Giovani e Horeca, molto più di un lavoro

giovani e horeca all'evento di cirfood
Future Horeca mette in dialogo scuole e imprese per raccontare ai giovani le opportunità del settore hospitality e ristorazione.

L’Horeca continua a essere uno dei settori che oggi offre più opportunità occupazionali ai giovani, dalla ristorazione all’hotellerie, fino all’accoglienza turistica, fiore all’occhiello del nostro Paese. Eppure, nel dibattito pubblico, si parla spesso di carenza di personale, ritmi difficili e crisi vocazionali. Future Horeca, il progetto promosso da APCI – Associazione Professionale Cuochi Italiani e ManpowerGroup, realizzato in collaborazione con le più importanti aziende del settore, nasce invece da un’altra idea: creare un dialogo diretto fra scuole e imprese, mostrando a ragazze e ragazzi le possibilità concrete di crescita professionale offerte dal settore e, allo stesso tempo, aiutando le aziende ad ascoltare aspettative e sensibilità delle nuove generazioni.

Dopo mesi di incontri nelle scuole alberghiere e negli ITS di tutta Italia, il 29 aprile il percorso è approdato negli spazi del CIRFOOD DISTRICT di Reggio Emilia, dove nove istituti finalisti si sono confrontati fra prove pratiche, mystery box e sfide dedicate a cucina, sala e accoglienza. A partecipare sono stati l’IIS “Lazzaro Spallanzani” di Castelfranco Emilia (MO), l’IISS “N. Gallo – L. Sciascia” di Agrigento, il CAPAC – Politecnico del Commercio e del Turismo di Milano, l’ITS Turismo “Pietro Savorgnan di Brazzà” di Lignano Sabbiadoro (UD), l’Istituto Alberghiero “Marco Polo” di Genova, l’IISS “Tommaso Fiore” di Modugno-Grumo Appula (BA), l’IPSEOA “G. Varnelli” di Cingoli (MC) e l’ITS Hotel Manager – Innovaprofessioni ITS Academy di Milano.

Un dialogo diretto fra scuole e imprese

CIRFOOD
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L’idea alla base del progetto è semplice ma tutt’altro che scontata: mettere studenti e professionisti attorno allo stesso tavolo, creando occasioni di confronto e permettendo a ragazze e ragazzi di misurarsi con attività reali, ricevendo feedback diretti da chi lavora nel settore. È questa, in fondo, la visione condivisa da APCI, ManpowerGroup e aziende aderenti: costruire un ponte stabile tra formazione e mondo del lavoro, in un comparto che evolve rapidamente e che oggi richiede sia competenze tecniche, sia capacità relazionali e spirito di squadra.

Future Horeca è stato reso possibile grazie al coinvolgimento di numerose aziende del settore che hanno scelto di investire tempo, competenze e visione, nella convinzione che il futuro dell’ospitalità passi inevitabilmente dalle nuove generazioni. “Con Future HoReca vogliamo costruire un ponte concreto tra chi ha già tracciato una strada e chi sta iniziando ora il proprio percorso. Come APCI crediamo che il valore dell’Ospitalità si trasmetta attraverso l’esperienza, il confronto e la condivisione. I giovani non sono il futuro: sono il presente su cui dobbiamo investire oggi”, spiega Sonia Re, Direttrice Generale di APCI – Associazione Professionale Cuochi Italiani.

È stata forse questa la sensazione più forte emersa durante la finale di Future Horeca: trovarsi davanti a ragazze e ragazzi capaci di raccontare il proprio futuro con lucidità e idee chiare su ciò che cercano davvero. Non soltanto uno stipendio o un impiego stabile, ma ambienti in cui sentirsi valorizzati, crescere e costruire relazioni. In un settore raccontato spesso soprattutto attraverso la fatica e i sacrifici, ascoltarli dal vivo produce quasi uno scarto. Perché nelle loro parole l’Horeca non appare come un ripiego, ma come uno spazio vivo, creativo e profondamente umano. Un mondo in cui lavoro, identità personale e desiderio di mettersi in gioco sembrano intrecciarsi molto più di quanto si immagini dall’esterno.

“I ragazzi cercano luoghi dove crescere davvero”

Stefano Pregel, Head of Vertical Horeca di ManpowerGroup Italia
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A raccontarlo è Stefano Pregel, Head of Vertical Horeca di ManpowerGroup Italia e ideatore del progetto, che negli ultimi anni ha visitato decine di scuole alberghiere italiane entrando in contatto diretto con studenti, docenti e aziende del settore. Secondo Pregel, oggi il comparto Horeca continua a offrire opportunità occupazionali molto concrete, spesso con tempi di inserimento rapidi, nella ristorazione, nell’hotellerie e nell’accoglienza turistica. “La crescita del turismo e la difficoltà delle aziende nel trovare personale qualificato stanno aumentando la richiesta di figure professionali in tutti i settori della ristorazione, dell’hotellerie e dell’accoglienza”, introduce.

