familiare, non è mai scontato. Va raccontato, spiegato e condiviso. Perché dietro tre lettere stampate su un’etichetta non c’è solo una certificazione: c’è un pezzo di storia del nostro Paese.

 

Immagine in evidenza di: Paolo Bernardotti Studio/shutterstock

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