Per chi osserva il settore da vicino, però, il tema non è soltanto quantitativo. Non si tratta semplicemente di “trovare personale”, ma di capire perché oggi tanti ragazzi siano più selettivi rispetto al passato e cosa chiedano a questo mondo professionale. “Quasi tutte le aziende lamentano di non trovare giovani motivati da formare e far crescere all’interno delle proprie attività”, racconta Pregel. Ma parallelamente, ha aggiunto, “sempre di più i ragazzi cercano aziende capaci di motivarli, valorizzarli e insegnare loro competenze realmente utili”.

È questo uno dei punti cruciali emersi durante Future Horeca: la sensazione che le nuove generazioni non stiano rifiutando il lavoro nella ristorazione od ospitalità in sé, quanto piuttosto alcuni modelli organizzativi percepiti come poco sostenibili o privi di prospettive reali. “Il loro tempo è importante e non vogliono sprecarlo in contesti dove si sentono soltanto sfruttati, senza concrete possibilità di crescita personale e professionale. Non è sempre e solo una questione di soldi”, riflette Pregel, con una frase che sintetizza il cambiamento culturale in corso.

giovani horeca
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Anche per questo, sottolinea, le aziende oggi guardano ben oltre il semplice titolo di studio. Certo, il diploma resta importante, ma nel mondo dell’hospitality pesano sempre di più le esperienze maturate sul campo, la capacità di stare in squadra, la gestione dello stress, l’attitudine al rapporto con il cliente. “Contano molto l’atteggiamento, la motivazione e l’esperienza pratica”, osserva. “Sono richieste capacità relazionali, orientamento al cliente, conoscenza delle lingue straniere, flessibilità negli orari. Ma anche professionalità, cura personale e capacità di problem solving”.

Pregel sottolinea inoltre come i ruoli più richiesti continuino a essere quelli tradizionalmente legati ai percorsi degli istituti alberghieri: cucina, sala e accoglienza. Le opportunità più numerose si concentrano nelle grandi città d’arte e turistiche – Milano, Roma, Venezia, Firenze – ma anche nelle località stagionali, dalla Riviera Romagnola alle zone balneari e montane, fino ai resort del Nord-Est e delle isole. A crescere, aggiunge, è anche la richiesta di figure capaci di unire competenze alberghiere e strumenti più contemporanei: gestione del booking, utilizzo delle piattaforme digitali, comunicazione e social media per le strutture ricettive.

Parole che trovano riscontro nelle conversazioni raccolte durante la giornata, fra studenti che parlano del proprio futuro con una consapevolezza sorprendente, molto distante dagli stereotipi che ancora accompagnano il settore.

Quando l’impresa apre le porte alla scuola 

cocktail
cocktail

Se Future Horeca ha mostrato quanto oggi la generazione Z cerchi ambienti capaci di valorizzarla, il ruolo delle imprese diventa centrale. Non soltanto come sbocco occupazionale, ma come parte attiva del percorso formativo. È su questo terreno che si inserisce il lavoro di CIRFOOD, da anni impegnata nel dialogo con scuole alberghiere e percorsi professionalizzanti. Per Laura Fiè – HR Business Partner e Recruiting Manager CIRFOOD – costruire un rapporto stabile con gli istituti significa innanzitutto avvicinare formazione e lavoro reale, creando “occasioni di incontro concrete con studentesse e  studenti attraverso orientamento, testimonianze aziendali, visite, stage e momenti di confronto diretto con i professionisti del settore”. Un dialogo che permetta alle aziende non solo di presentarsi ai ragazzi, ma anche di ascoltarli da vicino, comprendendone “aspettative, motivazioni e sensibilità”.

Nelle parole di Fiè emerge anche il valore spesso poco raccontato della ristorazione collettiva, descritta come un settore che genera “non solo un valore organizzativo ed economico, ma anche profondamente sociale e di welfare”, incidendo ogni giorno sul benessere delle persone in scuole, aziende e strutture sociosanitarie. Il rapporto con le scuole, spiega, ha anche un’importante dimensione di employer branding. Essere presenti nei contesti formativi consente infatti di raccontare ai giovani “l’identità di CIRFOOD, il nostro modo di lavorare, l’attenzione che dedichiamo alla crescita delle persone e la qualità dei contesti professionali che vogliamo costruire”. Ma, parallelamente, permette di trasmettere un messaggio chiaro ai ragazzi: “La preparazione e lo studio restano una priorità”, così come la scelta di realtà capaci di accompagnarne il percorso di crescita.

È proprio in questo scambio reciproco che, secondo Fiè, nasce il valore aggiunto della collaborazione fra scuola e impresa: da un lato aiutare i futuri professionisti a comprendere quali siano oggi le competenze più richieste; dall’altro, entrare in contatto con “nuove energie, sensibilità e talenti” capaci di portare innovazione e visioni diverse all’interno delle aziende. Per CIRFOOD, contribuire alla formazione dei giovani significa anche investire concretamente nel futuro del settore. Accompagnare le nuove generazioni nella scoperta della ristorazione collettiva vuol dire infatti aiutarle a comprendere “il valore sociale, organizzativo e professionale di un lavoro che incide ogni giorno sulla qualità della vita delle persone”.

La formazione, però, non riguarda soltanto le competenze tecniche. Secondo Fiè, significa anche promuovere “cultura del servizio, attenzione alla sostenibilità, capacità di lavorare in squadra, conciliazione vita-lavoro e piena consapevolezza del ruolo che la ristorazione collettiva svolge all’interno delle comunità”. Un investimento che contribuisce anche a rafforzare la credibilità e l’attrattività delle aziende stesse, sempre più chiamate a offrire “percorsi di crescita reali” e ambienti coerenti con i valori che dichiarano. Ed è proprio nel rapporto fra scuola e mondo del lavoro che si gioca oggi una delle partite decisive per l’Horeca. “La sfida principale è costruire un collegamento sempre più solido tra la formazione e la realtà del lavoro”, osserva Fiè, soprattutto in un settore che evolve rapidamente e richiede non solo competenze tecniche, ma anche “capacità relazionali, spirito di adattamento e una crescente sensibilità verso i cambiamenti sociali e organizzativi”.

In questo scenario, iniziative come Future Horeca sono importanti perché consentono ai ragazzi di confrontarsi con il mondo delle imprese “non in modo astratto, ma attraverso esperienze dirette, momenti di dialogo e prove sul campo”. Allo stesso tempo, permettono alle aziende di avvicinarsi alle nuove generazioni “in modo autentico”, offrendo un racconto trasparente dei contesti lavorativi, delle competenze richieste e delle prospettive di crescita possibili. Per Fiè, infatti, una parte fondamentale dell’employer branding si gioca proprio sulla credibilità. “La credibilità di un’impresa nasce dalla coerenza tra ciò che comunica e l’esperienza che le persone vivono realmente al suo interno”, sottolinea. Ed è forse qui che oggi si misura la capacità dell’Horeca di attrarre i giovani: nella costruzione di ambienti professionali “coerenti, sostenibili e capaci di evolvere insieme ai cambiamenti sociali e culturali”.

“Le persone devono tornare anche per quello che sai trasmettere”

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Mattia arriva da Milano e frequenta il CAPAC – Politecnico del Commercio e del Turismo. Parlando con lui si capisce subito quanto, in questo settore, le storie personali contino quasi quanto la formazione tecnica. La sua passione nasce osservando il padre lavorare dietro al bancone di un bar. Da bambino lo accompagnava spesso al lavoro, guardava i gesti, imparava quasi per gioco a preparare i primi caffè. Poi, crescendo, quella fascinazione si è trasformata in un progetto preciso. “Mi è sempre piaciuto stare con le persone”, racconta. Ed è proprio questa dimensione relazionale il cuore della sua idea di ospitalità. Nel sogno di aprire un giorno un locale tutto suo, infatti, non conta soltanto la qualità del cocktail o del servizio. Conta ciò che si riesce a trasmettere. “Le persone devono venire anche per me, per quello che saprò dare e condividere”.

Mattia parla del bancone come di uno spazio di relazione continua, dove un drink può diventare l’inizio di una conversazione, un racconto, uno scambio. Anche il cocktail presentato durante la competizione nasce da questa idea: un gin arricchito dal cetriolo, pensato per evocare freschezza e stagionalità, ma anche per offrire ai clienti qualcosa che cambi nel tempo, capace di riportarli nel locale durante l’anno.

Colpisce anche il modo in cui guarda al futuro: fortemente legato a Milano e alla propria famiglia, ma allo stesso tempo attratto dall’estero, dal Messico, dall’Argentina, dalla Francia o dal Giappone, luoghi dove immagina di poter imparare nuovi linguaggi dell’ospitalità. E quando parla dei sacrifici del settore – i weekend lavorati, le sere trascorse mentre gli altri si divertono – il suo sguardo si illumina: “Se anche tu ti diverti e fai passare una bella serata agli ospiti, allora hai fatto centro”.

L’hospitality come strumento per raccontare i territori

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Salvatore, diciotto anni, arriva invece da Santa Elisabetta, in provincia di Agrigento, e frequenta l’Istituto “Gallo-Sciascia”. Il suo percorso spiega quanto il mondo dell’ospitalità possa oggi intrecciarsi con cultura, ambiente e valorizzazione territoriale. Ed evidenzia un’intuizione poderosa. 

La passione iniziale nasce dalla cucina, ma col tempo Salvatore ha scoperto di sentirsi più vicino al turismo e all’accoglienza. “La divisa mi dice ogni giorno che questo è il mio posto”, spiega. Nelle sue parole ritornano continuamente ordine, precisione, relazione con gli altri. Ma soprattutto emerge un’osservazione illuminante sul ruolo dell’hospitality nei territori meno conosciuti. Il progetto presentato durante Future Horeca, “Kolymbethra, architettura che scompare”, immagina una struttura ricettiva integrata nel paesaggio della Valle dei Templi di Agrigento, capace di valorizzare il rapporto tra archeologia, natura e comunità locale. L’idea matura anche dall’esperienza personale del ragazzo e dal legame con Monte Cheli, area archeologica vicina al suo paese, recentemente recuperata grazie all’impegno dei cittadini ma ancora poco conosciuta dal turismo di massa.

La riflessione che propone ribalta il modello tradizionale del viaggio: non partire per vedere un monumento famoso e poi cercare un albergo, ma lasciarsi attrarre da una struttura, da un’esperienza di accoglienza, e attraverso quella scoprire un territorio meno noto. “Come facciamo a valorizzare un luogo?”, si chiede. “Attraverso l’hospitality”.

Anche nel suo caso, il legame con la famiglia è fortissimo. La madre, guida turistica, gli ha trasmesso la curiosità per il territorio e il desiderio di condividere ciò che conosce con gli altri.

“Il lavoro si ruba con gli occhi”

stuzzichini
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Halima, diciotto anni, frequenta l’Istituto “Tommaso Fiore” di Modugno-Grumo Appula, in provincia di Bari. La sua storia restituisce un altro aspetto emerso durante la giornata: il peso che scuola, docenti e lavoro sul campo hanno nella costruzione dell’identità professionale di questi ragazzi. Anche per lei tutto parte dalla famiglia. Da bambina osservava il padre cucinare a casa, affascinata dalla ritualità dei gesti, dai profumi, dalla preparazione dei piatti. “È merito suo se amo il cibo”, racconta sorridendo.

Oggi Halima lavora già nei fine settimana, in sala e al banco, mentre continua gli studi. E nonostante l’interesse per la pasticceria, è proprio il contatto diretto con le persone la dimensione che sente più vicina. Parla con grande riconoscenza del proprio insegnante, il professor Raffaele Scalera, capace non soltanto di insegnare una professione ma anche di trasmettere valori legati alla convivenza, al rispetto reciproco, allo stare insieme.

La frase che sintetizza il suo approccio, però, arriva da un insegnamento ricevuto in famiglia: “Il lavoro si ruba con gli occhi”. Osservare, imparare, assorbire competenze da chi ha più esperienza. È questa, per Halima, la base per costruire il proprio futuro. E il futuro, nel suo caso, potrebbe portarla anche oltre l’Horeca tradizionale: sogna infatti di proseguire gli studi all’università e approfondire le scienze dell’alimentazione, magari diventando nutrizionista o dietologa. Senza però abbandonare quel mondo della sala e dell’accoglienza che oggi le permette già di sentirsi autonoma e orgogliosa del proprio percorso.

Ascoltando questi ragazzi per tutta la giornata, la sensazione più forte è proprio questa: la scuola alberghiera, nelle loro parole, non appare soltanto come un luogo di formazione tecnica, ma come uno spazio di crescita personale, di relazioni, di scoperta di sé. Un trampolino di lancio, per spiccare il volo, realizzare un desiderio. 

Forse allora la domanda attuale non è più perché i giovani non vogliano lavorare nell’Horeca. L’interrogativo, semmai, è se il settore sia pronto ad accogliere ciò che questi ragazzi e ragazze stanno portando in dote. Perché nelle loro idee ci sono tecnica e ambizione, certo. Ma soprattutto attenzione alle persone, ai territori, alla qualità delle relazioni. E l’idea che l’ospitalità possa e debba ancora essere un mestiere capace di creare legami sinceri.

 

Immagine in evidenza di: CIRFOOD

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